A Casale Monferrato, dove l'amianto continua a fare vittime
di Angelo Ferracuti , di Angelo FerracutiCASALE MONFERRATO (Alessandria). In questo primo pomeriggio assolato di giugno le strade di Casale Monferrato sono ancora deserte, così quella che immaginavo come una città operaia e un po’ tetra, ha invece subito l’aspetto distinto e ducale con i suoi palazzi antichi, intorno le colline verdi che tanto piacevano a Cesare Pavese descritte nella Luna e i falò. In via Roma, sotto i bui porticati con le vetrine dei negozi, seguo la strada fino a Piazza Mazzini con al centro la statua equestre di Re Carlo Alberto e dietro il magnifico duomo di Sant’Evasio, in stile romanico lombardo. Nel 1907, negli stessi anni in cui Franz Kafka diventò proprietario della fabbrica praghese di amianto Hermann & Co., non troppo lontano da questo centro storico e piccolo mondo antico, la multinazionale Eternit costruì il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa, 94 mila metri quadri di area produttiva con una presenza costante …
CASALE MONFERRATO (Alessandria). In questo primo pomeriggio assolato di giugno le strade di Casale Monferrato sono ancora deserte, così quella che immaginavo come una città operaia e un po’ tetra, ha invece subito l’aspetto distinto e ducale con i suoi palazzi antichi, intorno le colline verdi che tanto piacevano a Cesare Pavese descritte nella Luna e i falò. In via Roma, sotto i bui porticati con le vetrine dei negozi, seguo la strada fino a Piazza Mazzini con al centro la statua equestre di Re Carlo Alberto e dietro il magnifico duomo di Sant’Evasio, in stile romanico lombardo. Nel 1907, negli stessi anni in cui Franz Kafka diventò proprietario della fabbrica praghese di amianto Hermann & Co., non troppo lontano da questo centro storico e piccolo mondo antico, la multinazionale Eternit costruì il più grande stabilimento di cemento-amianto d’Europa, 94 mila metri quadri di area produttiva con una presenza costante di 2.500 addetti che lavoravano senza protezioni e a mani nude.
Iniziarono a chiamarla la città bianca. La polvere entrava nelle case e nelle centrifughe delle lavatrici con le tute sporche dei lavoratori, stava nei sottotetti, nei cortili di uffici pubblici, “il polverino” come si chiamava in gergo popolare, quando si alzava il vento arrivava anche fin qui, dove sto passeggiando.
Giuliana Busto, presidente dell’AFeVA, Associazione famigliari vittime Amianto, piccola di statura e uno sguardo intenso, li ricorda bene quei tempi: «Trentacinque anni fa non sapevamo niente, all’inizio non ci siamo resi conto» ma quando mancò suo fratello Piercarlo, a 33 anni, lasciando una bambina di due, impiegato di banca che non aveva mai messo piedi all’Eternit, per la prima volta scrissero sul manifesto funebre che era morto per amianto. «La nostra reazione fu quella di renderlo pubblico» racconta con mitezza e dignità. «È morto in cinque mesi, passato dal correre da sportivo a non potersi più muovere. Qualcuno dopo la diagnosi si è suicidato» sussurra, «è andato in cantina e si è sparato».
Bruno Pesce, lo storico segretario della Camera del Lavoro, raccontatore orale infaticabile e lucido, il giorno dopo mi accompagna insieme all’operaio Pietro Condello nel luogo dove c’era la fabbrica. Resta qualche padiglione, quello transennato degli uffici della direzione all’ingresso, i vetri rotti, gli intonaci scrostati. «Dove ora c’è il parco si trovava il corpo centrale della fabbrica» dice, «qui facevano le lastre, gli ondulati per le coperture, i tubi». Intorno alla fabbrica c’erano dei cementifici, perché nelle colline circostanti si estraeva la calce cruda, «una delle migliori del mondo», sostiene Pesce. «Hanno abbandonato lo stabilimento con tonnellate di amianto dentro, le finestre con i vetri rotti, amianto esposto ai quattro venti».
«Sei venuto qui a morire anche tu?»
