L'enigma Pétain
di Marco Cicala , di Marco CicalaComplotto contro la sicurezza dello Stato e intelligenza col nemico": ascoltò i capi d'imputazione con una mano a coppa dietro l'orecchio, tant'era sordo. Ma anche se ci avesse sentito bene sarebbe rimasto imperturbabile. In fondo rimaneva convinto di aver agito unicamente nell'interesse della Nazione. Durante le udienze non disse altro, sigillandosi nel silenzio, inespressivo "come una statua di cera del Museo Grévin" annotò un cronista. All'alba del 15 agosto 1945 Philippe Pétain veniva condannato a morte e la pena subito commutata in ergastolo. Si sarebbe spento in cattività, ultranovantenne, il 23 luglio del 1951. Ma settant'anni dopo, il suo fantasma si aggira ancora nella memoria collettiva dei francesi: sotto il chepì rosso, bordato di foglie dorate, l'effigie del Maresciallo continua a fissarne il passato più ingombrante con sguardo da sfinge. Un enigma che persino la storiografia pi&ug…
Complotto contro la sicurezza dello Stato e intelligenza col nemico": ascoltò i capi d'imputazione con una mano a coppa dietro l'orecchio, tant'era sordo. Ma anche se ci avesse sentito bene sarebbe rimasto imperturbabile. In fondo rimaneva convinto di aver agito unicamente nell'interesse della Nazione. Durante le udienze non disse altro, sigillandosi nel silenzio, inespressivo "come una statua di cera del Museo Grévin" annotò un cronista. All'alba del 15 agosto 1945 Philippe Pétain veniva condannato a morte e la pena subito commutata in ergastolo. Si sarebbe spento in cattività, ultranovantenne, il 23 luglio del 1951. Ma settant'anni dopo, il suo fantasma si aggira ancora nella memoria collettiva dei francesi: sotto il chepì rosso, bordato di foglie dorate, l'effigie del Maresciallo continua a fissarne il passato più ingombrante con sguardo da sfinge. Un enigma che persino la storiografia più recente e priva di tabù sugli anni di Vichy (1940-44) è riuscita a decifrare solo in parte.
Fino al 1992 tutti, ma proprio tutti, i presidenti della Repubblica deposero corone di fiori sulla tomba di Pétain il condottiero, "l'eroe di Verdun", l'uomo che aveva trascinato la Francia verso la vittoria nella Grande guerra, la rivincita a lungo covata contro le boche, "il crucco", l'eterno antagonista germanico. In seguito le cerimonie si sarebbero interrotte su pressione della comunità ebraica, che da tempo ricordava alle autorità come durante l'occupazione nazista quello stesso uomo avesse avallato massicce deportazioni e stermini. Però nel 2018, a un secolo dalla fine del primo conflitto mondiale, un incauto Emmanuel Macron ravvivò polemiche mai sopite affermando: "Il Pétain della Prima guerra fu un gran soldato. Si può essere stati grandi soldati nella Prima guerra e aver compiuto scelte nefaste nella Seconda".
Il mistero Pétain si annida tra le pieghe di una personalità camaleontica, segreta, elusiva. Nell'indole di un militare ambizioso fino alla vanità, ma capace di rendersi sfuggente anche quando si ritroverà catapultato al centro della scena. Salvatore e traditore della Patria: esistono quindi due Pétain? - chiedo allo storico francese Henry Rousso, tra i maggiori specialisti in materia. "È un dibattito infinito" sospira al telefono da Parigi. "Di sicuro, nel '40, Pétain non sarebbe arrivato al comando se non sulla spinta della popolarità raggiunta tra le due guerre. Non si può capire il dittatore senza l'eroe che l'ha preceduto. Se poi la domanda è: bisogna rendere omaggio a entrambi? La risposta sarà chiaramente: no. Tuttavia, sul piano dell'analisi storica, sarebbe assurdo cancellare il primo a causa del secondo".
Henri-Philippe-Omer Pétain veniva da lontano. Era nato nel 1856 da una cattolicissima famiglia contadina del nord. Nei suoi ricordi giovanili s'impastavano il livore per la disfatta e le umiliazioni subìte dal Secondo Impero durante l'invasione prussiana del 1870. E poi l'ostilità della provincia profonda verso la vampata rivoluzionaria della Comune parigina, che di quella catastrofe militare era stata il contraccolpo.Quando, nel 1914, Pétain viene tirato dentro la Grande guerra è un oscuro colonnello di 58 anni a un passo dalla pensione. Ma il concorso delle circostanze lo trasformerà in qualcos'altro: in un venerabile.
