Gli alberi maestri di Giuseppe Penone
di Antonella Barina , di Antonella BarinaTORINO. Era il 1881 quando tale Giovanni Battista Penone comprò un appezzamento di terra a Garessio, provincia di Cuneo, e iniziò a coltivarlo a vigna, piantando patate tra un filare e l'altro. Ottime quelle patate. Tanto che ottant'anni dopo suo figlio Pasquale, che pure era saltato dall'agricoltura al commercio, quei tuberi continuava a produrli sullo stesso terreno, con gli stessi metodi. Fu solo il figlio di Pasquale a vedere in modo radicalmente diverso quelle patate del campo di famiglia. Si chiamava Giuseppe Penone e nel 1977 arrivò ad esporne una catasta che finì nei cataloghi d'arte: in quell'installazione dal titolo minimalista, Patate, lui aveva mischiato alcune forme antropomorfe, un orecchio, un naso, una bocca... Dettagli d'uomo che, rifatti in bronzo, si confondevano con i tuberi. Come a sottolineare una continuità primordiale tra corpo umano e mondo naturale.
Un tema molto caro a quel ragazzo di Garessio, che …
TORINO. Era il 1881 quando tale Giovanni Battista Penone comprò un appezzamento di terra a Garessio, provincia di Cuneo, e iniziò a coltivarlo a vigna, piantando patate tra un filare e l'altro. Ottime quelle patate. Tanto che ottant'anni dopo suo figlio Pasquale, che pure era saltato dall'agricoltura al commercio, quei tuberi continuava a produrli sullo stesso terreno, con gli stessi metodi. Fu solo il figlio di Pasquale a vedere in modo radicalmente diverso quelle patate del campo di famiglia. Si chiamava Giuseppe Penone e nel 1977 arrivò ad esporne una catasta che finì nei cataloghi d'arte: in quell'installazione dal titolo minimalista, Patate, lui aveva mischiato alcune forme antropomorfe, un orecchio, un naso, una bocca... Dettagli d'uomo che, rifatti in bronzo, si confondevano con i tuberi. Come a sottolineare una continuità primordiale tra corpo umano e mondo naturale.
Un tema molto caro a quel ragazzo di Garessio, che dopo un diploma in ragioneria (un mestiere è meglio averlo nel cassetto), aveva virato e, inseguendo la sua passione per il disegno, frequentato l'Accademia d'arte di Torino, dove si era fatto notare per le sue idee poco convenzionali. Era la fine degli anni 60, quelli delle grandi utopie, quando essere giovani voleva dire buttare all'aria le regole strutturate della società e dell'arte: il critico Germano Celant lo incluse nel neonato movimento dell'Arte Povera. A 21 anni Penone ne era l'esponente più giovane. E, tornato nel suo paesino piemontese, si era messo a sondare le possibilità di interagire con la natura e modificarla, attuando una serie di performance nel bosco in cui interveniva sulla crescita degli alberi. Aveva già un suo pubblico? "Macché!" risponde oggi l'artista. "Se l'avessi detto in giro, mi avrebbero preso per matto".
Cinquant'anni dopo, Penone ha ricevuto (nel 2014) il Premio Imperiale per la scultura, sorta di Nobel dell'arte, ed espone nei più prestigiosi spazi pubblici e privati del mondo. Da poco ha inaugurato la mostra Alberi In-Versi nell'olimpo degli Uffizi: i suoi lavori sono tra i capolavori dei grandi maestri di tutti i tempi. Pezzi storici, nuove sculture, opere su carta: la mostra, organizzata con l'Associazione Arte Continua e curata da Gianfranco Maraniello, spazia attraverso più fasi della vita di Penone. Mentre alla Biennale Architettura di Venezia un suo albero della serie Idee di pietra - Olmo affiora dalle acque dell'Arsenale, davanti alle Gaggiandre, imponenti tettoie cinquecentesche. Presentato dalla Fondazione Vuslat, che intende sensibilizzare sull'importanza dell'ascolto di sé, degli altri e della natura, quell'olmo in bronzo è stato ribattezzato The Listener, colui che ascolta.
in corso (Andrea Avezzù/ Courtesy La Biennale di Venezia)
Chioma bianca, voce pacata, Penone mi accoglie negli enormi spazi del suo studio di Torino, che un tempo ospitava un negozio di materiali metallici, in un quartiere ormai multietnico. Una scala circolare si snoda in su, verso gli uffici del primo piano, intorno ad Albero di dodici metri: un tronco scavato fino a estrarne la forma più esile che doveva avere un tempo. Altri locali sono foreste incantate di fusti, foglie, cortecce, rami riprodotti in bronzo, cristallo, legno. Tutto il lavoro di Penone esplora l'incontro uomo-natura alla ricerca di un'antica sintonia: ha un'affilata forza concettuale, ma anche toni poetici, in cui si insinua la meraviglia.
