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La missione del soldato Stefano

Stefano Borghi (al centro) con due commilitoni
  
Dopo vent’anni i militari italiani lasciano l’Afghanistan. Uno di loro ci racconta cosa vuol dire affrontare i traumi della guerra. E una sindrome che molti fanno finta di non vedere
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Negli occhi ha ancora la polvere di Bala Baluk, i volti dei compagni nelle tende addossate ai blocchi di cemento e il tricolore sugli spalti di Base Tobruk, un avamposto sperduto tra il deserto e le montagne afgane. Stefano Borghi, ex paracadutista della Brigata Folgore, non può dimenticare. "Quella missione" dice "ha cambiato la mia vita". Non era la sua prima esperienza sul campo. Dopo l'addestramento a Livorno era stato nel 2004 in Kosovo, fuciliere nella Forza di reazione rapida, e poi per due volte in Iraq, quando i razzi piovevano ogni giorno sulla green zone. In Afghanistan era arrivato nell'aprile del 2009 e a bordo dei Lince, i mezzi blindati leggeri a prova di Ied, gli ordigni artigianali dei taliban. 

Era il "rallista", l'addetto che manovra la mitragliatrice montata in torretta. "Sapevamo che andavamo a combattere" racconta Stefano. "Dovevamo riprendere il controllo del territorio e disarticolare la guer…

Negli occhi ha ancora la polvere di Bala Baluk, i volti dei compagni nelle tende addossate ai blocchi di cemento e il tricolore sugli spalti di Base Tobruk, un avamposto sperduto tra il deserto e le montagne afgane. Stefano Borghi, ex paracadutista della Brigata Folgore, non può dimenticare. "Quella missione" dice "ha cambiato la mia vita". Non era la sua prima esperienza sul campo. Dopo l'addestramento a Livorno era stato nel 2004 in Kosovo, fuciliere nella Forza di reazione rapida, e poi per due volte in Iraq, quando i razzi piovevano ogni giorno sulla green zone. In Afghanistan era arrivato nell'aprile del 2009 e a bordo dei Lince, i mezzi blindati leggeri a prova di Ied, gli ordigni artigianali dei taliban. 

Era il "rallista", l'addetto che manovra la mitragliatrice montata in torretta. "Sapevamo che andavamo a combattere" racconta Stefano. "Dovevamo riprendere il controllo del territorio e disarticolare la guerriglia. Gli afgani non facevano distinzione tra noi e gli americani: eravamo il nemico, le forze di occupazione, e ostacolavamo i loro traffici. Nella provincia di Farah andavamo in posti dove non vedevano stranieri dal tempo dei russi. C'erano ovunque coltivazioni di oppio. I fiori bianchi e rosa dei papaveri potevano nascondere un pericolo, ma bisognava saper gestire gli eventi: non potevo rischiare di sparare con la Browning su un contadino che si avvicinava in moto!".

Un proiettile al petto

Gli americani non erano così attenti ai "danni collaterali". Il 4 maggio i B-1 dell'US Air Force avevano bombardato Granai, nel distretto di Bala Baluk, uccidendo oltre cento civili. La tensione era alle stelle. L'11 giugno la squadra di Stefano era in movimento nei pressi del villaggio di Shewan, dove il giorno prima i marines avevano ingaggiato una violenta battaglia con gli insorti. "Ci hanno attaccato con mortai, Kalashnikov e Rpg da una distanza di 300 metri. I nostri mezzi, una decina, preceduti e seguiti dai pickup dell'esercito afgano, sono rimasti bloccati nel convoglio: 45 minuti di scontri pesanti. I taliban tiravano bene, mirando all'altezza dei finestrini e delle teste. Io ero in ralla ed ero un bersaglio. Mentre mi giravo per afferrare una cassetta di munizioni, un proiettile mi ha colpito al petto e al braccio, strappandomi un muscolo e otto centimetri di nervo nell'avambraccio sinistro".

Stefano e altri due feriti sono stati immediatamente impacchettati ed evacuati in elicottero. "Tutto si è svolto come in addestramento. Eravamo preparati e ognuno, dai soccorritori ai logisti, ha svolto il proprio ruolo alla perfezione. Se sei allenato riesci a gestire lo shock, ed è questo che ti salva la pelle. A Kandahar un medico inglese ha stabilizzato la ferita e mi ha imbottito di morfina. Poi con un C-130 mi hanno trasportato ad Abu Dhabi e da lì a Roma a bordo di un Falcon". 

Ci sono voluti due anni di rieducazione e sette interventi in sala operatoria per riacquistare la funzionalità dell'arto lesionato: il nervo, trapiantato dal polpaccio, cresce due millimetri al giorno e il cervello deve riabituarsi ai movimenti. "All'ospedale militare del Celio lo staff di microchirurgia della mano e i fisioterapisti hanno fatto un lavoro straordinario. Solo il pollice è rimasto insensibile". Ma la ferita profonda, quella dentro, non guarisce. Stefano non se ne accorge subito. Nel 2011 torna in servizio, ma ai corsi di tiratore scelto fallisce i test attitudinali. Un veterano reduce da un trauma non è affidabile come cecchino: rischia di eccedere, sparando su qualsiasi cosa, o di non riuscire a premere il grilletto. "Non sapevo neppure cosa fosse il Ptsd (Post Traumatic Stress Disorder), il disturbo post traumatico da stress. Qualcosa però non andava: faticavo a concentrarmi, in famiglia ero intrattabile e avevo degli improvvisi scoppi di rabbia. Poi ci fu un episodio che mi ha destabilizzato: mio figlio Gioele, che ancora non nuotava, ha rischiato di annegare scivolando senza braccioli in una piscina. Io non c'ero, e questo mi fece rendere conto di quanto fossi stato assente. Il mio cervello era spento, tanto che non ricordo nulla del primo anno di vita di mia figlia Virginia. Allora ho gettato la spugna e mi sono congedato. È stato difficile, come la fine di un amore".