Nel mattatoio delle trincee, il suo arrivo è salutato dai fantaccini come un evento quasi messianico. Perché, smarcandosi dall'oltranzismo offensivista, dal dogma degli assalti a ogni costo che spediscono valanghe di disgraziati al macello, lui predica e pratica una teoria diversa: difendersi, stabilizzare il fronte, ridurre quanto più possibile le perdite. Pétain non agisce così per empatia con la truppa o per scrupoli umanitari. Lo fa per calcolo. Nella guerra di massa - ragiona - bisogna innanzitutto economizzare le forze e scatenarle solo al momento opportuno. Ma a renderlo popolare tra i suoi uomini sarà anche la - relativa - clemenza di cui il futuro Maresciallo darà prova nella repressione degli ammutinamenti interni, limitando le decimazioni allo stretto necessario. Benché impregnato di conservatorismo, Pétain non cede alla paranoia di quanti scorgono dietro quelle ribellioni l'effetto della propaganda sinistrorsa, pacifista e capitolarda.
Che la battaglia di Verdun sia stata davvero una grande vittoria francese o sia invece sostanzialmente finita in "pareggio" è ancora tema di dispute tra gli storici. Sta di fatto che Pétain se ne intesterà i meriti vivendoci di rendita per un ventennio. Con i colleghi Foche e Joffre, formerà la Trinità militare dell'onore ritrovato. Ma del terzetto lui sarà l'ultimo superstite, il più longevo, godendosi presto i dividendi della gloria come appannaggio esclusivo. Da generale è promosso Capo di stato maggiore, quindi nominato Maréchal. Più in alto, un soldato francese non può arrivare. Nell'entre-deux-guerres, Philippe Pétain scavalla gli ottant'anni. È uno stratega riverito, che diffonde il suo pensiero in prolusioni e trattati. Peccato non sia bravo a parlare e ancora meno a scrivere. Come ghost writer si sceglie perciò un ufficialetto di genio, tale Charles de Gaulle, che trova le idee del "maestro" un po' antiquate, ma ne subisce il carisma e ne diverrà il principale protégé, seppur non condividendone gli andazzi privati. Pétain è sempre stato un sottaniere compulsivo. Quand'era in forze sfruttava ogni licenza per tuffarsi nei bordelli parigini o tornare dalle sue disseminate amanti, alle quali inviava lettere vibranti di romanticismo e lussuria. Nel 1920 ne sposerà una, Annie, imbalsamandola a moglie di facciata.
Il Maresciallo si tiene a distanza dalla politica, però è attratto dal potere e gli ronza attorno. Negli anni '30 le cose si complicano. Bolscevismo, fascismo, nazismo straripano oltre le frontiere dei Paesi che li hanno partoriti e spaccano le società europee. Francia inclusa. Pétain è chiamato per qualche mese a fare il ministro della Guerra. Poi lo inviano come ambasciatore nella Madrid appena conquistata dal Caudillo Francisco Franco. Finché, il 9 maggio del '40, non scatta l'invasione tedesca della Francia. Le armate hitleriane dilagano. Da Parigi, il governo in fuga è spostato a Bordeaux, quindi nella stazione termale di Vichy: aria buona, ristoranti di lusso, ottimi alberghi provvisti di veloci comunicazioni telefoniche. Il 10 luglio Pétain ottiene pieni poteri dall'Assemblée nationale, il Parlamento, o da quel che ne rimane. Il Maresciallo "instaura immediatamente una dittatura. Però non impugna le redini del Paese con un golpe, bensì su mandato dei deputati. Questo lo farà sempre sentire depositario d'una legittimità" sottolinea Henry Rousso. Dopo la débâcle, si affidano a lui per salvare l'orgoglio nazionale e la faccia dell'esercito. Occhio alle sfumature: una volta accettato l'armistizio - che è un atto politico e formalmente non equivale a una resa militare - Pétain addossa le colpe del disastro al potere civile, alla mollezza della vecchia classe dirigente, al parlamentarismo "corrotto". E il trucco gli permetterà di far dimenticare che la sconfitta è stata causata anche dall'obbedienza delle forze armate alle sue dottrine di stratega difensivista, attendista, teorico dell'avanzare indietreggiando.
"Il regime di Vichy" ricorda Rousso, "ha tratti in comune con nazismo e fascismo, ma Pétain non è un dittatore fascista. Vuole innanzitutto riportare la Francia alla normalità. E, attraverso l'intesa tattica coi tedeschi, tenerla al riparo dalla guerra europea contro chi, come de Gaulle, vorrebbe invece continuare a combattere". Con la mossa dello struzzo, l'anziano generale offre le garanzie dell'usato sicuro, fabbricandosi una solida base di consenso. Consenso che, al momento del processo, renderà l'accusa di alto tradimento perlomeno problematica. "Quando lo portano in tribunale, la popolarità di Pétain è precipitata" dice Rousso. "Ma se all'inizio del regime avessero chiesto ai francesi se proseguire o meno la guerra, non sono affatto certo che la linea di de Gaulle avrebbe prevalso". E allora perché il Maresciallo verrà giudicato un traditore? "Perché era andato ben oltre il mandato del Parlamento. Aveva soppresso le libertà, da quella sindacale a quella di stampa. Aveva smantellato le istituzioni e i princìpi stessi della Repubblica". A cominciare dall'égalité.
