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Mosul e i cantieri della speranza

Operai davanti all’ingresso principale della Grande Moschea al-Nuri, nella città vecchia di Mosul (Alessio Mamo) 
Dopo le devastazioni dell’Isis, la città vecchia sta risorgendo. Unico problema: il progetto per la grande moschea a molti sembra troppo moderno. E, soprattutto, troppo egiziano. Reportage
4 minuti di lettura

MOSUL. Ahmed Fathi si alza ogni mattina alle 6 e si mette in cammino presto per essere alle 7 puntuale al lavoro. È un giovane operaio, ha un leggero disturbo mentale che non gli permette di accedere a molte opportunità di lavoro, già di per sé carenti nella sua città di origine, Mosul. Tranne i venerdì di riposo settimanale in tutto l'Iraq, ogni giorno fino alle 16 Ahmed e gli altri operai non lasciano il cantiere. Ma questo posto è davvero speciale: il suo obiettivo è ristrutturare le case della città vecchia di Mosul, a ridosso del complesso della Grande Moschea al-Nuri. La distruzione della città durante l'occupazione dell'Isis tra il 2014 e il 2017 e la violenta battaglia per liberarla, con una pesante campagna di bombardamenti da parte di una coalizione internazionale a guida americana, hanno lasciato macerie e tracce di devastazione ovunque. 

In azione scultori e restauratori

Nonostante gli…

MOSUL. Ahmed Fathi si alza ogni mattina alle 6 e si mette in cammino presto per essere alle 7 puntuale al lavoro. È un giovane operaio, ha un leggero disturbo mentale che non gli permette di accedere a molte opportunità di lavoro, già di per sé carenti nella sua città di origine, Mosul. Tranne i venerdì di riposo settimanale in tutto l'Iraq, ogni giorno fino alle 16 Ahmed e gli altri operai non lasciano il cantiere. Ma questo posto è davvero speciale: il suo obiettivo è ristrutturare le case della città vecchia di Mosul, a ridosso del complesso della Grande Moschea al-Nuri. La distruzione della città durante l'occupazione dell'Isis tra il 2014 e il 2017 e la violenta battaglia per liberarla, con una pesante campagna di bombardamenti da parte di una coalizione internazionale a guida americana, hanno lasciato macerie e tracce di devastazione ovunque. 

In azione scultori e restauratori

Nonostante gli oltre 40 gradi dell'estate irachena, durante le lunghe ore di lavoro, l'umore è alto e Ahmed spiega perché: "Sono entusiasta di poter lavorare qua, nel quartiere antico della città, accanto alla Grande Moschea" dice calmo, con il bianco del gesso che gli colora le lentiggini e i capelli rossi. "Ci stiamo dando da fare perché speriamo che i cittadini di Mosul possano tornare nelle loro case. E non ce ne andremo finché non sarà finita".  

Anche gli altri operai mostrano la stessa determinazione e uno di loro, Abdallah, di soli 22 anni, lo considera molto più di un lavoro manuale: "Dopo l'occupazione dell'Isis e la battaglia, abbiamo tutti bisogno di prenderci cura della nostra salute mentale. Ma non è un servizio facilmente accessibile in Iraq. Ecco, ristrutturare le bellissime case storiche della medina è una forma di psicoterapia di gruppo per noi".

Uno dei vecchi proprietari passa di tanto in tanto a dare un'occhiata ai lavori, gestiti dalla ditta Shams al-Humam e supervisionati e finanziati dall'Unesco nell'ambito del progetto Revive the Spirit of Mosul. Dopo i bombardamenti del 2017, Abdel Basit non sperava che avrebbe rimesso piede nella sua casa, acquistata nel 2004. "A quattro anni dalla vittoria sull'Isis e dalla riconquista di Mosul, non avrei creduto di poter tornare e vedere la mia casa in mano a dei professionisti. Sono molto felice". E Abdel Basit non si sbaglia: gli architetti del cortile interno di ogni abitazione, il marmo di Mosul chiamato farsh di cui i suoi cittadini vanno fieri, il colore azzurro delle decorazioni e l'alabastro sono in mano a operai assistiti da scultori, artisti e restauratori della città. Un'opera molto difficile, riportare alla bellezza originale queste case antiche, ma una sfida che a Mosul si sta affrontando a testa alta. 

I soldi degli Emirati Arabi

Se per anni le notizie della stampa internazionale riguardanti la città sono state legate al terrorismo dell'Isis, alla lunga battaglia e alla conseguente devastazione, è proprio da qui che oggi riparte un dibattito locale e internazionale sulla ricostruzione. La moschea al-Nuri, il luogo simbolo della fondazione del cosiddetto Califfato "Stato Islamico", distrutta dall'Isis negli ultimi giorni della battaglia di riconquista della città, verrà ristrutturata da un team di architetti egiziani che ha vinto una competizione indetta dall'Unesco e a cui si erano candidati 123 progetti da tutto il mondo. Che non sia una squadra di ingegneri e architetti iracheni a ricostruire la città lascia qualcuno perplesso; d'altro canto, però, i lavori affidati a un team egiziano confermano il desiderio di visibilità internazionale di cui la città ha bisogno. E da qui è nato il dibattito. 

