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Salvatore Mancuso, l'anima nera della Colombia

Novembre 2004: Salvatore Mancuso, a sinistra, stringe la mano a uno dei suoi paracos durante la prima fase del processo di demilitarizzazione Justicia y Paz (Afp via Getty Images) 
Ex re dei narcos e dei paramilitari di destra, sta per raccontare la sua verità su anni di traffici e stragi. Davanti a tutti, anche al suo più grande nemico: il leader della guerriglia
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"Saluto Rodrigo Londoño. Nel passato siamo stati nemici mortali, mentre oggi ci riconosciamo come civili che possono dialogare senza la violenza per rispondere davanti al Paese delle atrocità che abbiamo commesso nel conflitto armato". A marzo Salvatore Mancuso Gómez, l'ex narcotrafficante e capo dei paramilitari di destra, le sanguinarie Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), ha parlato in videoconferenza dagli Stati Uniti, dove è stato estradato nel 2008 con una condanna a 15 anni e 10 mesi per narcotraffico internazionale. Era la sua prima volontaria udienza presso la Commissione per la Verità, guidata dal gesuita Fraancisco de Roux Rengifo. Attraverso questo organismo della giustizia transizionale, creato dopo l'accordo di pace del 2016 firmato dal governo di Bogotá e dalle Farc.

"Saluto Rodrigo Londoño. Nel passato siamo stati nemici mortali, mentre oggi ci riconosciamo come civili che possono dialogare senza la violenza per rispondere davanti al Paese delle atrocità che abbiamo commesso nel conflitto armato". A marzo Salvatore Mancuso Gómez, l'ex narcotrafficante e capo dei paramilitari di destra, le sanguinarie Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), ha parlato in videoconferenza dagli Stati Uniti, dove è stato estradato nel 2008 con una condanna a 15 anni e 10 mesi per narcotraffico internazionale. Era la sua prima volontaria udienza presso la Commissione per la Verità, guidata dal gesuita Fraancisco de Roux Rengifo. Attraverso questo organismo della giustizia transizionale, creato dopo l'accordo di pace del 2016 firmato dal governo di Bogotá e dalle Farc.

Mancuso si è rivolto ai colombiani insieme all'ex segretario generale dell'organizzazione guerrigliera, noto come Timochenko, ammettendo la propria colpa per le brutalità e il dolore inferto alle vittime. Mancuso - nato nell'agosto del 1964 a Montería nel dipartimento di Cordoba da madre colombiana e padre italiano, emigrato da Sapri, in Campania - non si è limitato al riconoscimento dei delitti, ma ha mostrato l'intenzione di far emergere dalla sua prospettiva il sistema di relazioni politiche, economiche e criminali che hanno caratterizzato il potere dei paramilitari.

Maggio 2008: il leader delle Auc viene scortato dalla polizia all’aereo che lo porterà negli Stati Uniti, dove è stato estradato (Reuters/ Contrasto) 

I legami col presidente

Dopo il rinvio della deposizione, prevista inizialmente il 21 aprile, mercoledì Londoño e Mancuso interverranno pubblicamente in una sessione lunga tre ore. Le incognite sono molte, le loro dichiarazioni andranno soppesate e riscontrate, eppure c'è grande attesa. Mancuso per anni ha utilizzato i segreti delle Auc come un'arma e c'è ancora molto da chiarire sui legami dei paramilitari con la politica, l'economia e la classe dirigente colombiana. Il suo Paese, che vive una crisi sociale ed economica durissima, ora attende una svolta: nonostante l'accordo di pace, proseguono infatti senza sosta gli assassinii dei leader sociali che si mobilitano per la pace e la difesa dei territori dai traffici illegali e lottano per condizioni di vita migliori. Il procuratore Giovanni Álvarez Santoyo, che dirige l'Unità di investigazione e accusa - l'organo inquirente della giurisdizione speciale per la pace a cui spetta l'accertamento dei crimini commessi nei decenni della guerra civile - crede che le undicimila vittime accertate delle Auc siano ancora un numero provvisorio. Quelle uccise per ordine diretto di Mancuso sono almeno 837 in 136 massacri. 

"Sparizioni, omicidi, sequestri, estorsioni ai danni della popolazione civile e spostamento forzato dalle terre: i paramilitari hanno una responsabilità decisiva nell'aggravamento della crudeltà del conflitto" afferma Santoyo. "Il narcotraffico è il cancro che ha corrotto la Colombia fin dentro le istituzioni. I paramilitari hanno cominciato difendendo le rotte della droga, poi sono diventati cartelli" continua, riassumendo la carriera criminale di Mancuso: "Seguiva l'intera filiera produttiva fino all'esportazione. Con i grandi capitali illegali ha comprato le autorità politiche e stretto alleanze". Santoyo colloca il periodo dei massacri più gravi delle Auc tra il 1999 e il 2004, quando Mancuso depose le armi nell'ambito del processo Justicia y paz da lui negoziato con il governo di Álvaro Uribe Vélez, presidente eletto nel 2002,  all'apice del narcoparamilitarismo di estrema destra. Un legame, quello con l'ex presidente, cui Mancuso ha accennato ma non ha ancora del tutto chiarito.

