Bettino, Silvio, Matteo e lo Stretto di Messina: il Paese dei "pontefici" mancati
di Filippo Ceccarelli , di Filippo CeccarelliSempre caro gli fu quest'ermo Ponte, là dove ermo sta per solitario, deserto, abbandonato, ma per licenza mitologica potrebbe estendersi a irreale, sebbene o forse proprio perché fantasticatissimo. Questo in effetti avviene quando ciò che normalmente potrebbe dirsi un impaccio finisce per assorbire la potenza esaltante e minacciosa dei simboli. Simbolo di che cosa è già più arduo da stabilire. Della megalomania, per tenersi bassi, e della incompiutezza, per tenersi stretti, comunque all'italiana. In quale mai Paese al mondo, d'altra parte, un'invocazione onirica si è presa tanto tempo, tanti soldi, tante energie e chiacchiere? Simbolo di un sogno, per giunta antico, se non suonasse rinforzato nella sua astrattezza. Simbolo di un'opera tanto prometeica nel suo ingenuo sviluppo, quanto raffazzonata e persino truffaldina nel suo ricorrente ricicciare fuori - ma senza verità assolute, senza lezioni definitive, se …
Sempre caro gli fu quest'ermo Ponte, là dove ermo sta per solitario, deserto, abbandonato, ma per licenza mitologica potrebbe estendersi a irreale, sebbene o forse proprio perché fantasticatissimo. Questo in effetti avviene quando ciò che normalmente potrebbe dirsi un impaccio finisce per assorbire la potenza esaltante e minacciosa dei simboli. Simbolo di che cosa è già più arduo da stabilire. Della megalomania, per tenersi bassi, e della incompiutezza, per tenersi stretti, comunque all'italiana. In quale mai Paese al mondo, d'altra parte, un'invocazione onirica si è presa tanto tempo, tanti soldi, tante energie e chiacchiere? Simbolo di un sogno, per giunta antico, se non suonasse rinforzato nella sua astrattezza. Simbolo di un'opera tanto prometeica nel suo ingenuo sviluppo, quanto raffazzonata e persino truffaldina nel suo ricorrente ricicciare fuori - ma senza verità assolute, senza lezioni definitive, se non quella di una sconsolata e frustrante riproposizione, oltretutto nella società dell'anticipo.
Del Ponte sullo Stretto, detto anche Ponte di Messina, si parla da troppo per ridurre la questione a mero fatto tecnico, una o più campate, tunnel, auto, ferrovia, magari belvedere, pista ciclabile e ristorantini di passaggio. Titanico e controverso, insidiato da maremoti e criminalità prima ancora di esistere, accende la fantasia, alimenta la narrazione, solletica la grandezza dei potenti di turno, esalta la volontà impreditoriale facendo leva sulla parte meno razionale dell'animo umano come l'ottava, la nona o l'ennesima meraviglia del mondo contemporaneo. Almeno due generazioni di giornalisti prima o poi si sono trovati alle prese con il Ponte, la sua ombra, le sue beghe. Chi scrive questo articolo, e per prima cosa è andato a rileggersi quel che ne ha scritto in passato sentendosi un ideale scappellotto sulla capoccia, si è imbattuto in un pezzo pubblicato quasi vent'anni orsono, quando nel 2002 il secondo governo Berlusconi affidò la fanta-opera al coraggio e alla determinazione di Giuseppe Zamberletti, detto Super-Zamb, forse il politico più fattivo della Prima Repubblica.
Un formidabile carrozzone
Forte delle esperienze sui campi terremotati del Friuli e dell'Irpinia, poi del dopo Chernobyl, Zamberletti fu nominato alla guida di quel formidabile carrozzone, già sul punto di trasformarsi in un irresistibile baraccone mangia-soldi, che era la Società pubblica "Stretto di Messina spa". Per far posto al nuovo deus ex machina, quello uscente, il giornalista e senatore democristiano Nino Calarco, divenne presidente onorario. Fino a quel momento Calarco aveva impostato studi su studi di fattibilità. Con il necessario sadismo contabile, si erano contate 15 mila pagine di relazioni e calcoli, anche se il dato che lasciava più di ogni altro insospettire sulla loro effettiva utilità era l'indicazione, nuda e cruda, del peso complessivo di tutte quelle carte: 29 quintali. In un tono che si sforzava di essere neutrale tradendo una ancora più decisa sfumatura di diffidenza, l'articolo pattinava spedito su quello che a quei tempi ancora non si chiamava "cronoprogramma", ma che in prossimità del ventennale suona come un crudele tributo alla memoria. E dunque: nel 2003, secondo i nuovi piani, sarebbero partiti gli espropri dei terreni sulle due sponde; il rituale della prima pietra era fissato nel maggio del 2005; così come "il completamento" - formula di ambigua maestria, - sarebbe giunto nell'anno di grazia 2010.