Jazeel al-Jumhur è stato professore di arte islamica all'Università di Mosul, ha insegnato diversi anni nel Regno Unito e oggi è in pensione. Come tanti suoi concittadini, nel 2014 con l'occupazione dell'Isis si è rifugiato a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e nel 2017 è riuscito a tornare a casa. "Come puoi essere fiero di qualcosa e tramandare quella fierezza ai tuoi figli e ai tuoi nipoti, se non ci hai messo le tue stesse mani per ricostruirle?" dice commentando la ristrutturazione del complesso della Grande Moschea al-Nuri e il suo minareto al-Hadba' da parte dell'Unesco. Una grande porzione di fondi provengono dagli Emirati Arabi Uniti, in collaborazione con il ministero della Cultura iracheno. "Si racconta che Noureddine Zanghi, che fece costruire questa moschea nel XII secolo, prima avesse usato i soldi del riscatto di uno dei crociati prigionieri per fare costruire un ospedale a Damasco. Oggi pare che si stia ripetendo in un'altra forma la stessa cosa".

Al-Jumhur afferma di non essere infastidito dal design moderno proposto dagli architetti egiziani per il complesso monumentale, bensì dal fatto che nel processo di lavoro dell'Unesco non siano state abbastanza coinvolte le competenze di Mosul, soprattutto i suoi storici. "Ascolta i diversi punti di vista e poi decidi, ascolta le persone specializzate in storia e che sono nate qui, nel posto che proprio all'epoca della costruzione di al-Nuri viveva un momento culturale importante, ricco". 

Il vero nemico: la burocrazia

Della stessa opinione non è Faisal Jaber, geologo di Mosul e co-fondatore del centro Gilgamesh Center for Antiquities and Heritage Protection, nato appena finita la battaglia. A lui il nuovo design della moschea e del complesso attorno piace: "È una bella interpretazione in chiave contemporanea e mi sembra una sfida anche per guardare al futuro". Se, al contrario, per Jaber l'Unesco ha fatto in modo di coinvolgere quante più competenze possibili, è della burocrazia irachena e della farraginosità dell'agenzia delle Nazioni Unite che ha paura, e da questo ostacolo non si scappa. Nonostante una tabella di marcia molto serrata, teme che, prima di vedere vivere al pieno delle sue funzioni questo progetto e vedere la città vecchia ristrutturata, passeranno ancora molti anni. 

Il minareto pendente

Come project Manager per l'Unesco ad al-Nuri, Rakan Alallaf di Mosul, è più speranzoso. "Durante la prima fase abbiamo raccolto e catalogato tutti i pezzi rimasti dalla distruzione. Un giorno saranno parte di un Museo all'interno del complesso della moschea che includerà anche una scuola con un master in Arte Islamica, come nel passato. Il progetto è di cinque anni, dal 2019 al 2023, ma a causa della pandemia che ha interrotto i lavori, si estenderà fino al 2024". 

Rispetto alle opinioni divergenti sul nuovo design e sulla partecipazione della città, Alallaf dà un'altra versione: "Abbiamo fatto centinaia di incontri e perfino un sondaggio tramite l'Università di Mosul tra le diverse comunità che convivono qui (musulmana, cristiana, turkmeni) per raccogliere idee, e l'indice di gradimento è stato alto". In ogni caso, il team egiziano dovrà lavorare  con un partner locale.  

Solo un mese fa, il muezzin della moschea al-Nuri è tornato a intonare l'appello alla preghiera dall'interno del complesso monumentale, proprio nell'ufficio dell'Unesco: con un microfono collegato agli altoparlanti fa risuonare la sua voce in tutto il complesso e nella città vecchia per cinque volte al giorno. Un tempo lontano, l'annuncio alla preghiera sarebbe avvenuto dal suo celebre minareto pendente, al-Hadba', il simbolo cittadino, che per la sua inclinazione ricordava la Torre di Pisa, fatto esplodere dall'Isis. Solo sette anni fa, nella sala della preghiera della moschea, si era ritrovato un venerdì di fine giugno a sorpresa di fronte alla predica di Abu Bakr al-Baghdadi che annunciava il Califfato. Per ore tutte le connessioni internet erano state tagliate e poi il "califfo", così come era apparso, era sparito. Ma la violenza del suo "Stato" era rimasta. Lui, incredulo, aveva lasciato presto il suo storico ruolo di muezzin della Grande Moschea per ritirarsi a vita privata. Adesso non perde nemmeno uno dei suoi appuntamenti per invitare i fedeli a inginocchiarsi e pregare. E con la sua voce risuona anche una speranza: che la vita a Mosul possa ricominciare. 

Sul Venerdì del 6 agosto 2021