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Whiskey e silenzio. Firmato Samuel Beckett

Samuel Beckett (Dublino, 1906 - Parigi 1989), premio Nobel per la letteratura nel 1969 (I.C. Rapoport/Getty Images) 
Esce il secondo volume dell’epistolario del grande drammaturgo irlandese, dagli anni degli stenti al successo di "Aspettando Godot". Al quale reagirà sempre con sorpresa
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"L'altra sera, accecato dal whiskey, mi sono messo a sbraitare e a dare in escandescenze. I miei spettatori, genìa di grande cultura, non hanno perso tempo a richiamarmi alla decenza...". Era il 27 di luglio del 1948, e questo Samuel Beckett scriveva al suo principale corrispondente del secondo dopoguerra, il critico d'arte Georges Duthuit. Parlava di spettatori, ma non a teatro. Si trovava a Dublino, la città in cui era nato, e non c'erano sue repliche in corso. Le scene non lo conoscevano ancora. Di chi parlava, allora? Chi era quel suo "pubblico"?

Forse siamo in un pub, in quell'Irlanda di cui, qualche anno dopo, avrebbe trovato "impossibile parlare con ritegno". Dall'Irlanda se n'era andato giovane, come Joyce; ma dopo la guerra fu costretto a tornarvi, e anche spesso; per questioni familiari, come assistere il fratello malato o la morte della madre. Ma di quella terra non riuscirà più a parlar bene…

"L'altra sera, accecato dal whiskey, mi sono messo a sbraitare e a dare in escandescenze. I miei spettatori, genìa di grande cultura, non hanno perso tempo a richiamarmi alla decenza...". Era il 27 di luglio del 1948, e questo Samuel Beckett scriveva al suo principale corrispondente del secondo dopoguerra, il critico d'arte Georges Duthuit. Parlava di spettatori, ma non a teatro. Si trovava a Dublino, la città in cui era nato, e non c'erano sue repliche in corso. Le scene non lo conoscevano ancora. Di chi parlava, allora? Chi era quel suo "pubblico"?

Forse siamo in un pub, in quell'Irlanda di cui, qualche anno dopo, avrebbe trovato "impossibile parlare con ritegno". Dall'Irlanda se n'era andato giovane, come Joyce; ma dopo la guerra fu costretto a tornarvi, e anche spesso; per questioni familiari, come assistere il fratello malato o la morte della madre. Ma di quella terra non riuscirà più a parlar bene. Eppure, nel nominare il noto distillato, lo scriveva sempre all'irlandese: con la "e", non whisky.

Furono anni in cui lo usquebaugh (nome gaelico del whiskey) lo sorresse e lo consolò: "Stasera, avendo bevuto solo tre doppi whiskey... sarò di una dignità appena barcollante" scriveva sempre a Duthuit nel 1948, e l'anno dopo gli raccontò: "Lento tracollo, come ogni volta, un po' più di whiskey tutti i giorni, lavoro zero". Furono anni in cui scelse, per la sua arte, di cambiare lingua: "È lo scrivere direttamente in inglese che mi impastoia. Lingua orribile, che so ancora troppo bene". Molti anni dopo, il 17 febbraio del 1954, spiegò ad Hans Nauman il perché di quella scelta: "Non considero l'inglese una lingua straniera, è la mia lingua. Se ce n'è una che per me è assolutamente straniera quella è il gaelico". Tuttavia, all'interlocutore fornì anche una dritta: disse di scrivere in francese per  "il bisogno di essere mal armato".  

La scrittura di Beckett è notoriamente ineffabile, e per comprendere a pieno l'allusione bisogna guardare l'originale, ove l'espressione è "mal armé", un amo al grande poeta simbolista, Stéphane Mallarmé. Ma era anche un'allusione a Joyce, altro esule irlandese verso cui Beckett provava "un affetto e una gratitudine sconfinati", considerandolo "uno dei più grandi geni letterari di ogni tempo".

Che Beckett incrociasse le poetiche di Mallarmé e di Joyce lo capiamo da una importante lettera a un critico joyciano, l'allora giovanissimo David Hayman: "Mi torna alla mente quando una volta citai a Joyce 'E fango è il mondo' di Leopardi, al che la sua immediata e unica reazione fu cogliere l'associazione il mondo - immonde". Gli spiegò, a proposito, che Joyce seguiva più la dottrina della coincidenza dei contrari di Giordano Bruno che non l'intellettualismo di Mallarmé.