Tutto questo non era una novità assoluta, ma l'avverarsi di una promessa, la teorica concretizzazione di quanto due anni prima, in vista del Contratto con gli italiani, il non ancora presidente Berlusconi, ma già sperimentato maestro di ideologia pubblicitaria, aveva illustrato, bacchetta alla mano e maxi schermo alle spalle, sulle bianche poltroncine di Porta a Porta mostrando simulazioni grafiche e altri diabolici ingegni di scena: ecco il Ponte come sarebbe venuto, qui saremo, qui faremo, qui andremo, nei salotti dell'intrattenimento politico il noi inesorabilmente si confonde con il plurale maiestatis, e amen.
A voler cacciare il pelo dall'uovo, sul Ponte Berlusca non aveva la coscienza del tutto a posto. Come ogni entità mitica, la questione aveva già ispirato nei secoli leggende, liti e bizzarri progetti il più simpatico dei quali, suggerito nel 1866 dall'ingegner Cottrau all'allora ministro dei Trasporti Stefano Jacini, prevedeva di rafforzare gli eventuali piloni con una immane coltivazione di cozze, idea peraltro ripresa da un fumetto di Zio Paperone nel 1982. Il fatto è che come in passato i simboli avevano ispirato mitologie, nel presente attraggono le reti televisive, per cui nel 1992 su Canale 5 il Ponte era entrato a piedi giunti in una fiction, Piazza di Spagna, incentrata su un perfido costruttore, Carmelo Cascone, interpretato da Enrico Maria Salerno, che d'accordo o peggio per conto della mafia prendeva casa a Roma, per più agevolmente corrompere un certo numero di uomini politici e procedere finalmente alla realizzazione della struttura. Apriti cielo! La società di Calarco aveva protestato sdegnata, Berlusconi si era trovato a fronteggiare la tempesta con l'aggravante che alcuni dei politici corrotti si erano riconosciuti nella fiction, insomma un pandemonio.
Il Partito del Treno
Non si dirà qui che per il Cavaliere il Ponte era un riscatto, e non solo perché in Italia nessuno riscatta mai niente. Già Craxi voleva fare il Ponte, addirittura pensando di fondare una nuova città, "Mediterranea", che unificava Reggio e Messina. Ai Trasporti, Signorile aveva scoperto un algoritmo ad hoc. Poi il ministro Ferri, quello dei 110 all'ora, aveva proclamato quella immaginaria struttura "una priorità". Quindi Publio Fiori, sempre ai Trasporti, aveva invocato il modello giapponese, così come di lì a poco la nascente pressione ecologista aveva rafforzato il Partito del Treno e quello Tunnel sottomarino. A rileggersi con gli occhi di oggi l'articolo del 2002 ogni scetticismo risulta non solo legittimo, ma anche consigliabile. Super-Zamb se n'è andato nel 2019, Calarco l'anno scorso, la Società Ponte di Messina è stata posta in liquidazione; nella sua ex sede, sulla terrazza della stazione Termini, c'è oggi una vasta area ristoro con caffè, pizza, sushi, frittini e stuzzichini. La quantità di studi e l'inutile peso delle carte devono essersi come minimo triplicati, come del resto l'esborso e lo spreco di quattrini; ma in qualche modo il carrozzone-baraccone è sopravvissuto per via di un contenzioso giudiziario paradossalmente generato dalla sua stessa soppressione.
Che altro dire di più (e di peggio)? Che l'ex berlusconiano Alfano chiese il Ponte a Renzi come una specie di prova d'amore. Il Rottamatore era diffidente, ma poi si convinse per quanto la dizione venne diluita in quella del "collegamento Napoli-Palermo". Come tale, Giuseppi Conte la valutò "senza pregiudizi" riaprendo alla soluzione tunnel più ponte.
I calabresi lo avrebbero volentieri intitolato a Carlo Magno, mentre ai siciliani non sarebbe dispiaciuto Federico II; Stefania Craxi ha proposto di dargli il nome del padre; di recente Salvini, che ci mette sempre un tocco magico, ha pensato al "Ponte Mario Draghi"; però poi per pudore se ne dev'essere pentito: "Guardi, per me si può chiamare anche Ponte Tizio, purché si faccia" - si noti il fascino di quel Tizio, ma anche di quel "purché".
Sul Venerdì del 30 luglio 2021