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Chi vende il mondo sa bene la materia

RAME (Getty Images) 
Dei lupi di Wall Street ci hanno detto tutto. Delle società di trading che controllano petrolio, rame, carbone (e cereali) niente. Eppure hanno il pianeta in mano. E nessuno scrupolo
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In The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese c'è la scena strepitosa dell'esperto Matthew McConaughey che spiega al novellino Di Caprio il segreto del loro mestiere di broker: "Noi trattiamo fuffa, aria, miraggi, l'unica cosa reale sono i soldi che ci mettiamo in tasca". È il lato finanziario della globalizzazione, che da almeno trent'anni ammalia e atterrisce con la sua strabordante irrealtà. Ma di questo si è scritto e recitato in abbondanza. Non ci sono film invece sul moto perpetuo che, da un continente all'altro, carica e scarica vagoni di treni, rimorchi di camion, stive di mercantili. Niente fuffa, qui, ma la materia bruta di cui sono fatti i nostri consumi: petrolio, litio, rame, ma anche grano, cotone, caffè...

Quando l'old economy incontra l'ipermodernità l'effetto è spettacolare anche se spesso poco commendevole. Eppure il sistema che irrora di merci il villaggio globale suscita men…

In The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese c'è la scena strepitosa dell'esperto Matthew McConaughey che spiega al novellino Di Caprio il segreto del loro mestiere di broker: "Noi trattiamo fuffa, aria, miraggi, l'unica cosa reale sono i soldi che ci mettiamo in tasca". È il lato finanziario della globalizzazione, che da almeno trent'anni ammalia e atterrisce con la sua strabordante irrealtà. Ma di questo si è scritto e recitato in abbondanza. Non ci sono film invece sul moto perpetuo che, da un continente all'altro, carica e scarica vagoni di treni, rimorchi di camion, stive di mercantili. Niente fuffa, qui, ma la materia bruta di cui sono fatti i nostri consumi: petrolio, litio, rame, ma anche grano, cotone, caffè...

Quando l'old economy incontra l'ipermodernità l'effetto è spettacolare anche se spesso poco commendevole. Eppure il sistema che irrora di merci il villaggio globale suscita meno interesse dei flussi di dati che sfamano i lupi di Wall Street. In quanti sanno che l'epicentro del commercio mondiale di carbone è immerso tra le verdi colline del Canton Zugo, in Svizzera? O che la guerra di Libia del 2011 fu vinta dai ribelli anche grazie alle rocambolesche forniture di petrolio di un trader intimo di Fidel Castro e habitué di Downing Street? Su questo, oltre ai film sono rari anche i libri: "Perché solo negli ultimi anni si è capito che quello dei trader è un business gigantesco, che non può prosperare senza il controllo della pubblica opinione" dice il reporter di Bloomberg Jack Farchy, che con il collega Javier Blas ha appena pubblicato The World for Sale (Il mondo in vendita, Random House Business), una rara ricognizione nel mondo delle commodities che oscilla inevitabilmente tra cronaca, analisi e romanzo d'avventura.

Nel 2019 il Giappone, quinto Paese esportatore del mondo, ha venduto beni per 705 miliardi di dollari. Nello stesso periodo le prime quattro compagnie di trading a livello mondiale hanno fatto meglio, raggiungendo l'astronomica cifra di 725 miliardi. La differenza è che i giapponesi sono 125 milioni, mentre con l'unica eccezione della svizzera Glencore, quotata in Borsa dal 2011, i proprietari dei colossi del trading sono poche decine o centinaia di partner. L'altra faccia della globalizzazione coinvolge tutto il mondo e poche persone: da un lato migliaia di miniere, pozzi e campi, milioni di lavoratori che estraggono, coltivano e immagazzinano tonnellate di cose, dall'altro un drappello di aziende in grado di trasformare tutto, sempre, ovunque, in merce.

