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I piccoli birrai hanno una grande spina nel fianco

(Cristiano Minichiello/Agf) 
Le multinazionali hanno iniziato con le Peroni e le Ichnusa. Poi hanno puntato ad acquisire quelle artigianali. Vista la resistenza italiana ora cambiano strategia. E si travestono
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L'ULTIMA linea del fronte dell'italianità si stende per 183 chilometri tra San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, e Lagundo, a pochi chilometri da Merano in Alto Adige. Quel che resta di gran parte della birra tricolore ha la residenza in questa piccola porzione di territorio del profondo Nordest: tra gli stabilimenti in Friuli di Birra Castello, proprietaria anche dei marchi Pedavena, Dolomiti e Superior, e quelli di Forst, azienda con oltre 160 anni di storia guidata da Margherita Fuchs von Mannheim, che oltre al brand omonimo mette sul mercato anche la Menabrea, storica azienda di Biella. Tutto il resto, o quasi, della birra sui nostri scaffali veste italiano ma è in mano ai giganti stranieri del settore, che ormai da diversi anni si sono accaparrati tutte le principali etichette nostrane. Secondo i dati elaborati da Birritalia, il 59 per cento delle vendite di birre prodotte in Italia si concentra in tre grandi gruppi.

Moretti e le altre

A fare da pa…

L'ULTIMA linea del fronte dell'italianità si stende per 183 chilometri tra San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, e Lagundo, a pochi chilometri da Merano in Alto Adige. Quel che resta di gran parte della birra tricolore ha la residenza in questa piccola porzione di territorio del profondo Nordest: tra gli stabilimenti in Friuli di Birra Castello, proprietaria anche dei marchi Pedavena, Dolomiti e Superior, e quelli di Forst, azienda con oltre 160 anni di storia guidata da Margherita Fuchs von Mannheim, che oltre al brand omonimo mette sul mercato anche la Menabrea, storica azienda di Biella. Tutto il resto, o quasi, della birra sui nostri scaffali veste italiano ma è in mano ai giganti stranieri del settore, che ormai da diversi anni si sono accaparrati tutte le principali etichette nostrane. Secondo i dati elaborati da Birritalia, il 59 per cento delle vendite di birre prodotte in Italia si concentra in tre grandi gruppi.

Moretti e le altre

A fare da padrona è Heineken Italia, che distribuisce tra gli altri Birra Moretti, Ichnusa, Dreher e Birra Messina, e che nel 2019 - ultimo anno di vendite prima dello shock della pandemia - valeva il 31 per cento del totale. Parla giapponese ormai da quasi cinque anni Birra Peroni, seconda nella classifica del mercato con  il 18,3 per cento delle vendite, acquisita dal colosso nipponico Asahi nel 2016 dopo che l'Antitrust europeo aveva imposto alla britannica SabMiller di cedere alcune delle sue controllate per autorizzare la maxi fusione con AB InBev.

Il gigante belga, terzo posto in Italia con il 9,4 per cento, è il dominus assoluto del settore con quasi il 30 per cento della quota di mercato mondiale. Oltre a importare in Italia marchi come Corona, Budweiser, Beck's, Stella Artois e Leffe nel 2016 ha sorpreso gli addetti ai lavori quando ha rilevato Birra del Borgo, giovanissima azienda reatina diventata in poco tempo il primo birrificio artigianale in Italia per dimensioni. Un campanello di allarme che ha lasciato intendere come l'appetito dei colossi stranieri, prosciugato o quasi il bacino dei grandi marchi italiani sul territorio, potesse rivolgersi verso realtà ancora più piccole. Lo stesso anno, un destino analogo è toccato ai lombardi di Hibu, rilevati da Heineken.

Nel 2017 era stata la volta di Birradamare, piccolo birrificio made in Ostia che ha guadagnato rapidamente popolarità con il marchio 'na biretta, finito sotto il controllo degli americani di Molson Coors. Sempre nello stesso anno era stato il turno di Birrificio del Ducato, con l'ingresso in due fasi del gruppo Duvel Moortgat, salito nel 2018 a controllare il 70 per cento.

Soltanto Heineken

"Quando alcuni anni fa le grandi multinazionali sono scese in campo con le prime acquisizioni ci siamo spaventati molto, ora va detto che il fenomeno si è arrestato", spiega Vittorio Ferraris, presidente di Unionbirrai, l'associazione che raccoglie la gran parte dei microbirrifici italiani e delle realtà artigianali che nel complesso, tra birrifici e le cosiddette beer firm, conta 1.195 realtà e una produzione di 675 mila ettolitri. "Si tratta di iniziative che non hanno avuto grande seguito: a parte Heineken, gli altri hanno fatto un po' più di fatica a crescere come si immaginava" prosegue Ferraris. "Nel resto del mondo invece è un fenomeno che prosegue e anzi si sta rafforzando, basti pensare che negli Stati Uniti le acquisizioni stanno facendo collassare il mercato artigianale. La logica che c'è dietro in quel caso però è molto chiara: togliere player dal mercato".

Se da un lato quindi lo shopping delle multinazionali straniere si è fermato davanti alla galassia delle realtà artigianali italiane, Ferraris intravede un altro fenomeno importante: un tentativo di "cosmesi" da parte dei colossi sui propri marchi. "Accanto alle acquisizioni, quello che stanno facendo questi grandi gruppi è anche cercare di dare una veste maggiormente artigianale ad alcuni dei loro prodotti: basti pensare ai riferimenti al sistema di filtrazione o al numero dei luppoli. Tutti dettagli che inducono il consumatore verso un messaggio di artigianalità che però nella realtà dei fatti non c'è".

Un anno terribile

L'emergenza Covid intanto ha spaccato in due il mondo della produzione. Mentre il comparto industriale è riuscito a reggere l'urto della crisi, per il mondo artigianale il colpo è stato durissimo. Secondo gli ultimi dati diffusi da Assobirra, l'associazione di categoria di Confindustria che raduna i grandi operatori industriali del settore, quindi prevalentemente le controllate straniere dei colossi mondiali, la produzione in Italia è diminuita dell'8,4 per cento, passando da 17,29 milioni di ettolitri a 15,83, dopo che nei dieci anni precedenti si era registrata una crescita del 34,6 per cento. Rilevante anche il calo dei consumi, scesi dell'11,4 per cento tra il 2019 e il 2020. Numeri ben più pesanti ha osservato invece il mondo dei microbirrifici, stretti dalla chiusura di bar e pub, principale canale di vendita dei prodotti che difficilmente trovano lo sbocco della grande distribuzione, ma senza poter contare sui benefici dei ristori, perché inquadrati in una realtà assimilata alla produzione agroalimentare e non alla somministrazione. In altre parole, la pandemia tecnicamente non ha compromesso la possibilità di produrre birra, ma ha reso impossibile venderla.

"È stato un anno veramente terribile per la produzione: abbiamo registrato un calo tra il 30 e il 40 per cento delle vendite: senza dubbio è stata una batosta" osserva Ferraris. "Allo stesso tempo ci si è attrezzati per raggiungere quei consumatori diretti, attraverso le attività di delivery o e-commerce, che prima era difficile intercettare. Da questo punto di vista è stata una svolta e si è aperto un nuovo mondo".

Sul Venerdì del 18 giugno 2021