L'anonima interpreti dell'enigma romaní
di Floriana Bulfon , di Floriana BulfonLo scudo più potente è una parlata unica, basata sul romaní e contaminata dalle stratificazioni del dialetto abruzzese e capitolino. Una babilonia semantica che offre conversazioni a prova di intercettazioni. Ricorda il code talker dei Navajo, i nativi arruolati dai marines americani per gestire comunicazioni radio che nessun giapponese poteva capire. I corleonesi si affidavano ai pizzini, i narcos di camorra e 'ndrangheta impugnano telefonini criptati, a loro invece basta sfoderare la lingua madre. "Fanno affidamento sulla convinzione che la loro lingua sia di difficile comprensione, per cui parlano liberamente" rivela Debora Cerreoni, la donna che per prima ha rotto dall'interno il muro d'omertà della famiglia Casamonica. Dentro o fuori casa, nella loro quotidianità ormai comunicano in romanesco, lo slang senza identità della Capitale. Ma appena i discorsi si fanno delicati, allora passano all'antico idioma ed eccol…
Lo scudo più potente è una parlata unica, basata sul romaní e contaminata dalle stratificazioni del dialetto abruzzese e capitolino. Una babilonia semantica che offre conversazioni a prova di intercettazioni. Ricorda il code talker dei Navajo, i nativi arruolati dai marines americani per gestire comunicazioni radio che nessun giapponese poteva capire. I corleonesi si affidavano ai pizzini, i narcos di camorra e 'ndrangheta impugnano telefonini criptati, a loro invece basta sfoderare la lingua madre. "Fanno affidamento sulla convinzione che la loro lingua sia di difficile comprensione, per cui parlano liberamente" rivela Debora Cerreoni, la donna che per prima ha rotto dall'interno il muro d'omertà della famiglia Casamonica. Dentro o fuori casa, nella loro quotidianità ormai comunicano in romanesco, lo slang senza identità della Capitale. Ma appena i discorsi si fanno delicati, allora passano all'antico idioma ed eccoli pronunciare butì per stabilire la droga da smerciare o slato per l'oro da accumulare.
L'unico modo di trasformare in prove le registrazioni di microspie o cellulari è trovare un interprete. Qualcuno che abbia le stesse radici e sia disposto a collaborare con gli investigatori. Esponendosi a grandi rischi. È accaduto alla donna rom che ha accettato di decifrare i nastri da cui sono nate le prime accuse di mafia per il clan che il 23 luglio attende la sentenza nel processo di primo grado. Anzitutto, si è trovata davanti un carico di lavoro enorme, migliaia di ore di registrazione, pagate pochissimo dallo Stato. Poi nella sua abitazione ha subìto un furto dalle dinamiche insolite, che l'ha sconvolta al punto da rinunciare all'incarico. Come lei un altro signore rom. Vivono nella paura, nonostante abitino lontano da Roma, tanto che hanno chiesto di non svelare la loro identità: hanno tradotto solo una parte delle conversazioni. Molte sono rimaste indecifrate. Impossibile ottenere una traduzione in simultanea e così durante le indagini gli investigatori hanno dovuto affidarsi all'esperienza e intuire dai toni concitati e dai gesti per imitare gli spari che stavano progettando una punizione esemplare.
In altri casi è andata peggio: al processo per estorsione con l'aggravante del metodo mafioso ai danni del boss di Ostia, Carmine Romoletto Spada, l'interprete designato dai giudici non si è presentato in aula. Sparito. Lui, come altri, ha preferito una denuncia per favoreggiamento piuttosto che venire preso di mira e subire ritorsioni. Lo Stato infatti non può garantire l'anonimato a questi collaboratori ad alto rischio. E in pratica, a fare da perito trascrittore rimane solo qualche investigatore appassionato di lingue che è riuscito a imparare il romaní.
Servirebbe una legge
Il muro linguistico è diventato una barriera tale da soffocare i procedimenti. Talmente grave da aver spinto l'allora presidente del Tribunale di Roma, Mario Bresciano, a chiedere l'intervento del ministro del Giustizia, all'epoca Andrea Orlando: "La questione degli interpreti che hanno timore di ritorsioni dei clan e dunque si rifiutano di tradurre è gravissima. I colleghi di tutta Italia hanno lo stesso problema. Chiedo dunque al ministro di intervenire. Basterebbe un cambio della normativa o un'estensione della legge riservata ai collaboratori sotto copertura per garantire anonimato a questi interpreti rom".
Se lo Stato vuole essere più forte delle minacce, deve proteggere chi sta dalla sua parte. È una considerazione ovvia, rimasta però senza seguito. Inutile cercare aiuto tra gli accademici o nella comunità rom. "La nostra è una lingua di origine indoeuropea che ha uno standard e che poi può avere delle declinazioni con i differenti dialetti dei posti in cui viviamo, ma non veniamo riconosciuti come minoranza linguistica nonostante lo preveda la Costituzione. Sarebbe sufficiente non ignorarci per mettere in condizione università e istituti di ricerca di fare corsi aperti a tutti e di avere così interpreti che siano dei professionisti" ragiona il presidente dell'Associazione Romanì Italia Nazzareno Guarnieri. Le soluzioni insomma ci sarebbero. Dare la parola allo Stato per toglierla alle mafie, però, non è una priorità. E così si rischia di lasciare i boss liberi di parlare e accrescere la loro fama di impunità.
Sul Venerdì del 16 luglio 2021