Con la giovane sindaca aria nuova a Sarajevo
di Gigi Riva , di Gigi Rival genius loci di Sarajevo, città della mescolanza per eccellenza ma sprofondata dagli anni Novanta del secolo scorso nel buio del nazionalismo, si è risvegliato e ha assunto le sembianze di una bella ragazza di 31 anni dai lunghi capelli neri e dal sorriso largo. Si chiama Benjamina Karic, nata Londrc, sindaca più giovane che la capitale della Bosnia-Erzegovina abbia mai avuto, seconda donna di sempre a ricoprire la carica. Con lei sono tornate di moda parole come antifascismo, resistenza, sinistra, snocciolate con disinvoltura nei discorsi pubblici e in luoghi dove per quasi tre decenni hanno avuto corso soltanto slogan inneggianti alla divisione, all'odio per l'altro. È ancora troppo presto, tuttavia, per dire se la sua elezione sia il frutto di una svolta ideologica in onore della storia della città o della ribellione contro partiti etnici da troppo tempo al potere e perciò annegati in una clamorosa serie di scandali e nepotismi che…
l genius loci di Sarajevo, città della mescolanza per eccellenza ma sprofondata dagli anni Novanta del secolo scorso nel buio del nazionalismo, si è risvegliato e ha assunto le sembianze di una bella ragazza di 31 anni dai lunghi capelli neri e dal sorriso largo. Si chiama Benjamina Karic, nata Londrc, sindaca più giovane che la capitale della Bosnia-Erzegovina abbia mai avuto, seconda donna di sempre a ricoprire la carica. Con lei sono tornate di moda parole come antifascismo, resistenza, sinistra, snocciolate con disinvoltura nei discorsi pubblici e in luoghi dove per quasi tre decenni hanno avuto corso soltanto slogan inneggianti alla divisione, all'odio per l'altro. È ancora troppo presto, tuttavia, per dire se la sua elezione sia il frutto di una svolta ideologica in onore della storia della città o della ribellione contro partiti etnici da troppo tempo al potere e perciò annegati in una clamorosa serie di scandali e nepotismi che ne hanno minato la credibilità.
Corruzione dilagante
Il calo di consensi del partito musulmano egemone (Sda) si deve ai passi falsi di Bakir Izetbegovic, 65 anni, figlio di Alija, il Padre della patria, e indiscusso leader, buon amico del turco Recep Tayyip Erdogan, accusato nemmeno troppo velatamente di aver assecondato la corruzione dilagante, favorito un clan di amici e ridotto lo Stato a una sorta di feudo personale.
Se le ingerenze nell'operato della magistratura, le assunzioni clientelari negli uffici pubblici, la nomina a capo dei servizi segreti di un fedelissimo che non aveva i titoli e ha falsificato il curriculum, gli appalti assegnati ai soliti noti non erano stati sufficienti a ridimensionarlo nelle urne sino all'altro ieri, è arrivata la pandemia a risvegliare le coscienze. Perché sulla salute non si scherza. È risultato insopportabile, durante la prima ondata, l'affaire da oltre cinque milioni di euro per i respiratori inservibili importati dalla Cina che ha travolto il primo ministro Fadil Novalic, il capo della Protezione civile Fahrudin Solak e il presentatore televisivo Fikret Hodzic, titolare di un'azienda che si occupa della coltivazione di frutti di bosco (!) a cui era stato affidato l'appalto - naturalmente senza gara.
Così come ha cominciato a risultare indigesta la folgorante ascesa, nel settore della sanità, della moglie di Bakir, Sebija Izetbegovic, assurta fino al ruolo di direttrice del Centro clinico universitario di Sarajevo, il più prestigioso del Paese, dove ha imposto con piglio autoritario una serie di misure che hanno provocato le dimissioni di una cinquantina di medici tra i più capaci. I suoi sconsiderati tagli, giustificati con la necessità dei risparmi, e la postura dittatoriale hanno esacerbato gli animi sino a farle guadagnare l'appellativo di "lady Ceausescu", in ricordo di Elena, moglie del dittatore rumeno, e del potere assoluto che esercitava accanto al marito.
Un voto clamoroso
Troppo. Non solo per gli avversari ma persino per una fetta del partito del presidente, quella un po' più laica, che ha deciso la scissione in nome di valori andati perduti come onestà e trasparenza. Qualcosa si è smosso fino a provocare manifestazioni di piazza che Izetbegovic ha minacciato di fermare evocando tra le righe persino il ricorso all'esercito.
