Il Venerdì

Gerusalemme tremila anni dopo

La capitale contesa e divisa tra diverse religioni, etnie e culture, celebra il terzo millennio dalla fondazione del re David. Dibattiti, concerti, mostre. E polemiche
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Sono passati tremila anni da quando David conquistò Gerusalemme e ne fece la capitale del su regno. Da allora la città ha subito venti assedi e altrettante distruzioni, due periodi di abbandono, diciotto ricostruzioni e undici cambi di religione. Per più di un anno, a partire dal 4 settembre e fino al gennaio del 1997, gli ebrei di Gerusalemme, di nuovo alla guida della città, festeggeranno questo loro anniversario nell’indifferenza di islamici e cristiani, le altre due etnie religiose storiche della città.

L’inaugurazione, nel sito archeologico della “Città di David” aprirà una serie di manifestazioni culturali, musicali, turistiche cui parteciperà gran parte dell’intelligenza ebraica mondiale. Un modo per sottolineare la Gerusalemme degli ebrei ma, inevitabilmente, anche per tornare a parlare di una città che resta divisa, religiosamente e politicamente, tra le culture che l’hanno costruita e distrutta innumerevoli volte: quella islamica, quella ebrea, quella cristiana.

Entrando nella città vecchia di Gerusalemme dalla porta di Jaffa, ci sono quattro direzioni che si possono prendere, e ognuna corrisponde ad un mondo, a delle pietre e a una parte di memoria. Come una Disneyland seria e a volte feroce, subito a sinistra si trova il mondo dei cristiani; se si procede un po', dallo stesso lato, ci si getta nel suq degli arabi, che porterà al giardino grande e magnifico del Tempio della Roccia. A destra si può scegliere tra i colori cupi degli Armeni, gravati da un olocausto neppure ricordato, o si può entrare ne vecchio quartiere degli ebrei, mille volte raso al suolo e mille volte ricostruito.

Ma oggi è venerdì, e conviene procedere verso il mondo arabo, rinunciando al bazaar, che è chiuso, e accontentandosi dei richiami sacri del muezzin. Questa vecchia Gerusalemme, grande da sola quanto le altre tre messe insieme, è l’avamposto di un’intera città. Gerusalemme Est, autonoma e ignorata. Non ci vanno quasi mai i turisti, ci passano. Passano per andare all’American Colony, l’albergo coloniale-ottomano dall’atmosfera straordinaria, forse il più  affascinante della città; passano per salire al monte degli Ulivi, al cimitero ebraico o alla Cappella Russa dell’Ascensione, per visitare la tomba di Maria. Ma Gerusalemme Est, per altro, è una specie di città clandestina che nessuna guida ufficiale vi poterà a vedere.

Uscendo dalla città vecchia dalla porta di Damasco, la più monumentale, o da quella di Erode, ci si immerge in un perfetto mondo arabo, del tutto separato e incontaminato. Un mondo dove i taxisti spesso non conoscono i nomi delle strade di Gerusalemme Ovest. Così come quelli di là non conoscono, quasi mai, i nomi delle strade della zona est. Il confine è caduto, non servono più passaporti. Ma le città sono separate, inesorabilmente. Le strade qui, si chiamano El Hariri, Suleiman, El Azzara. Nel fitto dei vicoli si sbuca in uno slargo dove le auto sembrano ruderi abbandonati. La gente si fa attorno mentre una musica negro-americana rende tutto poco credibile. Un giovane si avvicina: “Cercate Ziad Abu Zayyad?”. Come può aver indovinato? “Al primo piano” dice soddisfatto.

Ziad Abu Zayyad è uno degli intellettuali più stimati della Gerusalemme araba, co-direttore (con l’israeliano Victor Cygielman) del Palestinese-Israel Journal, unico periodico che mette insieme deliberatamente scritti di palestinesi e di israeliani. “Ora” dice “si vuol celebrare la Gerusalemme degli ebrei, quella di tremila anni fa. A parte il fatto che Gerusalemme esisteva anche prima, verrebbe da chiedere: perché proprio i tremila? Perché duemila anni fa Gerusalemme era romana, perché mille anni fa era musulmana. Chi vuole appropriarsi di Gerusalemme persegue la linea dell’ostilità e del non dialogo. La pace non si avrà mai se non si risolverà la questione di Gerusalemme”

