✕

La Siberia dei pianoforti perduti

Un soldato russo suona un pianoforte abbandonato a Groznyj, nel gennaio del 1995 (Georges DeKeerle/Sygma/Getty Images) 
In un reportage nato per caso, la giornalista Sophy Roberts insegue strumenti musicali smarriti in remote latitudini. Il risultato è il racconto avvicente di una Russia sconosciuta. E della sua musica ritrovata
4 minuti di lettura

Nel 2015 Sophy Roberts, giornalista e viaggiatrice incallita, autrice di reportage per il Financial Times, è ospite di un amico tedesco a Karakorum, nel nord della Mongolia. Qui conosce Odgerel Sampilnorov, una giovane pianista mongola che ha studiato a Perugia e suona divinamente Bach e Chopin. Il pianoforte è ospitato nella gher, la tipica tenda mongola, ma è uno strumento moderno, scarsuccio, non degno delle sue mani. Per scherzo, Franz-Christoph, l'amico, le butta lì: perché non vai a cercare uno dei tanti nobili pianoforti disseminati e spesso abbandonati in Siberia? Ed è così che un'idea francamente bislacca diventa un viaggio ai limiti della geografia e il racconto di una caccia a un manipolo di strumenti che la Storia, con i suoi disegni sublimi e crudeli, ha portato laggiù. Ma Il suono perduto della Siberia (Mondadori) è anche un reportage kapucinskiano che racconta le tribolazioni e i personaggi di una te…

Nel 2015 Sophy Roberts, giornalista e viaggiatrice incallita, autrice di reportage per il Financial Times, è ospite di un amico tedesco a Karakorum, nel nord della Mongolia. Qui conosce Odgerel Sampilnorov, una giovane pianista mongola che ha studiato a Perugia e suona divinamente Bach e Chopin. Il pianoforte è ospitato nella gher, la tipica tenda mongola, ma è uno strumento moderno, scarsuccio, non degno delle sue mani. Per scherzo, Franz-Christoph, l'amico, le butta lì: perché non vai a cercare uno dei tanti nobili pianoforti disseminati e spesso abbandonati in Siberia? Ed è così che un'idea francamente bislacca diventa un viaggio ai limiti della geografia e il racconto di una caccia a un manipolo di strumenti che la Storia, con i suoi disegni sublimi e crudeli, ha portato laggiù. Ma Il suono perduto della Siberia (Mondadori) è anche un reportage kapucinskiano che racconta le tribolazioni e i personaggi di una terra di cui, in fondo, non sappiamo quasi nulla.

Si scopre per esempio che la "russificazione" di quelle lande passò anche attraverso la musica: i russi volevano "cancellare la cultura indigena" e in quel singolare imperialismo il "dominio" fu del pianoforte. La Roberts ci conduce verso est come in un misterioso road-movie: niente annuncia quel territorio, "soltanto una caligine sospesa su un'idea astratta". La Siberia non ha confini definiti e "ogni visitatore può conferirle la forma che vuole". Anton Cechov diceva: "La pianura della Siberia inizia, credo, a Ekaterinburg e finisce Dio sa solo dove". Il confine con l'occidente è segnato dalla "cintura di pietra" degli Urali. Quello della Roberts, annota, "è un viaggio da occidente a oriente: in senso fisico, culturale e metaforico". Fuor di metafora, seguendo la strada ferrata, da Mosca a Vladivistok corrono ottomilaottocentocinquanta durissimi chilometri. Sebbene ai tempi degli Zar, sui treni lusso si servisse "Beluga e Chiaretto della Crimea" e c'era sempre un piano verticale, sul quale un pianista suonava canzoni popolari e che talvolta "fungeva da buffet su cui impilare i piatti sporchi".

"Educare le masse"

Nell'immaginario la Siberia è la terra dei gulag di Stalin dove, secondo le stime più attendibili, "dal 1929 al 1953 morirono 2.749.163 condannati ai lavori forzati". Ma anche gli Zar non scherzavano: fin dal Seicento ci avevano spedito i criminali o presunti tali: dal 1801 al 1919 vi furono esiliate oltre un milione di persone. Curioso che ai tempi in cui vi fu rinchiuso Solzenicyn, quando a un prigioniero erano prese le impronte l'operazione veniva chiamata "suonare il piano", mentre nell'Ottocento i ceppi erano beffardamente chiamati "musica".

Le tappe del racconto seguono l'ombra di questi pianoforti fantasmatici, così scopriamo che nella sperduta nonché ghiacciata Mirnyj - città ricca di diamanti assai fiorente negli anni Cinquanta - si trovano una gran quantità di pianoforti a coda e a Chanty-Mansijsk, dove si estraeva petrolio, arrivarono cinquanta piani Steinway in una scuola per bambini. Per Lenin le "masse lavoratrici" andavano educate e in Siberia aprivano fabbriche di pianoforti. Oggi non ne resta neanche una.