Non solo i pochi giovani rimasti in un Paese che si sta spopolando a causa di una diaspora endemica in cerca di fortuna altrove, ma anche generazioni più anziane - che avevano dovuto sopportare la mutazione della città dell'accoglienza, delle quattro religioni, delle due sinagoghe (sefardita e askenazita) nella città della chiusura e dell'etnocentrismo - hanno cominciato allora a immaginare che un cambiamento era finalmente possibile dopo quell'eterno presente sovranista che sembrava non dover finire mai. Ed ecco allora il clamoroso risultato alle amministrative, con uno dei cinque municipi in cui è divisa Sarajevo, quello del "Centro" dove abitano i ceti più acculturati, che ha plebiscitato un serbo, Srdjan Mandic, cugino di Momcilo Mandic, ai tempi della guerra stretto collaboratore di Radovan Karadzic, il politico che con il generale Mladic bombardò la capitale per quattro anni. Le colpe dei cugini non ricadano sui cugini, e Srdjan aveva servito allora nell'esercito bosniaco, dunque è credibile oggi quando dichiara di voler essere "il rappresentante di tutti".
Sono i delegati dei cinque municipi a votare il sindaco della capitale intera e un accordo era stato trovato sul nome di Bogic Bogicevic, pure lui serbo, ultimo rappresentante della Bosnia nella presidenza collegiale della Jugoslavia nel 1991, il quale ebbe il coraggio di dire "no" a Slobodan Milosevic in un voto sull'imposizione della legge marziale. Bogicevic, 68 anni, si è sfilato anche a causa, pare, di alcune minacce ricevute.
Ecco allora spuntare dalle retrovie una giovane donna pressoché sconosciuta agli stessi sarajevesi, Benjamina Karic, padre musulmano, madre serba, famiglia di provate tradizioni partigiane e comuniste, nata poco prima dello scoppio delle ostilità, sposata, un figlio, e un curriculum accademico da fare invidia: due lauree, in Giurisprudenza e in Storia, un dottorato di ricerca, traduzioni dal latino al bosniaco, tra cui un testo di Cicerone sulla corruzione elettorale, una cinquantina di pubblicazioni. Attivista fin da piccola del partito socialdemocratico, erede della Lega dei comunisti jugoslavi dopo lo sfacelo seguito alla caduta del Muro, digiuna di amministrazione della cosa pubblica ma con un'intelligenza che l'ha portata a decisioni immediate che hanno incontrato il favore della popolazione.
Se i problemi più avvertiti in un Paese impoverito dalla disoccupazione galoppante sono corruzione e sprechi, perché non cominciare da lì? Nel primo giorno di mandato, la neosindaca ha deciso di vendere tutte le auto ufficiali, tranne una per le esigenze di protocollo. E a chi le chiedeva perché, ha risposto: "Quando le persone hanno fame e non sono ancora vaccinate contro il Covid-19, perché il Comune dovrebbe avere delle auto?". Quindi, atto secondo, ha licenziato tutti i consulenti a libro paga del sindaco e li ha sostituiti con altri di provata capacità che si sono impegnati a lavorare gratis.
Le bombe e la verità
La sua prima uscita ufficiale è stata al Centro di cultura rom, mai visitato da un sindaco dal Dopoguerra in poi, segno di una volontà di riconciliazione con tutte le componenti della capitale.
Attenta ai messaggi ma non a cancellare la memoria storica, Karic si è opposta a una richiesta della comunità serba perché fosse cambiata la targa che campeggia sulla facciata della Biblioteca incendiata con le bombe nel 1992, ricordando le responsabilità dei "criminali" serbi. E ha tuttavia aggiunto di volere la verità anche sulla scritta da apporre al monumento che sarà eretto a Kazani, la fossa comune di serbi massacrati da "Caco", criminale musulmano. Concentrerà i suoi sforzi sui temi dell'ambiente e del turismo, sulle orme del suo predecessore preferito, Emerik Blum, l'unico sindaco ebreo, negli anni 80. Definisce Sarajevo "città multiculturale, dell'arte, dello sport, libertaria e antifascista".
La sindaca giudica pessima l'atmosfera politica: "Non credo che la nostra coalizione antinazionalista sarà mai al potere, anche se sostengo l'idea di proporre un candidato comune per le elezioni presidenziali del 2022". Eppure a Sarajevo tira un'aria nuova, rinasce la speranza, la città vuole essere un esempio per la Bosnia tutta. E Sarajevo conta.
Sul Venerdì del 2 luglio 2021