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Con Isaka Kotaro il delitto viaggia sul treno

Lo scrittore giapponese Isaka Kotaro, 50 anni (Osamu Oshikawa) 
Lo scrittore piazza sette killer sullo Shinkansen, il convoglio superveloce giapponese. E conquista Hollywood con un thriller tra Agatha Christie e Tarantino. Intervista
5 minuti di lettura

Gli Shinkansen che sfrecciano in Giappone sono detti "treni proiettile" per la velocità, che tocca i 320 chilometri l'ora. Ma nel romanzo di maggior successo di Isaka Kotaro, I sette killer dello Shinkansen, appena pubblicato da Einaudi Stile Libero, la parola proiettile assume significati assai più letali. Anche perché sul treno dove si ambienta tutto il romanzo viaggiano tipi assai poco raccomandabili. Dal "Calabrone", enigmatico assassino che uccide con spilloni avvelenati, a "Coccinella" Nanao, micidiale nelle arti marziali ma affetto da sfortuna cronica, agli "agrumi" Lemon e Mikan, killer esperti che, per i dialoghi surreali che intrattengono, ricordano il John Travolta e il Samuel Lee Jackson di Pulp Fiction. Per non parlare del vero e proprio mostro del romanzo: Oji, "il Principe", un ragazzino delle medie che dietro il suo aspetto innocente cela un concentrato di pura malvagità come raramente se…

Gli Shinkansen che sfrecciano in Giappone sono detti "treni proiettile" per la velocità, che tocca i 320 chilometri l'ora. Ma nel romanzo di maggior successo di Isaka Kotaro, I sette killer dello Shinkansen, appena pubblicato da Einaudi Stile Libero, la parola proiettile assume significati assai più letali. Anche perché sul treno dove si ambienta tutto il romanzo viaggiano tipi assai poco raccomandabili. Dal "Calabrone", enigmatico assassino che uccide con spilloni avvelenati, a "Coccinella" Nanao, micidiale nelle arti marziali ma affetto da sfortuna cronica, agli "agrumi" Lemon e Mikan, killer esperti che, per i dialoghi surreali che intrattengono, ricordano il John Travolta e il Samuel Lee Jackson di Pulp Fiction. Per non parlare del vero e proprio mostro del romanzo: Oji, "il Principe", un ragazzino delle medie che dietro il suo aspetto innocente cela un concentrato di pura malvagità come raramente se ne vedono anche nei thriller più cinici.

Le vicende di tutti questi personaggi gravitano intorno a una valigia piena di soldi che passa di mano in mano, anche in modo molto cruento, e a situazioni a forti tinte, come cadaveri da occultare tra i posti dei passeggeri o nelle toilette. Fino alla resa dei conti finale. Impossibile non pensare a una magia nera giapponese, il kodoku, che prevede di mettere in un unico contenitore una serie di animali velenosi che si massacreranno fino a che non ne resterà uno solo, il cui estratto darà poteri sovrumani. I sette killer dello Shinkansen è il secondo romanzo della "trilogia dei killer" di Isaka, ma viene pubblicato per primo in Italia perché è il più riuscito: lo stesso autore lo considera il suo capolavoro, si può leggere in autonomia dagli altri ed è soprattutto l'ispirazione per un thriller hollywoodiano con Brad Pitt, Lady Gaga e Sandra Bullock che uscirà prossimamente.

Il treno proiettile giapponese (Getty Images) 

Come nasce l'idea per questo thriller, mister Isaka?
"Anche il mio romanzo precedente, Grasshopper, era una storia di assassini. Progettando il sequel, ho pensato che sarebbe stato interessante avere un gruppo di killer esperti che si affrontano in uno spazio chiuso e con poca libertà di movimento".

Proprio come in un kodoku, insomma...
"Si riferisce agli animali velenosi nella scatola, vero? In realtà non ci avevo pensato. Ma è un'idea brillante. Se mi dà il permesso la userò per un nuovo romanzo!".

Dica la verità, l'idea di uccidere gente sul treno ogni tanto le viene quando si trova a bordo e qualcuno ha dei comportamenti fastidiosi...
"Senza dubbio mi sono capitati episodi poco gradevoli sullo Shinkansen, in cui qualcuno - magari ubriaco - occupava il mio posto prenotato. Ma in questi casi non ho mai covato vere pulsioni omicide".

Vedendo le peripezie dei personaggi, i lettori potrebbero chiedersi se sia così facile nascondere una valigia zeppa di soldi in un treno.
"Per questo aspetto della trama mi sono fatto aiutare da un redattore. L'ho fatto salire sullo Shinkansen e gli ho chiesto di aprire tutti gli spazi in cui si poteva immaginare di inserire o poggiare oggetti come una borsa. Facendogli scattare fotografie. Chissà cosa avranno pensato i controllori".

