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Javier Cercas: "La mia Spagna tra odio e perdono"

23 giugno 2021: Jordi Sànchez, del Partito catalano, e Jordi Cuixart, presidente di Omnium Cultural, organizzazione indipendentista, dopo essere stati rilasciati dalla prigione di Lledoners in seguito all’indulto concesso dal premier Pedro Sánchez a nove leader separatisti (Getty Images) 
Il suo ultimo romanzo, "Indipendenza", è anche un duro ritratto delle élite catalane secessioniste. Ma lo scrittore ci spiega perché adesso ha deciso di scommettere sull’indulto di Madrid
5 minuti di lettura

Come il precedente Terra alta, anche il nuovo libro di Javier Cercas - sempre pubblicato da Guanda - non è un romanzo politico in senso stretto, però allude platealmente alle tormentate vicende della "sua" Catalogna. E stavolta fin dal titolo: Indipendenza. Pochi giorni dopo il controverso indulto concesso dal premier socialista Pedro Sánchez a nove leader separatisti in carcere dal 2019, chiedo a Cercas che tipo di suggestioni susciti in lui il vocabolo, il termine independencia. "È una parola bella" risponde al telefono "ma che come molte altre, ugualmente nobili - libertà, giustizia... - in Catalogna è stata contraffatta. Ormai dovremmo saperlo: per conquistare la realtà, ogni politico, fosse pure il più tonto, deve prima conquistare il linguaggio, impadronirsi delle parole deviandone il significato dove più gli conviene".

Come il precedente Terra alta, anche il nuovo libro di Javier Cercas - sempre pubblicato da Guanda - non è un romanzo politico in senso stretto, però allude platealmente alle tormentate vicende della "sua" Catalogna. E stavolta fin dal titolo: Indipendenza. Pochi giorni dopo il controverso indulto concesso dal premier socialista Pedro Sánchez a nove leader separatisti in carcere dal 2019, chiedo a Cercas che tipo di suggestioni susciti in lui il vocabolo, il termine independencia. "È una parola bella" risponde al telefono "ma che come molte altre, ugualmente nobili - libertà, giustizia... - in Catalogna è stata contraffatta. Ormai dovremmo saperlo: per conquistare la realtà, ogni politico, fosse pure il più tonto, deve prima conquistare il linguaggio, impadronirsi delle parole deviandone il significato dove più gli conviene".

All'indulto lei ha reagito dicendo: "Malgrado tutto, gli accordo il mio voto di fiducia". In che senso?
"So che all'indulto si possono opporre ottime ragioni politiche, giuridiche o morali. E le rispetto tutte. Ma se, come ha detto Sánchez, si è trattato di un gesto in direzione della concordia, della riconciliazione, penso che lo si debba appoggiare. Funzionerà? Nessuno può dirlo. So soltanto che abbiamo un grande bisogno di concordia".

Sánchez viene spesso tacciato di opportunismo. Secondo lei ha un vero piano per la Catalogna oppure, specie adesso che in tutta la Spagna le destre sono in grande rimonta, ha usato la clemenza come ennesimo stratagemma per rassodare un fragile consenso? Dopotutto il suo esecutivo è puntellato in Parlamento dai nazionalisti catalani...
"L'incognita è proprio questa. Il capo del governo deve spiegarci se ha un progetto per la Catalogna ed eventualmente qual è. Tanto a destra quanto a sinistra, quelli che l'hanno preceduto non avevano alcun progetto. Se lo avessero avuto non saremmo arrivati a questa impasse".

Ottenuto l'indulto, i nove hanno ringraziato spiegando che non si pentivano di nulla e che riprenderanno la lotta come prima più di prima.
"A riguardo mi lasci chiarire un aspetto importante. Contrariamente a quanto abbiamo spesso sentito ripetere, queste persone non sono andate in galera per le loro idee, ma per i loro atti, gravissimi, commessi nel 2017".

Quando dopo un referendum illegale - peraltro contrastato malissimo dall'allora governo di centrodestra - fu dichiarata unilateralmente l'indipendenza.
"Hanno fatto secessione dalla democrazia, dallo Stato di diritto, dalla Costituzione di tutti gli spagnoli. Con la loro irresponsabilità hanno spinto migliaia di imprese a fuggire dalla Catalogna. E l'hanno portata sull'orlo della guerra civile".

Ma ora l'indulto non rischia di screditare le motivazioni della sentenza di condanna?
"No, perché l'indulto non cancella il reato, non contraddice perciò la decisione della Giustizia. È un tentativo politico di fare un passo avanti. È una scommessa. Io l'ho appoggiata con un atto di fede, non di ragione".

Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, 59 anni (Getty Images) 
Sotto forma di romanzo poliziesco, il suo nuovo libro è un duro atto d'accusa contro le élite catalane e il loro cinismo. Come se l'indipendenza non fosse stata, in fondo, che un grande bluff. Come se la classe dirigente non ci avesse mai creduto davvero.
"Nel libro c'è un personaggio molto lucido al quale faccio pronunciare la frase seguente: 'Il catalano che non vuole l'indipendenza non ha cuore, quello che la vuole non ha cervello'. La classe dirigente separatista sapeva benissimo che non siamo più nell'Ottocento delle guerre d'indipendenza ma nel tempo della Ue, dell'euro, cioè nell'epoca della dipendenza necessaria".

Eppure metà dei catalani continua a crederci.
"Ce li hanno fatti credere, dandogli in pasto la prima utopia a portata di mano. Torniamo alla genesi del conflitto. Nel 2012 la Spagna sta soffrendo terribilmente i contraccolpi della crisi economico-finanziaria mondiale. La classe politica è contestata. Nelle piazze ci sono gli Indignados che protestano. Anche a Barcellona. Dove però verranno presto dirottati verso la battaglia indipendentista. Quando un potere locale si ritrova alle corde che fa? Porta la gente in strada per far pressione sul governo centrale, la compatta al grido di 'Madrid ladrona'. È cominciato tutto così".

