Quando l'arte vestiva di arancione
di Tiziano Fusella , di Tiziano FusellaSAN CASCIANO IN VAL DI PESA (Firenze). "Salvatore Fiume andava pazzo per le ghirlande di tagete". "Lo scultore Giulio Turcato aveva un debole per i dolci di latte condensato, e la moglie Vana Caruso non faceva che ricordargli il diabete". "Alberto Burri abitava in un luogo isolato fuori Città di Castello raggiungibile solo col fuoristrada e non volle vedere nessuno". Una singolare aneddotica sui grandi nomi dell'arte contemporanea aleggia a Villa Vrindavana, la tenuta di novanta ettari, con residenza del Cinquecento, che copre quasi per intero la frazione di Sant'Andrea in Percussina a San Casciano in Val di Pesa, alle porte di Firenze. Occorre tornare al 1984, quando i membri della comunità religiosa Hare Krishna - che possiedono la villa dal 1979 - si misero sulle tracce dei più celebri artisti dell'epoca. Quasi sempre riuscendo a coinvolgerli nel progetto che avevano in mente. Le uniche due eccezioni furono appunto Albe…
SAN CASCIANO IN VAL DI PESA (Firenze). "Salvatore Fiume andava pazzo per le ghirlande di tagete". "Lo scultore Giulio Turcato aveva un debole per i dolci di latte condensato, e la moglie Vana Caruso non faceva che ricordargli il diabete". "Alberto Burri abitava in un luogo isolato fuori Città di Castello raggiungibile solo col fuoristrada e non volle vedere nessuno". Una singolare aneddotica sui grandi nomi dell'arte contemporanea aleggia a Villa Vrindavana, la tenuta di novanta ettari, con residenza del Cinquecento, che copre quasi per intero la frazione di Sant'Andrea in Percussina a San Casciano in Val di Pesa, alle porte di Firenze. Occorre tornare al 1984, quando i membri della comunità religiosa Hare Krishna - che possiedono la villa dal 1979 - si misero sulle tracce dei più celebri artisti dell'epoca. Quasi sempre riuscendo a coinvolgerli nel progetto che avevano in mente. Le uniche due eccezioni furono appunto Alberto Burri e lo scultore Giacomo Manzù, che in un primo momento accettò di regalare un'opera alla comunità; solo che dopo due giorni il suo avvocato chiese ai monaci cento milioni delle vecchie lire in diritti. Troppi.
Per il resto, tanti altri artisti dell'epoca - solo per citarne alcuni: Michele Cascella, Arnaldo Pomodoro, Domenico Purificato, Gianni Dova, Emilio Scanavino, Emilio Greco, Pericle Fazzini, Luigi Montanarini, oltre ai già citati Fiume e Turcato - accettarono di dare il loro contributo all'Accademia di Arte Vedica, la scuola di pittura nata per iniziativa della comunità. Un esperimento artistico probabilmente senza precedenti e di breve durata - l'Accademia si sciolse nel giro di un paio d'anni - di cui oggi resta traccia nelle opere esposte nel piccolo Museo d'Arte sacra (Mosa), inaugurato prima della pandemia a Villa Vrindavana e oggi riaperto dopo la fine delle restrizioni. Anche se a ricordare l'Accademia nei locali del museo c'è solo un riquadro con uno scritto del regista Franco Simongini, intitolato Gli eroi di una pittura dalla bellezza struggente. E anche se i protagonisti di quella stagione che ancora oggi frequentano la comunità devono scavare parecchio nella memoria per trovare ricordi di collaborazioni che avrebbero inorgoglito qualsiasi amante dell'arte.
Non che tutti i grandi artisti coinvolti andassero sempre d'accordo tra loro. Fiume, ad esempio, aveva a lungo corteggiato Dova, ma la collaborazione non era mai sbocciata. A San Casciano, invece, gli animi sembravano più distesi (lo si nota anche dalle foto del tempo). L'operazione di "reclutamento" di artisti vip poteva essere considerata almeno in parte come una mossa pubblicitaria per dare visibilità alla comunità, che all'epoca, tra uomini e donne, ospitava circa trecento devoti. Furono alcuni di loro a girare mezza Italia in auto, bussando alle porte di quegli illustri nomi dopo aver trovato gli indirizzi sull'elenco telefonico. E man mano che li contattavano e li accoglievano nella comunità, si accorsero che da quegli artisti potevano rappresenare molto di più di una semplice photo opportunity.