Eccola, infatti, la grande differenza tra il secondo volume dell'epistolario di Beckett (Lettere 1941-1956, Adelphi, pp. 624, euro 55, edizione italiana a cura di Franca Cavagnoli, traduzione di Leonardo Marcello Pignataro), e il primo, che copriva gli anni 1929-1940: oltre alla preponderanza di lettere in francese e al mutamento di focus - non più gli altri (editori, scrittori, critici...) ma lui stesso - riscontriamo l'umbratile assenza, sempre presente, di James Joyce.

L'ombra di Joyce

Nel primo tomo Joyce la faceva da padrone, secondo soltanto all'amico di entrambi, il poeta irlandese Thomas McGreevy. Nel secondo, dopo la sua morte il 13 gennaio del 1941 a Zurigo (Beckett gli aveva scritto una lettera mai recapitatagli solo il giorno prima), il nome di Joyce comparirà con meno frequenza, segno dell'emancipazione e della maturazione artistica di Beckett. Un allontanamento che fu una strategia creativa e non solo di difesa. Discostarsi da tutto era l'unica via di fuga per lo scrittore che in seguito avrebbe affermato: "Ogni parola è come una macchia non necessaria che sporca il silenzio e il nulla". Un silenzio e un nulla, però, in grado di parlare, di tendere verso uno spazio linguistico la cui meta era l'oblio.

Gli anni coperti dal volume sono cruciali per la carriera letteraria di Beckett. Si dedicò, dopo il rifiuto plurimo del romanzo Watt  da parte di numerosi importanti editori inglesi, alla scrittura in francese di tante sue opere importanti. Compose la trilogia (Molloy, Malone meurt, L'innomable) e En Attendant Godot, pièce in cui realizzò qualcosa di impossibile: sebbene sul palco non accada nulla, gli spettatori restavano comunque incollati alla sedia; e poi, nel secondo atto, dove accade ancora meno, "non succedeva niente per ben due volte", è stato detto. La dispersione e la smaterializzazione dell'io appaiono radicate nella fuggevolezza della parola, e il francese in questo lo aiutò eccome. Scrisse, sempre a Duthuit: "Non ho mai compreso bene... fino a che punto il francese è la lingua dell'infinitesimale".

L'infinitesimale è per Beckett l'approssimazione verso il silenzio. Al musicista Edmond Costere (pseudonimo di Édouard Coester), che voleva mettere in musica le prime pagine di Godot, Beckett rispose: "Se giudica bene tradurlo... in musica pura, ecco che mi interesserebbe molto e mi farebbe un grande piacere. E volendo parlare solo del silenzio, non aspetta forse sempre il suo musicista?". La parola scenica non ha bisogno, per Beckett, di orpelli, musicali e scenografici che siano. Si era già opposto "a qualsiasi musica di scena", e quando gli vennero suggerite scenografie meno minimaliste per il suo Godot, si mostrò oltremodo caustico: "Non credo alla collaborazione tra le arti, il teatro lo intendo limitato ai suoi mezzi propri, la parola e la recitazione, senza pittura e senza musica, senza abbellimenti... Quanto all'agio visivo degli spettatori, lo ficco dove puoi immaginare".

Nel dopoguerra, lontano dalla clandestinità della Resistenza (un periodo non rappresentato nelle lettere), e anche dalle esperienze nella Croce Rossa irlandese, Beckett sviluppò una profonda vicinanza alla terra, al suolo. Si fece costruire una casa di campagna a Ussy e visse sovente una vita distante dal clamore: "Ho voglia di vangare, di solcare come dicono qui. Ieri ho fatto una lunga passeggiata, senza incontrare nessuno, anzi no, un becchino che tornava dal cimitero spingendo una carriola". Un ambiente, però, tutt'altro che bucolico; anzi, una miniera di immagini a riposo: "A metà strada una locanda alla Brouwer... contadini inesausti che bevevano vino aspettando l'ora dell'aperitivo".

Forse stremato da anni di stenti e di rifiuti - "negli ultimi due anni non sono riuscito a scrivere niente di cui valga la pena parlare. Strappo tutto", scrisse a Duthuit nel giugno del 1949 - la campagna lo aiutò a ritrovare un equilibrio. E lo preparò agli stravolgimenti del successo in arrivo, ai quali reagirà sempre con sorpresa. Nel 1956 scrisse a Pamela Mitchell, con cui aveva avuto una relazione, che da New York gli si chiedeva il permesso di portare in scena la pièce a Broadway con Buster Keaton e Marlon Brando: "Immagina Keaton nella parte di Vladimir e Brando in quella di Estragon!".

Un successo impensabile, se non avesse cambiato lingua. Ma impensabile anche se non fosse rimasto l'irlandese di sempre: un irlandese che, alla domanda: "Lei è inglese, Mr Beckett?", mai mancò di rispondere: "Au contraire".

Sul Venerdì del 2 luglio 2021