Tra i personaggi che, per quanto negativi, si candidano a diventare beniamini dei lettori ci sono Lemon, killer che parla ossessivamente delle storie infantili del Trenino Thomas, che per lui sono una specie di faro morale, e Mikan, appassionato lettore di Virginia Woolf e Dostoevskji. Insomma, una vera e propria "strana coppia". Come sono nati?
"Io adoro scrivere dialoghi. Ho voluto creare un'interazione interessante tra due personaggi rendendoli quasi degli opposti, dotati di fissazioni in contrasto tra loro. Ho caratterizzato Mikan con l'amore per la letteratura che contraddistingue anche me. Per Lemon invece ho preso ispirazione da mio figlio, che conosce molto bene le storielle animate del Trenino Thomas. Così non ho dovuto sforzarmi nel fare ricerca: mi bastava chiedere a lui".

Il trenino Thomas 

Devo dire che sentire un efferato killer citare a più riprese un cartone per bimbi piccoli è davvero singolare.
"Per me il dialogo serve a stemperare la tensione. Questa è una storia di assassini, e come tale crea tensione. Allora è necessaria un'antitesi per bilanciare il tutto. Perché se ci si concentra solo sull'elemento dell'assassino, rimane una dimensione di paura costante e si può perdere mordente. Per animare un testo servono gli opposti. Prendiamo un altro dei killer, Nanao: è sia scaltro che sfortunato. È proprio questa natura doppia a renderlo interessante".

Non solo per i dialoghi vivacissimi e a tratti spassosi, ma anche per il modo in cui intreccia con precisione luciferina le vicende dei personaggi, lei è stato paragonato al Quentin Tarantino di Pulp Fiction. Si rivede in questo paragone?
"È un'influenza che ho ricevuto. Io amo molto il cinema, e quindi anche i film di Tarantino. Come lui credo che quando ci sono dei dialoghi devono essere interessanti e divertenti. Per il discorso che facevo prima: in un momento di grande tensione voglio che ci sia anche il suo opposto, ovvero un dialogo scoppiettante o lunare.  E questa è una caratteristica anche dei film di Tarantino".

Come definirebbe l'anima di questo romanzo?
"Ho scritto I sette killer dello Shinkansen concentrandomi sull'elemento del divertimento. È questa la forza di gravità del romanzo: ho cercato di ottenere un livello di intrattenimento che andasse anche al di là di quello che può dare un film.  Vede, un film può basarsi anche solo sulle scene d'azione. Se guarda un film che parla di corse automobilistiche, già solo le scene delle corse, con tutta quell'azione che si vede, potrebbero bastare al film. Ma se la stessa scena di inseguimenti tra auto io la trascrivessi su carta, non avrebbe lo stesso mordente. A dare forza a un film può bastare il movimento. A dare forza a un romanzo invece deve essere un'idea. In questo caso l'idea di un confronto senza esclusione di colpi tra killer dotati di motivazioni molto diverse. E una volta scelta l'idea, io decido poi come svilupparla facendo in modo che ogni passaggio sia diverso dal precedente, mostrando aspetti di questa idea che possono essere sviluppati pagina per pagina".

Perché i lettori sono così affascinati dalle storie di malavita?
"Credo sia perché si tratta di un'esperienza simulata, di un piacere vicario e un po' indicibile. Nessuno di noi, nella realtà, vorrebbe avere a che fare con quel mondo. Ma poter leggere vicende cruente e criminali rimanendo al sicuro diventa un modo per dissipare queste paure. È un po' come andare sulle montagne russe. Poi, dal mio punto di vista di scrittore, avere dei criminali come personaggi mi dà più libertà. Perché sono personaggi che potrebbero fare di tutto, senza essere frenati da timidezze o convenzioni. Vede, a volte dei miei romanzi si dice che 'galleggiano a pochi centimetri dalla realtà'. Io tengo molto a stabilire un livello di intrattenimento che non si scolleghi dalla realtà. Se scrivessi storie di magia, queste sarebbero non a pochi centimetri ma molti metri sopra la realtà. Invece quello che mi piace è proprio creare una distinzione sottilissima, un'ambiguità che faccia chiedere al lettore: 'Ma è vero o no?'. È questo che mi porta a creare degli assassini che adorano Il trenino Thomas, è questo che rende il mondo criminale perfetto per i miei scopi".

A proposito di confini della realtà. Qual è la cosa più strana che le è successa alla presentazione di un romanzo?
"In realtà io rifuggo da questi eventi. Pur avendo molti lettori in Giappone, sono davvero pochissimi, quasi nessuno, quelli che possono dire di avermi visto dal vivo. L'ultimo incontro bizzarro che ho avuto è stato con un agente immobiliare. Quando ha visto il mio nome ha detto: 'Ah, ma io adoro i suoi libri!'. E subito dopo ha citato il nome di un romanzo. Che però non era mio".

So che lei, per via di accordi con Hollywood, non può parlare del film. Ma mi dica almeno qual è l'aspetto del romanzo che è stato più apprezzato dai produttori.
"Senza dubbio il fatto che ce l'ho messa tutta per scrivere un libro che intrattenesse più di un romanzo, più di un manga, più di un film. Questo è anche il motivo per cui finora ho sempre resistito alla tentazione di cederne i diritti per la trasposizione cinematografica: perché per me la forma romanzo era il modo più interessante di fruirne. Perlomeno all'interno del Giappone. Un film di Hollywood può essere il modo migliore per far conoscere quest'opera fuori dai confini nazionali. E così ho accettato".

Sul Venerdì del 18 giugno 2021