Il primo ad accorgersene fu Nicola Pondrano. Quando lo avevo incontrato mi aveva parlato della fabbrica come di «un luogo spaventevole, un’azienda vecchia dove si vedeva l’usura sui visi dei lavoratori, piena di umidità e polverosità». Si era accorto, leggendo i manifesti funebri affissi sulla colonna di marmo all’ingresso, che gli operai morivano tutti giovanissimi, 52, 54, 56 anni, gente che non arrivava alla pensione. Poi un giorno, durante la cassa integrazione, si mise a perlustrare la fabbrica, passeggiando nei reparti, finché non arrivò lì dove lavoravano l’amianto e scorse un operaio anziano che stava mangiando un panino. Quando lo vide, l’operaio gli disse: «Che sei venuto a fare qua dentro, sei venuto a morire anche tu?». Nicola diventò il portavoce del Consiglio di fabbrica e con Pesce successivamente creò un gruppo dirigente nel sindacato che si batteva per le contrattazioni territoriali, il quale nel 1990 diede vita al Comitato Vertenza Amianto.
Il 13 febbraio 2012 per i proprietari Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier de Marchienne arriva la prima condanna a 16 anni per disastro ambientale doloso, con una serie di richieste di risarcimento. Mentre torniamo in macchina Bruno Pesce la definisce una sentenza «eccezionale, a favore dei lavoratori, per le centinaia di morti fra i cittadini, ma anche per casi particolari, il riconoscimento del danno da paura o di rischio per coloro che vivevano nell’angoscia di poter contrarre la malattia». La condanna fu confermata il 3 giugno 2013. Infine, nel 2014 la Cassazione ha prescritto il reato. «Ho pianto quel giorno» mi dice ancora Bruno mentre guida. Poi, il 12 maggio 2015 è iniziato a Torino un nuovo processo, l’Eternit Bis, che riguarda decessi avvenuti nelle diverse sedi della multinazionale.È ripreso a Novara lo scorso 9 giugno.
La mattina prima della partenza incontro Daniela Degiovanni nella sede dell’Associazione Vitas. È una donna bionda dallo sguardo dolce. Giovanissima, nel 1975 si laurea in medicina e va a lavorare alla Cgil. Ha un ricordo molte forte di quelle persone visitate nell’ambulatorio, giovani e anziani: «Erano tutti uniti da un comune malessere, molto affaticati nel respiro, anche quando facevano le scale, e da una sofferenza esistenziale, preoccupati, angosciati. 'Voi non potete capire cosa succede là dentro, a volte non riusciamo a vedere il compagno vicino per il mare di polvere', dicevano. Credo di aver visto le diverse generazioni e famiglie intere sterminate dalla malattia». I malati di mesotelioma hanno dolori strazianti, «si deformano per reazione antalgica» mi spiega, «hanno talmente dolore che per sopportarlo tendevano ad assumere posizioni che potevano sollevarli dalla sofferenza, li vedevi camminare ingobbiti, storti».
Trent'anni dopo
Adesso continuano a morire i più giovani, quelli che erano bambini quando la fabbrica chiuse, trent’anni fa. Daniela Zanier era bambina. Mi torna in mente mentre cammino veloce lungo via Bistolfi, dirigendomi verso la stazione. L’ho vista ieri nella sede dell’AFeVA, dove sono conservate tutte le cartelle delle tremila persone circa che si sono ammalate e poi sono morte. A seguito di una broncopolmonite ha fatto le radiografie, il polmone destro era velato, lo hanno siringato portando via una sacca di liquido, e dopo la biopsia le hanno riferito che era mesotelioma. «È un anno che ho scoperto di essere malata» mi ha detto questa donna sorridente dai capelli biondi, «l’oncologa quando ha visto la Tac ha detto che sono almeno trent’anni che sono malata, a Casale viviamo tutti con questa spada di Damocle sulla testa». Mi ha confessato che la gente pensa di lei che è 'un morto che cammina', «ho fatto una terapia sperimentale, ma ho dovuto abbandonarla perché sono svenuta». Ha dentro tanta rabbia e paura. Mi dice sarcastica: Stephan Schmidheiny, il padrone dell’Eternit, «pensa un po’, ha dovuto fare molta meditazione per difendersi dalla persecuzione dei processi». Poi mi dice ancora «maledetto», stringendo i pugni e guardandomi fiera negli occhi.
Sul Venerdì del 2 luglio 2021