Nell'ottobre del '40, Pétain promulga lo "Statuto" che esclude gli israeliti dalla vita civile (scuola, lavoro, amministrazione) facendone dei paria. Dato che il provvedimento si applicava soltanto agli ebrei stranieri riparati sotto l'ala della République, oggi c'è ancora qualche fan del Maresciallo che si ostina a interpretarlo come un escamotage patriottico per strappare i juifs francesi dalle grinfie dell'hitlerismo. Ma già si preparava il via libera del regime all'imminente Shoah. E, alla fine, dei 75 mila ebrei spediti da Vichy nei campi della morte, 20 mila sarebbero stati francesi. Da qui un'altra vexata quaestio: fino a che punto il pétainismo si piegò ai diktat nazisti e in che misura non operò invece di propria iniziativa? "Parte delle scelte di Vichy", rammenta Rousso, "avvengono in autonomia dai desiderata dei tedeschi". Beninteso: autonomia nella collaborazione. "Con i poteri hitleriani ci si spartisce la caccia al "nemico interno": comunisti, ebrei, partigiani. La repressione parte da subito. Non soltanto al nord, ma anche a sud, nella zona libera" - ossia in quella porzione della Francia che non sarà occupata dagli invasori fino all'autunno '42.
È una fase spartiacque, a partire dalla quale il Maresciallo inizia ad eclissarsi e la dittatura a imbrunire un po' di più. Su richiesta tedesca, l'opportunista Pierre Laval (fucilato nel'45) torna Primo ministro. E cresce il peso degli ultrà, i Jacques Doriot (ex comunista), i Marcel Déat (ex socialista), i Joseph Darnand (ex germanofobo reduce della Grande guerra): fanatici che, ognuno a modo suo, vorrebbero imprimere una svolta totalitaria a un regime ritenuto, malgrado tutto, troppo fiacco e tentennante.
Sennonché il vento della guerra cambia. In Russia l'avanzata hitleriana s'inceppa e nel novembre '42 gli angloamericani sono sbarcati in Nordafrica. A Pétain viene offerto di lasciare la Francia per unirsi agli Alleati. Proposta respinta. "Era un uomo d'ordine, però non aveva in progetto la nazificazione della Francia. Penso che non avesse capito la specificità del nazismo. Al pari del rivale de Gaulle, non vedeva in Hitler che l'ultima reincarnazione dell'eterno aggressore tedesco". Il Pétain che nel '45 si consegna alle forze vincitrici dopo un breve esilio coatto in Germania è un generalissimo alla soglia dei 90 anni. Figlio dell'Ottocento, sembra smarrito in un labirinto di memorie ormai pressoché secolari. Forse è minato dall'Alzheimer. "Ma io non credo che fosse rimbambito" dice Rousso. "Di certo era andato troppo oltre le sue capacità. A quell'età chiunque avrebbe rassegnato le dimissioni da un pezzo". Invece, anche da prigioniero, il Maresciallo rifiuterà sempre di farlo. Ai giudici si presentò in uniforme, il chepì in mano, dietro la testa calva una martingala di capelli nivei come i baffi. E la stessa voce tremula, la stessa aria svagata con cui aveva governato dalle stanze 124 e 125 dell'Hôtel du Parc, l'albergo di Vichy utilizzato come ufficio e alloggio.
Non fu l'ombra di un dittatore, ma un dittatore che all'ombra della propria aura patriarcale e di un regime ambiguo fin nel nome - Collaboration - autorizzò crimini con una specie di candore senile. "Eppure in Francia" nota Rousso, "ci sono ancora adesso pezzi della destra che lo considerano una figura imprescindibile e si sentono obbligati a smacchiarne le colpe. Mi riferisco ai neo-reazionari, non a Marine Le Pen. Perfino lei ha capito che era arrivato il momento di svincolarsi da quella tradizione". Di liberarsi dal fantasma. Le ultime immagini filmate mostrano il vegliardo Pétain in cella mentre si rifà il letto, mangia la minestrina, riceve l'ostia dal cappellano. Ai secondini chiedeva: "Sono ancora il capo dello Stato, vero?".
Sul Venerdì del 30 agosto 2021