Stefano ha avuto la forza di ricominciare: ora è membro della Poaching Prevention Academy, un'organizzazione non profit impegnata nella formazione e nell'addestramento delle unità anti bracconaggio in Africa e fa l'istruttore nei poligoni di tiro. "Io ce l'ho fatta" dice. "Ma migliaia di altri reduci cadono nello sconforto e nella depressione".

Psicologi da scrivania

Entro la fine dell'estate 900 militari italiani rientreranno da Kabul al termine di una missione che si conclude con un bilancio di 53 caduti, 650 feriti e molta amarezza. Dopo vent'anni di conflitto, migliaia di soldati morti e mutilati, decine di migliaia di vittime civili, l'Afghanistan è ancora devastato dalla guerra e dagli attentati, produce l'85 per cento dell'eroina mondiale, ha il tasso di mortalità infantile più elevato del Pianeta, un'aspettativa media di vita di 51 anni e un governo debole e corrotto destinato a capitolare di fronte all'avanzata dei taliban, che ormai controllano gran parte del territorio. I reduci che non saranno dispiegati su altri teatri operativi dovranno scegliere se rimanere in servizio, vivacchiando nell'amministrazione o in qualche magazzino in attesa della pensione, oppure tentare la difficile transizione nella vita civile, rischiando di diventare dei fantasmi.

"Non siamo scemi di guerra, polvere da nascondere sotto il tappeto della politica" s'indigna Stefano. "E non ce ne frega niente delle medaglie. Siamo professionisti qualificati con un'elevata formazione, ma le nostre competenze non vengono riconosciute, non hanno mercato. I soccorritori militari, per esempio, sono paramedici capaci di tenere in vita un ferito in situazioni d'emergenza, ma in Italia non possono neppure salire su un'ambulanza. Anche il supporto mentale per chi rientra dalle missioni è carente: gli psicologi militari non sono mai stati sul campo, non sanno cosa significa combattere, sopravvivere in condizioni estreme". 

Si spara, ma non si dice

In Italia il Ptsd è stato riconosciuto nel 2013 dopo accertamenti su una trentina di casi tra i veterani dell'Iraq e dell'Afghanistan. Ma resta un tabù, come quello dei "suicidi silenziosi" dei militari, una cinquantina all'anno: argomenti di cui si preferisce non parlare, in ossequio alla retorica sulle missioni di pace e umanitarie delle nostre forze armate. "Nelle missioni c'è anche l'obiettivo dello sviluppo e della ricostruzione" continua Stefano. "Ma l'impiego delle armi è sempre sottaciuto o minimizzato perché contraddice l'articolo 11 della Costituzione, che forse andrebbe riformato: crea l'illusione che il mondo possa esistere senza guerre. È un bell'auspicio, ma non è così. Le esigenze di politica estera e gli interessi economici e geostrategici del Paese impongono l'utilizzo delle forze armate. È inutile negarlo, per poi giustificare i morti ricorrendo a menzogne e mezze verità che offendono la divisa".

Qualcosa sta cambiando

Negli Stati Uniti esiste un ministero per i veterani che gestisce le cliniche e i centri di riabilitazione, il supporto materiale, i prestiti sulle case, i corsi di formazione e i percorsi d'inserimento sociale. In Francia e Gran Bretagna ci sono strumenti analoghi. E anche in Italia, sebbene in ritardo, qualcosa si sta muovendo. La Difesa ha costituito nel 2018 un Centro veterani e in Parlamento è approdata una proposta di legge che mira a istituirne la figura giuridica, ancora non riconosciuta, e a facilitarne l'inserimento nel settore civile. 

A indicare la strada sono gli stessi militari, che hanno creato associazioni e gruppi online di sostegno come Good Guys in Bad Lands, nata nel 2010 e cresciuta fino a diventare un network globale con 670 mila follower e una chat aperta 24 ore su 24, e Non Dolet, sbarcata in rete nel 2020. "Non ci occupiamo solo di assistenza e iniziative benefiche" spiegano i promotori. "Molti veterani vanno all'estero con le società private che garantiscono la sicurezza delle installazioni petrolifere e degli impianti industriali nelle zone a rischio. Ma hanno anche sviluppato soft skills tra le più ricercate in ambito civile: capacità di comando e di lavoro di squadra, senso del dovere, abitudine a prendere decisioni rapide". In Italia Amazon è stata la prima a impiegare ex militari. "Abbiamo combattuto per il nostro Paese" conclude Stefano. "Adesso combattiamo per uscire dal mondo parallelo dove per troppo tempo siamo stati emarginati".

Sul Venerdì del 2 luglio 2021