Gerusalemme, per i palestinesi, è la città santa, la terza dell’Islam dopo La Mecca e Medina. E sulle spalle millenarie della città grava il primo dei tanti fardelli storici. Storia che corrode, che esaspera, memoria che diventa rivendicazione, formalismo e violenza. Storia che governa e fa morti. Più in là, in cittadine dai nomi dolci e cristianamente evocativi come Betlemme, ci sono i territori occupati. A trenta minuti, e venti minuti da Gerusalemme. Ma quegli arabi, dopo le nove, in città non possono entrare. Hanno targhe blu mentre gli abitanti di Gerusalemme le hanno chiare. Hanno carte d’identità arancioni mentre a Gerusalemme le hanno chiare. Subiscono blocchi, controlli continui ed umilianti, vengono trattati da una polizia onnipresente come nemici. Non possono non essere ostili. “D’altronde qui è in coso un’occupazione militare”, spiegano gli ebrei. Ed è vero. Ma è un’occupazione la cui fine è sempre rinviata.

Il venerdì è giorno di preghiera e i turisti non possono entrare nel grande spiazzo delle due moschee, nella città vecchia. Tutto è immobile e cupo, i militari presidiano gli ingressi a tutta la zona religiosa dei musulmani ma se chiedi loro dov’è la moschea rispondono, guardando il muro che la circonda da dieci metri di distanza: “Non saprei”.

Entrando nella città vecchia di Gerusalemme dalla Porta del Letame, si arriva nella città degli ebrei. Città moderna ma senza età, come quasi tutta Gerusalemme. La pietra chiara, appena rosata, i massi squadrati, non consentono, a chi non sia allenato, di distinguere tra le epoche se non con fatica. Il Sabbath inizia venerdì sera al tramonto. Quel che resta del Secondo Tempio, distrutto prima dei maccabei e poi dai romani, è un povero muro contro il quale pregano, con il tradizionale movimento dondolante, uomini e donne divisi da una paratìa. Persino  su questo residuo di quel che fu l’ultimo grande tempio ebraico (il terzo si potrà costruire solo con la venuta del Messia, che gli ebrei ancora attendono) si affatica l’interpretazione storica. Ci sono pietre del tempo di Erode e pietre più recenti. Nelle intercapedini ci sono migliaia  di bigliettini, grazie richieste. Ne arrivano, per fax, persino dagli ebrei statunitensi e qualche anima pietosa trova posto anche a questi nel muro.

Quando il controllo di questa zona era degli arabi, durante la dominazione inglese, gli ebrei ebbero vita difficile. C’erano musulmani che portavano qui le loro bestie, in segno di disprezzo, facendole passare tra i fedeli e lasciando lì gli escrementi a bella posta. Non era consentito portare panche di legno per sedersi a pregare, neppure una sottile stoffa per terra per dividere uomini e donne. Il muro era profanato di continuo, venivano bruciati arredi e rotoli della Torah nelle stanze attigue, persino i bigliettini. Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, tutto è cambiato. Gli ebrei hanno ripreso Gerusalemme, ricostruito la loro città antica, riconquistato il muro, ritrovato nuovo entusiasmo. Un mese fa una sentenza della Suprema Corte, ritenuta spericolata da molti tra gli stessi ebrei, ha rovesciato la situazione. Gli ebrei adesso, possono entrare a pregare addirittura nello spiazzo delle moschee, sacro ai musulmani.

“Quella fra laici e religiosi” spiega Mario Sznajder, docente di scienza politica a Gerusalemme, “è una delle vere divisioni di Gerusalemme. Qui non c’è destra e sinistra, o significa poco. Ci sono laici e religiosi  arabi ed ebrei, falchi e colombe nelle trattative, vecchi insediati  e nuovi arrivati, sefarditi ed ashkenaziti, poveri e ricchi. La sinistra può esprimere posizioni di estrema intransigenza antiaraba o può farlo la destra. Ci sono falchi arabi che mai  tratteranno e falchi israeliani che vogliono  tutto con la forza. Ci sono colombe da entrambe le parti, persone ragionevoli. Soprattutto nel passato il potere dei vecchi insediati era assai più forte di quello dei nuovi e quello degli ashkenaziti, gli ebrei del centro Europa soprattutto, superiore a quello dei sefarditi, gli ebrei del sud e del Mediterraneo. Chi riduce a destra e sinistra, come spesso fanno i giornali, rischia di non capre né spiegare niente”.