CEREALI (Getty Images) 

L'americana Cargill con un fatturato di 114 miliardi di dollari è leader mondiale nel commercio di cereali, l'olandese Vitol movimenta un quarto dell'interscambio planetario di petrolio, Trafigura con sedi a Singapore e Ginevra è leader nel commercio del rame, mentre tra le tante attività che alimentano i 215 miliardi del suo fatturato Glencore primeggia nell'interscambio di metalli, grano e carbone con quasi una nave carboniera su quattro. E sì che, sebbene da qualche anno abbiano finito per impadronirsi anche di fette importanti del sistema produttivo, per decenni i trader si sono rimpinzati di import ed export senza possedere praticamente nulla: "La loro forza è sempre stata il capitale umano" spiega Farchy. "Quando Marc Rich, uno dei padri fondatori del settore, apre la sua azienda nel 1978, ha con sé un paio di colleghi e una linea telefonica". Quarant'anni e un paio di rivoluzioni tecnologiche dopo, un top manager di Glencore continua a sfornare contratti milionari con la stessa lapidaria ricetta: "Questo business è fatto di relazioni, relazioni e relazioni". Oliver Classen di Public Eye, associazione svizzera che da anni incalza i giganti del trading con sede nella Confederazione, lamenta che il libro di Farchy e Blas più che Il mondo in vendita avrebbe dovuto intitolarsi Il mondo in liquidazione.

CARBONE (Alamy /Ipa) 
C'è un cono d'ombra del commercio mondiale che i trader hanno finito per trasformare nella loro preziosa tortuga: "Molte di queste aziende hanno sede in Svizzera perché qui le infrastrutture di comunicazione sono all'avanguardia, le imposte bassissime, e le autorità hanno sempre avuto un approccio molto soft alle accuse di opacità e corruzione che gravano su questo settore" spiega Farchy. L'epopea dei trader è stata anche un lungo, a tratti esaltante, più spesso repellente, corpo a corpo con leggi nazionali, trattati internazionali e semplici precetti morali: per citare solo un paio di esempi, nel 2006 il capoazienda di Trafigura scontò cinque mesi di carcere in Costa d'Avorio per un traffico di rifiuti tossici, nel 2015 Glencore ha pagato 80 milioni di dollari di risarcimenti alla Romania per una frode petrolifera di vent'anni prima, nel 2019 la ginevrina Gunvor ne ha pagati 95 per corruzione in Congo Brazzaville e Costa d'Avorio. 

 

Ma oltre all'illegalità spicciola, c'è il potere di fare e disfare i destini del mondo, soprattutto del terzo: fu il multimiliardario Marc Rich a inventarsi un improbabile export dall'Iran al Burundi per rifornire di petrolio il Sud Africa dell'apartheid sotto embargo, è stata Vitol a salvare la Cuba di Fidel Castro quando il crollo dell'Urss sembrava una sentenza inappellabile, è ora Trafigura ad accollarsi un buon 10 per cento dell'investimento nel petrolio artico di Vladimir Putin, ed è stata la falange compatta dei trader a fare profitti enormi alimentando di risorse naturali il boom cinese del nuovo millennio (nel 1990 Cina e Italia consumavano la stessa quantità di rame, oggi noi contiamo per un ventesimo). Quella delle società di trading è politica travestita da affari,  o viceversa. Che siano grandi imprese o miserabili truffe, le gesta dei signori del commercio seguono tutte il motto del colosso americano Cargill: "Andare dappertutto".

PETROLIO (Alamy / Ipa) 
Come i metereologi, anche i trader detestano la stabilità dell'alta pressione. I grandi affari si fanno tra i lampi del cambiamento: "All'inizio degli anni Settanta le sette sorelle movimentavano il 90 per cento del petrolio mondiale, dieci anni dopo un'ondata di nazionalizzazioni le aveva fatte scendere al 42" ricorda Farchy. "È qui che esplode il business dei trader". Hanno accumulato fortune nella Russia degli anni Novanta, tra le guerre africane di inizio millennio, e sì, anche nell'annus horribilis della pandemia: "Si parla spesso dei profitti di Amazon, Netflix, Zoom" chiosa Farchy. "Ma comprando petrolio quando il mondo si è fermato, stoccandolo per mesi, e rivendendolo alla ripartenza, nel 2020 Vitol e Glencore hanno fatto i migliori affari di sempre". Come dice The World for Sale, le compagnie di trading sono la manifestazione visibile della mano invisibile del mercato. Non che sia sempre un bel vedere.

Sul Venerdì del 4 giugno 2021