Chi vende il mondo sa bene la materia
di Raffaele Oriani , di Raffaele OrianiIn The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese c'è la scena strepitosa dell'esperto Matthew McConaughey che spiega al novellino Di Caprio il segreto del loro mestiere di broker: "Noi trattiamo fuffa, aria, miraggi, l'unica cosa reale sono i soldi che ci mettiamo in tasca". È il lato finanziario della globalizzazione, che da almeno trent'anni ammalia e atterrisce con la sua strabordante irrealtà. Ma di questo si è scritto e recitato in abbondanza. Non ci sono film invece sul moto perpetuo che, da un continente all'altro, carica e scarica vagoni di treni, rimorchi di camion, stive di mercantili. Niente fuffa, qui, ma la materia bruta di cui sono fatti i nostri consumi: petrolio, litio, rame, ma anche grano, cotone, caffè...
Quando l'old economy incontra l'ipermodernità l'effetto è spettacolare anche se spesso poco commendevole. Eppure il sistema che irrora di merci il villaggio globale suscita men…
In The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese c'è la scena strepitosa dell'esperto Matthew McConaughey che spiega al novellino Di Caprio il segreto del loro mestiere di broker: "Noi trattiamo fuffa, aria, miraggi, l'unica cosa reale sono i soldi che ci mettiamo in tasca". È il lato finanziario della globalizzazione, che da almeno trent'anni ammalia e atterrisce con la sua strabordante irrealtà. Ma di questo si è scritto e recitato in abbondanza. Non ci sono film invece sul moto perpetuo che, da un continente all'altro, carica e scarica vagoni di treni, rimorchi di camion, stive di mercantili. Niente fuffa, qui, ma la materia bruta di cui sono fatti i nostri consumi: petrolio, litio, rame, ma anche grano, cotone, caffè...
Quando l'old economy incontra l'ipermodernità l'effetto è spettacolare anche se spesso poco commendevole. Eppure il sistema che irrora di merci il villaggio globale suscita meno interesse dei flussi di dati che sfamano i lupi di Wall Street. In quanti sanno che l'epicentro del commercio mondiale di carbone è immerso tra le verdi colline del Canton Zugo, in Svizzera? O che la guerra di Libia del 2011 fu vinta dai ribelli anche grazie alle rocambolesche forniture di petrolio di un trader intimo di Fidel Castro e habitué di Downing Street? Su questo, oltre ai film sono rari anche i libri: "Perché solo negli ultimi anni si è capito che quello dei trader è un business gigantesco, che non può prosperare senza il controllo della pubblica opinione" dice il reporter di Bloomberg Jack Farchy, che con il collega Javier Blas ha appena pubblicato The World for Sale (Il mondo in vendita, Random House Business), una rara ricognizione nel mondo delle commodities che oscilla inevitabilmente tra cronaca, analisi e romanzo d'avventura.
Nel 2019 il Giappone, quinto Paese esportatore del mondo, ha venduto beni per 705 miliardi di dollari. Nello stesso periodo le prime quattro compagnie di trading a livello mondiale hanno fatto meglio, raggiungendo l'astronomica cifra di 725 miliardi. La differenza è che i giapponesi sono 125 milioni, mentre con l'unica eccezione della svizzera Glencore, quotata in Borsa dal 2011, i proprietari dei colossi del trading sono poche decine o centinaia di partner. L'altra faccia della globalizzazione coinvolge tutto il mondo e poche persone: da un lato migliaia di miniere, pozzi e campi, milioni di lavoratori che estraggono, coltivano e immagazzinano tonnellate di cose, dall'altro un drappello di aziende in grado di trasformare tutto, sempre, ovunque, in merce.
L'americana Cargill con un fatturato di 114 miliardi di dollari è leader mondiale nel commercio di cereali, l'olandese Vitol movimenta un quarto dell'interscambio planetario di petrolio, Trafigura con sedi a Singapore e Ginevra è leader nel commercio del rame, mentre tra le tante attività che alimentano i 215 miliardi del suo fatturato Glencore primeggia nell'interscambio di metalli, grano e carbone con quasi una nave carboniera su quattro. E sì che, sebbene da qualche anno abbiano finito per impadronirsi anche di fette importanti del sistema produttivo, per decenni i trader si sono rimpinzati di import ed export senza possedere praticamente nulla: "La loro forza è sempre stata il capitale umano" spiega Farchy. "Quando Marc Rich, uno dei padri fondatori del settore, apre la sua azienda nel 1978, ha con sé un paio di colleghi e una linea telefonica". Quarant'anni e un paio di rivoluzioni tecnologiche dopo, un top manager di Glencore continua a sfornare contratti milionari con la stessa lapidaria ricetta: "Questo business è fatto di relazioni, relazioni e relazioni". Oliver Classen di Public Eye, associazione svizzera che da anni incalza i giganti del trading con sede nella Confederazione, lamenta che il libro di Farchy e Blas più che Il mondo in vendita avrebbe dovuto intitolarsi Il mondo in liquidazione.
Ma oltre all'illegalità spicciola, c'è il potere di fare e disfare i destini del mondo, soprattutto del terzo: fu il multimiliardario Marc Rich a inventarsi un improbabile export dall'Iran al Burundi per rifornire di petrolio il Sud Africa dell'apartheid sotto embargo, è stata Vitol a salvare la Cuba di Fidel Castro quando il crollo dell'Urss sembrava una sentenza inappellabile, è ora Trafigura ad accollarsi un buon 10 per cento dell'investimento nel petrolio artico di Vladimir Putin, ed è stata la falange compatta dei trader a fare profitti enormi alimentando di risorse naturali il boom cinese del nuovo millennio (nel 1990 Cina e Italia consumavano la stessa quantità di rame, oggi noi contiamo per un ventesimo). Quella delle società di trading è politica travestita da affari, o viceversa. Che siano grandi imprese o miserabili truffe, le gesta dei signori del commercio seguono tutte il motto del colosso americano Cargill: "Andare dappertutto".
Sul Venerdì del 4 giugno 2021