“Spesso” conferma l’ex ministro della Giustizia e uomo di punta del Likud, il partito conservatore, Dan Meridor “i ruoli si invertono come accadde a me nel governo unitario di likud e laburisti. Gerusalemme va affrontata sotto il profilo dei problemi quotidiani – e per i palestinesi si può fare ancora molto - , sotto il profilo religioso e sotto quello politico. Ma, comunque, Gerusalemme sarà la capitale di Israele. Gli arabi potranno viverci sempre meglio, ma non potranno chiedere che sia la capitale della Palestina, uno stato che non esiste e non è mai esistito”.

Laici e religiosi: il rapporto è sempre più teso. La polizia interviene durante grandi manifestazioni di ultra-ortodossi che non accettano la linea della trattativa. Le scene sono aspre: donne e bambini con manifesti vengono caricati sui cellulari. Le auto suonano i loro clacson, i taxi cercano di passare tra un arresto e l’altro. E’ vita quotidiana. Il 28 per cento degli adulti di Gerusalemme è ultra-ortodosso. Ma i religiosi fanno tanti figli e, tra i ragazzi, il rapporto è già al 40 per cento. Lo stato laico di Israele morirà soffocato da un’ondata demografico-ortodossa?

A Mea She’arim, il quartiere degli ultra ortodossi, si può capire di cosa stiamo parlando. D’un tratto, passato un attraversamento pedonale, si viene catapultati in un villaggio polacco del secolo scorso. Ci sono Naturei Karta (che non riconoscono Israele perché non è Stato religioso) e Chassidim, vestititi di nero o di blu scuro, con il cappotto o le lunghe vestaglie benché sia estate piena, i boccoli sotto il borsalino o sotto il colbacco, a seconda della setta d’appartenenza. Camminano lungo i muri, a volte con dei bambini per mano e fra le gambe, parlano jiddish – dialetto centro-europeo che sa di tedesco – per non contaminare l’ebraico, lingua sacra; le donne sposate sono rasate e portano il velo sulla testa. Per terra, lungo le strade, oltre le porte che chiudono la vecchia Mea She’arim (oggi estesa e trasbordante di ortodossi nuovi, di figli su figli) ci sono i cartelli che invitano le donne alla modestia degli abiti e dei modi. C’è spazzatura lungo le strade e sacchi di pane raffermo per i poveri che, più spesso, vengono utilizzati dai topi. Anche le case sono quelle di un villaggio polacco dell’Ottocento: piccole, anguste, poverissime. Come potrebbe essere altrimenti? Quasi nessuno qui lavora, tutti sono presi dallo studio dei Sacri Testi, che è cosa ben più importane.

E chi dà loro i soldi per vivere? “Io, maledizione” dice il tassista. Si riferisce alle tasse che si esigono per dare contributi che il governo versa a questa grande parte di città (che non paga imposte e rifiuta la leva). Grande per fede e per numero di voti.

“Che vuole” dice il vicesindaco David Cassuto, per molti anni capo della comunità italiana di Gerusalemme, “gli arabi fanno figli perché il Corano vieta la contraccezione ed è bene che ci sia anche fra noi qualcuno che pareggia i conti…”. Qui, come in altri tempi, i figli, il numero, sono al centro di un dibattito per lo più inespresso. Chi, domani, sarà più numeroso avrà Gerusalemme. La preda non si molla, da nessuno dei due lati. Da secoli è dilaniata.

La sera, dopo il tramonto il sabbath è concluso e la città nuova degli ebrei si anima. Ben Yehuda, Yoel Salomon, King David Street: i giovani escono in massa, riempiono  decine di locale e discoteche. Accanto a te può esserci un giovane miliare vestito come un hippy (ma con i capelli corti). Beve tè o whisky, si sdraia sui divani di un disco bar o balla tecno agitandosi come qualsiasi giovane europeo. Le ragazze ridono con questi militari, chiacchierano fino a notte. Non c’è discriminazione, il militare è uno come gli altri. Ma è gravato da un peso insolito. Il mitra sulla spalla che non deve mai abbandonare.

(1 settembre 1995)