"In questi ambienti si organizzano le mostre, si archivia il materiale, si imballano le opere destinate a viaggiare il mondo" spiega l'artista. "Il luogo della creazione è altrove, a San Raffaele Cimena, sulle colline di Torino, dove il bosco ha avuto il sopravvento sui vecchi terreni agricoli. Lì posso lavorare all'aperto e seguire l'evolversi delle stagioni". Penone ha da poco regalato 219 lavori su carta (e un'installazione) al Castello di Rivoli, davanti al cui ingresso c'è già uno dei suoi alberi più celebri. Si tratta di disegni, foto, appunti che saranno esposti l'anno prossimo e mostrano la genesi delle sue opere attualmente in Piemonte. Nel frattempo altre sue personali sono in cantiere: dalla Biblioteca Nazionale di Francia alla Frick Collection di New York, dal Museo d'Arte di Philadelphia al Centre Pompidou di Parigi...
"La pandemia ha portato maggiore attenzione per l'ambiente e chi come me è cresciuto a contatto con la natura sa che va rispettata: se la si prevarica, reagisce. Bisogna dialogare alla pari e darle dignità".
Per la mostra agli Uffizi, inserita nelle celebrazioni dantesche, lei ha installato in piazza della Signoria Abete, un albero in acciaio di 22 metri. Presentata come metafora del Paradiso, quella pianta scarna, senza pretese "celesti", ha suscitato polemiche.
"In origine la mostra non aveva un legame diretto con Dante: solo in seguito mi è stata chiesta un'installazione per il Dantedì. Così ho scelto Abete: un tronco disadorno avvolto in una spirale, che può essere intesa come elevazione verso il cielo, ma anche come discesa verso il profondo, simboleggiando il viaggio della Divina Commedia. Non so chi abbia collegato Abete con dei versi specifici del Paradiso".
Le trenta opere in mostra toccano tutta una vita di lavoro. Cosa ha dettato la scelta?
"Gli spazi vincolanti degli Uffizi: non ci sono le grandi sale vuote dei musei d'arte contemporanea. I miei lavori dialogano con le opere della Galleria, lungo il percorso che porta alle sale di Leonardo, Michelangelo e Raffaello".
"Classico e contemporaneo non sono in contrapposizione: le motivazioni che ci fanno apprezzare un'opera non cambiano nel corso del tempo. Le immagini non sono parole, soggette ai limiti della comprensione linguistica. Un dipinto odierno e uno del Seicento trasmettono emozioni analoghe".
Di recente lei ha donato centinaia di opere su carta: al Castello di Rivoli, ma anche al Museo d'Arte di Philadelphia e al Pompidou. Vuol continuare il viaggio più leggero?
"Ho disegnato fin da ragazzo e continuo a farlo: gli schizzi si accumulano. Ma temo che un giorno andranno dispersi: i passaggi di mano dei disegni sono meno tracciabili di quelli delle altre opere".
Cosa ricorda dei suoi esordi?
"A incoraggiarmi a disegnare era mia madre: suo padre modellava la creta. Quando sono entrato all'Accademia non avevo una formazione artistica. Solo la convinzione di non dover imitare gli altri, ma fare qualcosa di personale. Così presi ad attingere da ciò che conoscevo meglio: la natura".
Le prime idee?
"In mostra c'è Rovesciare i propri occhi, del 1970. Ricordo di aver pensato: se l'opera ripropone ciò che l'artista ha visto, perché non riprodurlo subito, direttamente sugli occhi, con lenti a contatto specchianti che riflettono la realtà circostante? Il riflesso è già di per sé opera d'arte".
"Il senso d'appartenenza a un gruppo - l'Arte Povera - il forte senso d'identità. Benché fossimo solo una decina di persone 'contro'. E le poche gallerie avevano mezzi limitati. Facevamo le mostre portandoci le opere in valigia".
Da quegli inizi poveri - e poveristi - al Premio Imperiale...
"In realtà il riconoscimento più grande è vedere il mio lavoro apprezzato da chi non si intende di arte. Magari dall'operaio che installa un'opera. Vuol dire che sono riuscito a passare un'emozione".
Sul Venerdì del 9 luglio 2021