E ora? Dalle ultime elezioni catalane il blocco nazionalista è uscito di nuovo vincitore, ma al suo interno non si avvertono segni di stanchezza?
"Anche se si avvertono vengono dissimulati. E comunque i delusi continuano a votare sempre a senso unico. Perché molti di loro dipendono economicamente dalle istituzioni catalane, dagli apparati, dalle reti di potere".

Che l'utopia venga utilizzata come instrumentum regni non è una novità. Ma quali sono secondo lei i veri tratti peculiari della classe dirigente nazionalista?
"Direi innanzitutto che le élite catalane si sono sempre contraddistinte per la capacità di certe famiglie, di certe dinastie a riciclarsi sotto ogni regime. Storicamente non hanno mai avuto grande dimestichezza con il Potere con la "p" maiuscola, che per secoli è rimasto concentrato a Madrid. Sono poi élite che oscillano di continuo tra esplosioni di superbia, come nel caso della fiammata indipendentista, ed eccessi di servilismo, come quello che ora si scatenerà per allungare le mani sui maxi-fondi europei del dopo-pandemia. A differenza dei potenti di Madrid, però, quelli catalani non ostentano, restano discreti, non appaiono nelle foto, si muovono dietro le quinte".

Lei non si stanca di ripetere che per frenare tanto le derive oligarchiche della politica quanto gli incantesimi nazional-populisti ci resta soltanto un attrezzo: l'imperfetta democrazia. Il problema è che la democrazia non suscita più le passioni che, per limitarci alla Spagna, scatenò ad esempio dopo la fine del franchismo. La democrazia non eccita più, non seduce, non trascina.
"È vero. Ma io credo che le passioni debbano restare all'interno della sfera privata, dell'emotività personale. Perché quando investono la politica si rivelano spesso nefaste o effimere: generano disincanto, risentimento, riflusso. Io preferisco che la politica sia governata dalla ragione, anche a costo di risultare noiosa. Che cos'è stata - anche - la crisi catalana se non una gigantesca sentimentalizzazione della politica?".

 

Lei è ormai da anni la bestia nera degli indipendentisti. Ma durante la promozione dell'ultimo libro ha subìto attacchi più intimidatori del solito. Sui social è stato dipinto come un violento reazionario. Paragonato addirittura al criminale di guerra serbo Radovan Karadzic. Come sono andate esattamente le cose?
"Hanno fatto circolare un fake molto sofisticato. In rete c'è il video di una conferenza che tenni nel 2019 a Mérida, in Estremadura. A un certo punto del discorso ironizzavo sulla situazione in Catalogna dicendo: 'Di questi tempi, se sei catalano preparati a tremare o a chiamare in soccorso gli uomini del generale'. Il riferimento era a un militare che si trovava tra il pubblico e in quell'occasione aveva ricevuto un premio. Il generale in questione dirige la Ume, ovvero Unidad Militar de Emergencias, un'unità delle forze armate che svolge mansioni di risanamento ecologico o protezione civile. Intervengono in caso di terremoti, alluvioni... Adesso si stanno occupando della campagna vaccinale. Bene: qualcuno ha estrapolato dal video il momento in cui pronunciavo quella frase, facendomi passare per uno che invocava l'intervento dell'esercito per risolvere l'emergenza politica".

Diabolico.
"Un lavoro da professionisti. Per fortuna la Catalogna non è una società totalitaria, però quel fake era degno della Stasi".

Non è ricorso alle vie legali?
"Ci ho provato. Ma nel frattempo la pagina web era stata cancellata. E non c'è stato modo di scoprire chi ne fosse l'autore. Sono riuscito soltanto a denunciare l'inganno sulle pagine dei giornali. In questa vicenda c'è però un dettaglio ancora più inquietante: il video manipolato è stato diffuso mentre parlavo su TV3, il canale catalano controllato dai nazionalisti".

E che cosa stava dicendo di tanto scomodo in territorio nemico?
"Niente di speciale. Ovvietà. Ma ormai anche le ovvietà possono scandalizzare. In particolare, ricordavo come negli ultimi studi internazionali la qualità della democrazia in Spagna fosse stata promossa a pieni voti. Non esprimevo una mia opinione: riferivo i risultati di inchieste. Inchieste che smentivano una certa idea secondo la quale nella Spagna del 2021 le libertà democratiche sarebbero amputate".

In questi anni di muro contro muro, le è capitato di sentirsi isolato tra gli intellettuali catalani?
"Diciamo che se tutti quelli che la pensano come me non si fossero limitati a confessarmelo in privato ma lo avessero detto in pubblico le cose sarebbero andate diversamente. Sarebbero andate meglio. Vede, io sento di avere un'unica vocazione nella vita: la letteratura. Non sono mai stato un militante politico. Non ho mai voluto accreditarmi come simbolo di una causa, come un intellettuale engagé. Esprimo le mie idee perché penso che uno scrittore debba dire la verità e perché non riuscirei a non farlo. Non ho la benché minima inclinazione alla sofferenza, figuriamoci al martirio. Però so che se avessi taciuto avrei sofferto ancora di più. Mi dispiace solo che a subire le conseguenze di questa situazione sia stata anche la mia famiglia. 'Perché lo fai, se ti danneggia?' mi chiedeva mio figlio. Ci ho messo un po' a spiegarglielo. Ma ormai è maggiorenne e ha capito".

Sul Venerdì del 2 luglio 2021