Nell'Ottocento la Russia aveva vissuto un vero e proprio boom dello strumento sull'onda delle fastose tournée di Franz Liszt e Clara Schumann in molte città. Fin dal 1774 Caterina la Grande, che per altro si definiva totalmente sprovvista di gusto musicale, aveva ospitato artisti europei e, devota delle idee illuministe di Diderot, fece arrivare una quantità di fortepiani, gli antenati del pianoforte. Con la Rivoluzione d'ottobre le case nobili furono depredate e molti strumenti, venduti "per una pagnotta", si sparpagliarono: erano marche Zumpe, Erard, Pleyel, Bechstein. Ogni strumento è una storia, una piccola saga, come il gran coda di fabbricazione russa Lichtenthal sul quale suonava la bellissima Maria Volkonskij, pianista talentuosa che, dopo la rivolta (stroncata) dei "decabristi" a San Pietroburgo, nel 1825 raggiunse il marito, il principe Sergej, in una cella di Petrovskij Zavod, dove lui scontava dieci anni ai lavori forzati. La nobildonna dapprima si portò dietro un clavicordo per migliaia di chilometri su una slitta. Dopo la pena, i due restarono in esilio in una villa della città di Irkutsk, "la Parigi della Siberia", dove lei suonava il monumentale Lichtenthal. Lo strumento è ancora lì, "con i tasti appiccicosi come quelli di una vecchia macchina da scrivere viscosa di inchiostro". Da sola, la storia della moglie del principe ribelle, famosa e ammirata da Puskin, basterebbe a fare un romanzo: "Quando, nel 1856, Marija Volkonskaja si recò per l'ultima volta sul lago Bajkal, raccontò di aver osservato gli animali della foresta che si abbeveravano come se la Siberia fosse un giardino dell'Eden, anziché la sua prigione per gli ultimi trent'anni".

Durante il viaggio  Roberts incontra personaggi di ogni tipo: accordatori, rigattieri e commercianti di strumenti, il pianista Petr Aidu, creatore a Mosca "di un orfanotrofio per strumenti abbandonati"; il taciturno e nerboruto Aleksandr, protettore della leggendaria tigre bianca (un personaggio alla Dersu Uzala), oppure il baritono buddista Tsogt che mette la giornalista sulle tracce di un vecchio pianoforte a coda Bechstein anno 1874 che probabilmente viaggiò proprio sul lago Bajkal quando non c'era ancora la ferrovia, fino a Kjachta, detta "la Venezia sabbiosa dell'Asia". Un tempo fiorente polo di commerci, ci era nato il padre del pittore Kandinskij ("un mercante di tè di sangue mongolo-buriato"), oggi è un modesto centro di frontiera dove i camionisti sostano prima di passare in Mongolia. Dopo lunghe ricerche il pianoforte viene anch'esso scovato ma è "triste e logoro", con i martelletti "nudi e le corde lente".

I conti Volkonskij in cella a Petrovskij Zavod in un disegno del 1832 (The Picture Art Collection/Alamy Stock Photo)   

La musica del gulag

Una scena che si ripeterà molte volte andando verso oriente, verso le rive del mare di Ochotsk, nella Kolyma, la regione tristemente nota per i campi di prigionia. Qui infatti la Roberts si addentra in quella che chiama "la musica dell'Arcipelago Gulag". Un luogo così remoto che ancora oggi pare fuori dal mondo: "Il molo pareva destinato a scivolare inesorabilmente nel mare e non c'era nessuno" scrive la Roberts: "Mancava qualcosa. Come al mio albergo, dove non c'era il secondo piano, ma soltanto il primo e il terzo". La Kolyma era disseminata di campi di prigionia, tanto che Solzenicyn, dice Roberts, la definì "un continente a sé".

Paradossalmente non mancava la musica, che aveva anzi il suo fulcro nel Teatro statale della città di Magadan: non si contano i musicisti che vennero qui a suonare per i prigionieri, e i musicisti prigionieri a loro volta, come il tenore Vadim Kozim, che da star assoluta era stato degradato a nemico del popolo e spedito in Siberia. Rimasto a vivere lì, pare che nel suo monolocale si accompagnasse su un modestissimo pianoforte russo di marca "Ottobre Rosso" che la Roberts vede con i suoi occhi, perché è sopravvissuto.

E il pianoforte per Odgerel, la pianista mongola? Per trovarlo la giornalista visita altre città e miniere, villaggi e coste, ma sono sempre "tristi strumenti". Racconta: "In un garage c'era un pianoforte verticale riempito di maschere antigas con la gomma marcita". Alla fine però lo trova, e anche questa è una strana avventura tra quelle vissute per due anni, segnata da un baratto con un accordatore siberiano e il suo sogno di accordare uno Steinway ad Amburgo.

Il viaggio verso la Mongolia con il pianoforte Grotrian-Steinweg sarà un'altra epopea in cui entrano figure improbabili che restano nella memoria: "Il camionista, l'atletico Igor dagli occhi azzurri, era un operatore della metropolitana di Novosibirsk". Ma quando Odgerel si trova davanti al pianoforte nella sua gher, scrive la cacciatrice di pianoforti, era come "origliare due persone che facevano conoscenza. Era la musica al suo meglio: intima, pura e autentica. Russa, mongola, tedesca - non importava di chi fosse". La musica di un viaggio incredibile.

Sul Venerdì del 25 giugno 2021