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Il ritorno del Condor

Condor della California (Alamy/Ipa) 
Nel 1987 la specie della California si era ridotta a 22 esemplari. Ora ce ne sono 500, più della metà liberi, e stanno benissimo. Tutto merito delle marionette...
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Quando nel 1987 si seppe del disperato tentativo di salvataggio del condor della California, il secondo più grande avvoltoio del mondo dopo il "cugino" andino, colpirono le immagini dei ricercatori che allevavano i pulli usando marionette a forma di testa di uccello, così da evitare che questi prendessero troppa confidenza con l'uomo: a qualcuno forse sarà parsa una trovata bizzarra, ma ha funzionato benissimo. Oggi l'uccello più grande del Nord America è passato dagli appena 22 esemplari del 1987 ai 500 attuali, 300 dei quali liberi.  E gode di un'ottima salute genetica.

Cacciati e avvelenati

Il Condor della California (Gymnogyps californianus), non più di 12 chili di peso e un'apertura alare di tre metri, grazie a cui può volare in circolo per ore senza spendere troppa energia, si è evoluto un milione di anni fa, per nutrirsi del…

Quando nel 1987 si seppe del disperato tentativo di salvataggio del condor della California, il secondo più grande avvoltoio del mondo dopo il "cugino" andino, colpirono le immagini dei ricercatori che allevavano i pulli usando marionette a forma di testa di uccello, così da evitare che questi prendessero troppa confidenza con l'uomo: a qualcuno forse sarà parsa una trovata bizzarra, ma ha funzionato benissimo. Oggi l'uccello più grande del Nord America è passato dagli appena 22 esemplari del 1987 ai 500 attuali, 300 dei quali liberi.  E gode di un'ottima salute genetica.

Cacciati e avvelenati

Il Condor della California (Gymnogyps californianus), non più di 12 chili di peso e un'apertura alare di tre metri, grazie a cui può volare in circolo per ore senza spendere troppa energia, si è evoluto un milione di anni fa, per nutrirsi delle carogne dei grandi mammiferi, come i bradipi giganti o i cammelli alti tre metri che popolavano il Nord America. Si è diffuso così dal Canada al Messico. Poi, 15 mila anni fa, dalla Siberia arrivò Homo sapiens e in pochi millenni, complice anche il cambiamento climatico post glaciazione, sterminò la megafauna americana, riducendo l'areale dei condor alla sua sola parte meridionale. Le cose peggiorarono ancora con l'avvento degli europei: non solo ci fu un'ulteriore diminuzione dei grandi animali selvatici,  ma i condor vennero anche cacciati e uccisi  "per sbaglio" dalle esche velenose che venivano mangiate dai coyote e rimanevano nelle loro carcasse e dai pallini di piombo nelle prede abbattute dei cacciatori.

Jacqueline Robinson, genetista dell’Università della California 
"Risultato, al 1982 di questi condor ne erano rimasti solo 27" ricorda la genetista Jacqueline Robinson dell'Università della California. "Prima si tentò di proteggerli in natura, ma continuavano a morire. Perciò si catturarono gli ultimi 22 superstiti per farli accoppiare in cattività, togliendo loro il primo pulcino dal nido per allevarlo con le marionette, in modo che la femmina deponesse un secondo uovo". Continuando per 40 anni la reintroduzione in natura dei piccoli allevati, si è riusciti ad allontanare il condor californiano dal baratro dell'estinzione.

La sorpresa nel genoma

"Partendo da 22 soli superstiti si temeva però che il genoma della popolazione fosse troppo uniforme, e quindi, per esempio, poco resistente a eventuali epidemie" dice Robinson. Invece, proprio lei ha scoperto che non è così: confrontando il genoma estratto da esemplari di condor della California con quello di condor andini (Vultur gryphus) e di avvoltoi collorosso (Cathartes aura), i più comuni negli Usa, ha visto che il primo aveva più variabilità genetica di entrambe le altre specie. "Il genoma del Condor è risultato ricco di varianti genetiche perché questi animali vivono fino a 60 anni: il loro crollo numerico era avvenuto nel corso dell'ultimo secolo, quindi la maggior parte dei sopravvissuti nel 1987 non erano ancora frutto di incroci fra consanguinei. Ma non tutte le specie a rischio sono così fortunate: per esempio le poche decine di esemplari rimasti di vaquita messicana, il più piccolo cetaceo del mondo, hanno un Dna troppo uniforme per sperare di ricostituire una popolazione sana".

Un capovaccaio in Basilicata (Alamy/Ipa)
  

Il progetto californiano ha fatto da modello in mezzo mondo. "Anzitutto in Italia, dove, di quattro specie di avvoltoi storicamente presenti, trent'anni fa ne erano rimaste solo due, con pochi esemplari: i grifoni, in Sardegna, e i capovaccai, nel Sud Italia" ricorda Marco Gustin, ornitologo della Lipu. Ma perché questi uccelli sono così vulnerabili? "Anzitutto sono poco fertili: fanno un pullo all'anno, che poi impiega 5-6 anni per maturare, perché deve prima imparare dal gruppo le tecniche di sopravvivenza".

E poi alcune specie di avvoltoi sono soltanto un anello della 'catena di smontaggio' delle carogne. "Per esempio, il gipeto, il più grande avvoltoio europeo, estinto in Italia da cento anni, è specializzato nell'estrarre il midollo dalle ossa, che spezza facendole cadere dall'alto. Ma ha bisogno che prima le carogne siano scarnificate da altri animali. In mancanza di questi, i programmi di reintroduzione ora li aiutano con carnai dove si abbandonano scarti di macelleria". Così alcune coppie di gipeti (Gypaetus barbatus) sono tornate sulle nostre Alpi. La stessa tecnica è stata usata per consolidare le popolazioni di grifone (Gyps fulvus) dal Friuli alla Sicilia. "In Sardegna poi sono gli stessi pastori a lasciare in carnai aziendali le bestie morte, risparmiando le spese di smaltimento e aiutando questi preziosi spazzini della natura".

Gipeto (Getty Images) 

A lezione di migrazione

Più difficile è stato sostenere i capovaccai (Neophron percnopterus), i più piccoli fra gli avvoltoi in Italia, di cui restano pochi esemplari in Sicilia, Basilicata e Puglia. "Sono avvoltoi migratori: i nuovi nati che seguono i genitori in Africa, dove poi restano per 5-6 anni: liberare adulti allevati in cattività non servirebbe, perché non saprebbero dove migrare". Così si allevano piccoli di capovaccaio nel centro di recupero di Semproniano, in Toscana, e poi, quando sono pronti a volare, li si porta in Sicilia, tenendoli per qualche settimana in cavità chiuse da reti, lungo pareti rocciose, perché osservino i loro simili liberi. "Ad agosto li si libera in modo che si uniscano al gruppo e lo seguano quando partirà per la migrazione: alcuni dei primi capovaccai allevati sono già ritornati in Sicilia dall'Africa".

Avvoltoio monaco (Alamy/Ipa) 

Tra tante storie di successo, però, c'è anche un fallimento: il tentativo di reintrodurre l'avvoltoio monaco (Aegypius monachus), estinto da 60 anni in Italia. Ma non è ancora detta l'ultima parola. "Questa specie, per trovare le carogne, segue i grifoni, che ora da noi sono troppo pochi per poter approfittare della loro guida. Quindi, aspettiamo che crescano le popolazioni di grifoni in Sardegna e Sicilia, e poi riproveremo a reintrodurre anche il monaco".

 

Sul Venerdì del 24 giugno 2021