Gli amici dei giaguari li rivogliono negli Usa
di Simone Porrovecchio , di Simone PorrovecchioNella lingua ancestrale tupi-guaraní, parlata dai popoli nativi della foresta amazzonica, la parola yaguará significa "bestia che vince la preda con un balzo veloce". E in effetti una delle caratteristiche del giaguaro (Panthera onca) è quella di restare in agguato fino a sferrare l'attacco fulmineo da una distanza molto ravvicinata. Il più grande felino americano, il terzo al mondo dopo la tigre e il leone, occupa un posto speciale in quasi tutte le civiltà precolombiane. Ma non solo. I giaguari si vedono anche nei disegni rupestri dei popoli nativi - Hopi e Anasazi, Navajo e Apache - che vivono in Arizona, Nevada, New Mexico, California meridionale e Texas.
Un tempo infatti i giaguari vivevano anche qui. Il loro sterminio nel Sud Ovest nordamericano è iniziato con l'arrivo dei coloni, che li cacciavano per la pelliccia e per difendere il bestiame. L'ultimo giaguaro statunitense fu ucciso in Arizona nel 1963. Un esempla…
Nella lingua ancestrale tupi-guaraní, parlata dai popoli nativi della foresta amazzonica, la parola yaguará significa "bestia che vince la preda con un balzo veloce". E in effetti una delle caratteristiche del giaguaro (Panthera onca) è quella di restare in agguato fino a sferrare l'attacco fulmineo da una distanza molto ravvicinata. Il più grande felino americano, il terzo al mondo dopo la tigre e il leone, occupa un posto speciale in quasi tutte le civiltà precolombiane. Ma non solo. I giaguari si vedono anche nei disegni rupestri dei popoli nativi - Hopi e Anasazi, Navajo e Apache - che vivono in Arizona, Nevada, New Mexico, California meridionale e Texas.
Un tempo infatti i giaguari vivevano anche qui. Il loro sterminio nel Sud Ovest nordamericano è iniziato con l'arrivo dei coloni, che li cacciavano per la pelliccia e per difendere il bestiame. L'ultimo giaguaro statunitense fu ucciso in Arizona nel 1963. Un esemplare che i ricercatori hanno chiamato El Jefe, "il Capo" in spagnolo, è arrivato dal Messico dieci anni fa e forse si aggira ancora sulle montagne di Santa Rita in Arizona, anche se l'ultima volta è stato visto nel 2015.
Ora, a cinquant'anni dalla sua scomparsa, alcune tra le più importanti organizzazioni ambientaliste americane lanciano un appello al governo perché prenda finalmente in considerazione un piano concreto per reintrodurre il giaguaro in Arizona e New Mexico. Nel loro articolo pubblicato su Conservation Science and Practice gli scienziati indicano un'area precisa di 82.400 chilometri quadrati (più o meno tre volte la grandezza della Sicilia) definita CANRA (Central Arizona - New Mexico Recovery Area), tra le montagne della Sierra Madre, il massiccio delle Sky Islands e le catene montuose a nord del deserto messicano di Sonora: a loro parere è lì che andrebbero messi in libertà i primi 150 esemplari. L'area è gestita in buona parte dalle agenzie ambientali del governo federale e per il resto dalle tribù native dei White Mountain e San Carlos Apache; i promotori sottolineano che solo sull'1,1 per cento di quel territorio sono previsti programmi di urbanizzazione, colture o pascolo nei prossimi anni.
"Il giaguaro viveva tra Arizona e Texas molto prima degli americani", afferma Eric Sanderson, ecologo della Wildlife Conservation Society e autore principale dello studio. "Non si tratta di impedire l'estinzione globale della specie, che pur essendo rubricata come 'quasi minacciata' nella lista rossa della Iucn non rischia di sparire in tempi brevi. Si tratta però di conservare le popolazioni esistenti e recuperare le aree perdute. Le montagne dell'Arizona centrale e del New Mexico sono un habitat unico per i giaguari, chiaramente distinto per clima, vegetazione e prede dai sistemi tropicali come le giungle sud e centroamericane".
Anche se è facile confonderlo con i suoi cugini del Vecchio Mondo, leopardo (Panthera pardus) e ghepardo (Acinonyx jubatus), il giaguaro si distingue per le dimensioni notevolmente maggiori e per una caratteristica unica del mantello: le ampie rosette con l'interno di colore rossastro hanno una macchiolina tonda al centro, mentre negli altri due sono molto più piccole e fitte. È il felino con il morso più potente rispetto al peso (può tranquillamente divorare un caimano) e a differenza di molti suoi simili ama l'acqua: spesso i giaguari nuotano, fanno il bagno, giocano e cacciano persino i pesci nei ruscelli e in piccoli laghi. Oggi sono distribuiti in 19 Paesi, su un'area vasta circa 30 volte l'Italia. Sull'entità della popolazione i pareri nella comunità scientifica sono discordanti: secondo Sanderson e altri colleghi la stima più accurata è quella dell'Istituto venezuelano per la ricerca scientifica, che dà una forbice tra i 138 mila e i 208 mila esemplari.
L'appello degli studiosi americani punta a creare un corridoio per favorire lo spostamento verso nord delle piccole popolazioni di giaguaro ancora presenti in Messico. "Con il ridimensionamento del loro habitat dovuto allo sfruttamento agricolo, alle autostrade e ai tratti del 'muro di confine' appena costruiti, è molto improbabile che i giaguari possano reinsediarsi senza un intervento umano" spiega Michael J. Robinson, biologo della conservazione al Center for Biological Diversity. Ma gli studiosi sono convinti che la reintroduzione possa portare vantaggi anche ai cittadini. "Le ultime popolazioni degli Usa sono state sterminate per favorire l'industria del bestiame" spiega Robinson. "Che un interesse di lobby scavalchi il più ampio interesse pubblico della conservazione di una specie è inaccettabile. In più, la presenza dei giaguari renderebbe più attraenti regioni la cui economia dipende già in buona parte dal turismo".
I ricercatori sottolineano altri possibili vantaggi ecologici: "Quando in una zona vengono reintrodotti i carnivori, questi alterano il comportamento degli erbivori, con conseguente riduzione dell'intensità del pascolo su aree sensibili e recupero della vegetazione: un ottimo modo di combattere cambiamento climatico e siccità" sostiene Juan Carlos Bravo, responsabile per il Messico e i territori di frontiera di Wildlands Network.
Sulle tappe del progetto e da dove verranno presi gli esemplari da trasferire, gli scienziati non hanno ancora risposte concrete. "Il nostro modello è l'Ibera Reintroduction Project, attualmente in atto in Argentina in un'area protetta di 13,000 chilometri quadrati nella provincia di Corrientes, a nord-est del paese" spiega Sanderson. "Lì è stato creato un centro per la reintroduzione del giaguaro: cuccioli nati negli zoo o prelevati in natura - ad esempio dopo l'uccisione della madre - vengono allevati senza contatto umano. Appena hanno imparato a cacciare da soli vengono lasciati liberi di tornare nelle loro foreste e paludi".
Sul Venerdì del 16 luglio 2021