La ragazza che fuggì dal padre padrone
di Carlo Lucarelli , di Carlo LucarelliChiameremo Saman anche lei, nonostante non sia il suo vero nome, e si capirà facilmente perché quello sia meglio non usarlo.
Succede da qualche parte in Emilia-Romagna, qualche anno fa. Saman ha diciannove anni e arriva in Italia per ricongiungersi col padre, che da tempo
è immigrato dal Pakistan. I suoi hanno divorziato quando era piccola, lei è rimasta con la madre e adesso vuole approfittare di questa opportunità e venire da noi per fare altre cose. Tante cose. Non conosceva molto bene suo padre, ma non immaginava che fosse così. Ottuso, duro, e soprattutto violento. In Italia si era fatto un’altra famiglia, da cui era stato già allontanato con l’accusa di maltrattamenti.
Il padre di Saman accoglie la figlia e la chiude in casa. La tratta come una schiava e se lei si lamenta, o peggio, non obbedisce, lui la punisce duramente. Il padre di Saman, la nostra Saman, ha un progetto per la figlia. La sta allevando come una mog…
Chiameremo Saman anche lei, nonostante non sia il suo vero nome, e si capirà facilmente perché quello sia meglio non usarlo.
Succede da qualche parte in Emilia-Romagna, qualche anno fa. Saman ha diciannove anni e arriva in Italia per ricongiungersi col padre, che da tempo
è immigrato dal Pakistan. I suoi hanno divorziato quando era piccola, lei è rimasta con la madre e adesso vuole approfittare di questa opportunità e venire da noi per fare altre cose. Tante cose. Non conosceva molto bene suo padre, ma non immaginava che fosse così. Ottuso, duro, e soprattutto violento. In Italia si era fatto un’altra famiglia, da cui era stato già allontanato con l’accusa di maltrattamenti.
Il padre di Saman accoglie la figlia e la chiude in casa. La tratta come una schiava e se lei si lamenta, o peggio, non obbedisce, lui la punisce duramente. Il padre di Saman, la nostra Saman, ha un progetto per la figlia. La sta allevando come una moglie, o meglio, secondo l’idea che lui ha di una moglie, per farla sposare a un suo cugino a cui l’ha promessa. Quando anche lui arriverà in Italia, Saman sarà sua. Sua, in tutti i sensi.
Saman non vuole, ma non può farci niente. Finché un giorno non riesce a mettere le mani sul telefono del padre, che si è distratto, e chiama la madre, in Pakistan, per chiedere aiuto. Allora si mette in moto una rete, perché nonostante ci siano persone che lo vogliono ancora immobile, isolato e chiuso, per fortuna il mondo non è più quello di una volta.
La mamma di Saman chiama un parente in Italia, che chiama i carabinieri che vanno a casa del padre di Saman. La ragazza è chiusa dentro, come sempre quando lui esce, i carabinieri lo rintracciano, si fanno aprire, liberano la ragazza, lo arrestano e lui finisce dentro per una serie di accuse a cui non sono estranei i brutti segni che Saman ha sul volto e sul collo.
Saman viene aiutata, nascosta e protetta, perché di gente come suo padre, con quelle idee lì e la pretesa di farle rispettare a tutti, anche con la violenza, in giro ce n’è ancora. Accusare una cultura, un Paese e una religione intera è sbagliato, parliamo di persone cattive. Che è una generalizzazione anche così, dovremmo dire problematiche, ma quello che fanno è talmente brutto che te lo strappano dalle dita, quell’aggettivo.
A Saman, questa Saman, è andata bene, ha iniziato un progetto di vita libero, ha sposato chi voleva lei ed è felice, e infatti questa è una brutta storia con un lieto fine.
Ad altre Saman, lo sappiamo, è andata diversamente, e quelle sì, sono brutte storie, che non vorremmo raccontare più.
Sul Venerdì del 18 giugno 2021