Con Salvatore Fiume i monaci ebbero il primo approccio a Urbino, dove il pittore presenziava a una sua personale. Gli venne messa al collo una ghirlanda di fiori, e Fiume chiese di ripetere il gesto davanti alle telecamere tanto ne fu divertito. Seguirono nuovi incontri e scambi di conoscenze, consigli, lezioni informali presso la Filanda di Canzo (in provincia di Como), l'ex fabbrica di tessuti dove Fiume aveva stabilito il suo atelier. "Mio padre ha sempre avuto un bel ricordo di quell'esperienza" racconta oggi Laura Fiume, figlia di Salvatore. "Alla comunità donò un bassorilievo firmato, concedendo anche il permesso di riprodurlo in multipli d'arte. Molti anni dopo i pezzi invenduti ci sono stati restituiti e sono stati distrutti come è prassi in questi casi".
Tra gli allievi che incontrarono Fiume a Canzo c'era anche Giampaolo Tomassetti, pittore che ha messo all'attivo l'esperienza figurativa di quegli anni virando anche verso l'astrattismo. "Prima di approdare alla mistica orientale avevamo letto Marcuse e cercavamo artisti in sintonia" racconta oggi Tomassetti, che fu uno dei primi animatori dell'Accademia. "Eravamo giovani, inesperti e un po' invasati, troppo concentrati sulle icone. Fiume insisteva che ogni parte del quadro doveva partecipare alla sua forza, inclusa la cornice. Spiegava ad esempio quanto Raffaello fosse attento alla preparazione del fondo del dipinto, e come questo influenzi il protagonismo del soggetto. Grazie a Fiume cominciammo a considerare la composizione in modo diverso. Era il seme di una pittura più concettuale, che fino ad allora avevamo snobbato perché eravamo religiosi".
I dipinti a tema religioso soffrivano di una marcata connotazione naïf. La scuola di San Casciano tentò di renderli più digeribili al grande pubblico, negli anni in cui a New York la triade Warhol-Basquiat-Haring scuoteva dalle fondamenta il mercato dell'arte. L'operazione riuscì solo in parte. Nelle opere elaborate all'Accademia (e oggi esposte al Mosa) il realismo delle figure risulterà sempre predominante, ma almeno aveva la benedizione dei grandi maestri contemporanei. Picasso aveva centrato il punto quando disse: "A dodici anni dipingevo come Raffaello, mi ci è voluta una vita intera per dipingere come un bambino". Segno che, per quanto concettuale, dalla pittura figurativa coi suoi dettagli minuziosi e realistici non si transige. Quasi mai.
Altri due artisti contattati dai pittori allora in erba di Villa Vrindavana furono Pericle Fazzini e Luigi Montanarini. "Erano vicini di studio in via Margutta a Roma" ricorda ancora Tomassetti. "Fazzini ci introdusse alle icone sacre da cui attingemmo per rappresentare la spiritualità dell'India. Il suo studio era disordinatissimo. Il contrario di quel che esprimeva modellando la materia, dove era meticoloso. Montanarini pareva invece l'esatto opposto. Il suo studio era ordinato come la stanza di un chirurgo, ma sulla tela i colori esplodevano". L'eredità di Montanarini sembra aver ispirato Patrizio Landolfi, altro membro della comunità di San Casciano, oggi erede del pointillisme", praticato attraverso la tecnica della frammentazione del colore, steso con singole pennellate separate le une dalle altre, riconducibile al Divisionismo tipicamente italiano.
Quanto invece il misticismo orientale abbia influenzato Fiume e gli altri, non è dato saperlo. Gli allievi andavano da loro per imparare, non per predicare.
Sul Venerdì del 30 luglio 2021