Dal caffè alla cocaina

El Mono, la Scimmia, questo il suo soprannome, è una chiave di lettura importante per comprendere il decennio di violenza in cui la Colombia è passata definitivamente da Paese cafetero a cocainero. Carismatico, rancoroso, con una spiccata intelligenza, ha studiato ingegneria e amministrazione agraria nei migliori atenei del Paese - senza però laurearsi - e poi a Pittsburgh negli Stati Uniti. Nel 1998 si è separato dalla moglie Martha Elena Dereix, figlia di un grande latifondista. Come difensore dei possedimenti terrieri di famiglia dagli attacchi delle Farc, ha cominciato la sua scalata fino ai vertici delle Auc, dove aveva ai suoi ordini anche una flotta di elicotteri. Un protagonista feroce e determinato del conflitto armato, che con una sola parola faceva radere al suolo interi villaggi. Come è stato possibile?

Nei procedimenti di Justicia y Paz, Mancuso ha descritto, ma solo in parte, i legami con lo Stato. Lui stesso fu addestrato da militari dell'esercito: prese il brevetto di pilota proprio grazie alle lezioni di un capitano dell'esercito in congedo. Si è affermato come capo dei paracos nella regione di Córdoba contribuendo alla formazione delle Accu (Autodifese contadine di Córdoba e Uraba) che si consolidarono nel 1994, senza mai essere un subalterno del loro leader Carlos Castaño. Due anni dopo, con la nascita delle Auc, che raggrupparono diverse organizzazioni e di cui Mancuso ha comandato vari blocchi, il paramilitarismo è diventato non più soltanto uno strumento di controinsurrezione rispetto alla guerriglia, ma un mezzo funzionale a un piano politico.Mancuso quindi incarna la capacità di penetrazione del narcotraffico nelle sfere economiche, istituzionali, politiche e sociali: "Tra gli anni Novanta e il Duemila il fenomeno complesso ed eterogeneo del paramilitarismo è sfuggito a ogni controllo e si è alleato con le mafie" spiega Álvaro Villaraga, politologo, accademico e già direttore della ricerca del Centro nazionale di memoria storica. "L'ingresso nel narcotraffico ha fatto compiere il salto di qualità. Mancuso, segnando l'ascesa del narcoparamilitarismo, raffigura la saldatura tra diversi interessi. Era il leader a cui si rivolgevano i grandi proprietari terrieri ma anche i politici, sia locali che del Congresso. Ha inciso in profondità sull'economia della droga e sulla politica, quella che nella violenza trova la propria forza".

Anche l'Italia lo vuole

Quale sarà la destinazione finale di Mancuso? La decisione del governo Uribe, che accolse la richiesta di estradizione negli Stati Uniti, è stata contestata in Colombia: fin quando sarà in America è impossibile procedere per crimini contro l'umanità. "Con me è stata estradata la verità", commentò  lui nel 2008. Ora il governo chiede il suo ritorno in patria ma gli Stati Uniti, a un anno dalla fine della pena, non si sono ancora espressi. Mancuso ha formulato una domanda di asilo alle autorità statunitensi e contestualmente, avendo la doppia cittadinanza, ha puntato all'espulsione in Italia. L'arrivo nel nostro Paese si è arenato lo scorso agosto per scelta dell'amministrazione Trump. Resta, almeno per ora, sotto la custodia dell'agenzia federale americana per il controllo dell'immigrazione, e parlando il 4 agosto potrebbe aprire un nuovo scenario di collaborazione con la giustizia transizionale colombiana.

Al ritorno a Bogotà Mancuso oppone ragioni di sicurezza: teme per la propria incolumità che in Italia considera garantita, nonostante la soluzione non lo metta al riparo dai guai giudiziari. Su di lui pendono tre circolari in codice rosso dell'Interpol, che prevedono l'arresto anche qui. Ed è interesse dell'Italia ricostruire i suoi legami con la 'ndrangheta: secondo le indagini è un uomo chiave del traffico di cocaina, l'esportatore che ha fatto arrivare ingenti carichi di droga nel porto di Gioia Tauro. Quali nodi potrebbe toccare Mancuso? "Il punto è sapere chi dava alle Auc la legittimità politica e richiedeva servizi" sottolinea Villaraga, "potrebbe chiarire queste relazioni così come fare i nomi dei mandanti di alcuni massacri". Il 28 novembre scadrà il mandato triennale della Commissione per la verità con la pubblicazione dell'atteso rapporto finale coordinato da Carlos Martín Beristain, l'unico membro straniero della commissione. "Il nostro obiettivo è descrivere le reti che intrecciano economia, dallo sfruttamento delle materie prime alle coltivazioni illegali, e politica con la dimensione armata" spiega Beristain. "È a causa di queste relazioni che si protrae la guerra, nel quale il narcotraffico è l'elemento chiave. La pressione politica sulla Commissione è forte" conclude, "perché la Colombia ha bisogno di aprire spazi di partecipazione democratica a quei settori della società che ne sono da sempre esclusi".

Sul Venerdì del 30 luglio 2021