✕

Non era tutto oro quello che luccicava

La miniera di Santu Miali come è oggi (Michela Mereu) 
Nel 1991 un gruppo di magnati australiani arriva a Furtei, in Sardegna. Apre una miniera e quando se ne va si lascia dietro una terra devastata e avvelenata. Reportage 
4 minuti di lettura

FURTEI (Medio Campidano). Il paesino di Furtei quando arrivo sembra spopolato, davanti all'antica tabaccheria quattro anziani bevono Ichnusa, di fronte c'è un bazar che vende sementi e attrezzi agricoli, e intorno un'aria di mite desolazione. Se pensi a una miniera d'oro ti immagini il Klondike dei leggendari, epici romanzi di Jack London, gli scenari canadesi di Il richiamo della foresta in terre ghiacciate ai confini con l'Alaska, in realtà ce ne sono ancora oggi di molto produttive nel Nevada, a Val River in Sudafrica, e una delle più grandi a Muruntau, in Uzbekistan. Nessuno però se l'aspetterebbe qui, nel Medio Campidano, una geografia appartata e sconosciuta priva di clamori paesaggistici, zona di agricoltori e grandi piantagioni di pomodori e carciofi, di cui è una piccola patria nei comuni di Guasila, Segariu, Serrenti e Furtei, dove si trova la miniera di Santu Miali a quaranta chilometri da Cagliari. 

Il p…

FURTEI (Medio Campidano). Il paesino di Furtei quando arrivo sembra spopolato, davanti all'antica tabaccheria quattro anziani bevono Ichnusa, di fronte c'è un bazar che vende sementi e attrezzi agricoli, e intorno un'aria di mite desolazione. Se pensi a una miniera d'oro ti immagini il Klondike dei leggendari, epici romanzi di Jack London, gli scenari canadesi di Il richiamo della foresta in terre ghiacciate ai confini con l'Alaska, in realtà ce ne sono ancora oggi di molto produttive nel Nevada, a Val River in Sudafrica, e una delle più grandi a Muruntau, in Uzbekistan. Nessuno però se l'aspetterebbe qui, nel Medio Campidano, una geografia appartata e sconosciuta priva di clamori paesaggistici, zona di agricoltori e grandi piantagioni di pomodori e carciofi, di cui è una piccola patria nei comuni di Guasila, Segariu, Serrenti e Furtei, dove si trova la miniera di Santu Miali a quaranta chilometri da Cagliari. 

Il primo lingotto

La corsa all'oro qui è iniziata con le trivellazioni nel 1986 fatte dell'Agip miniere, poi nel 1991 arrivarono gli australiani di Bronte Holding e General Resource, che insieme alla Regione Sardegna formarono due anni dopo la Sardinia Gold Mining. Nel 1997 venne prodotto per fusione il primo lingotto. La produzione era stata realizzata anche grazie all'Ente minerario sardo presieduto all'inizio da Gianpiero Pinna, allora Pds poi presidente del Parco geominerario folgorato sulla via di Damasco dall'ambientalismo, che in un esilarante filmato dell'epoca alza come un trofeo il primo blocco malfatto di minerale insieme all'allora presidente della Regione Federico Palomba, centrosinistra. Successivamente, il presidente del Consiglio di amministrazione dell'ente diventa Ugo Cappellacci, Forza Italia. 

All'avvio dell'attività mineraria le associazioni ecologiste Amici della terra e Gruppo d'intervento giuridico chiesero ufficialmente di avviare il procedimento di impatto ambientale Via, ma senza esito. All'epoca un giovane sindacalista confessò a un cronista locale che la mattina quando si svegliava apriva il giornale solo per controllare le quotazioni dell'oro; molti giovani abboccarono, la multinazionale australiana occupò 110 lavoratori e organizzò corsi gratuiti d'inglese per la popolazione, la febbre dell'oro ormai aveva contagiato tutti. Solo il sindaco Ignazio Congiu, socialista che guidava una giunta di centrosinistra nel piccolo paese, fu subito molto scettico: "Non vorrei che al termine dell'estrazione dell'oro la Sardinia Gold Mining chiudesse baracca lasciando il paesaggio sconvolto dagli scavi senza un progetto e un finanziamento per il recupero ambientale" dichiarò profetico il 18 settembre 1997, giorno di apertura ufficiale.

Per dieci anni il lavoro delle quattro miniere a cielo aperto in un territorio di 510 ettari sconquassò le colline e sventrò le montagne Santu Miali e di Is Concas, - intanto i lavoratori si riducevano a 41 - una devastazione paesaggistica da far invidia a quelle terzomondiste, per estrarre alla fine 5 tonnellate d'oro, 6 d'argento e 15 mila di rame, pari a 80 milioni di euro. Tanto per capirci, da ogni tonnellata di terra si ottenevano 3 grammi di metallo nobile. 

Il tempo di donare un calice d'oro a papa Benedetto XVI per la messa davanti alla Basilica di Bonaria a Cagliari nel settembre del 2008, poi arrivò la crisi economica internazionale, aumentarono i costi di estrazione, e l'anno dopo l'improvvisa chiusura. Gli australiani scapparono via da un giorno all'altro, lasciando anche una cassa di cianuro di un metro cubo nella miniera, e nel frattempo vendettero le azioni alla canadese Buffalo Gold Ltd. A pattugliare la "diga sterili" con due tonnellate di fanghi altamente tossici per evitare le esondazioni restarono gli operai ormai disoccupati, un cratere con dentro un lago rosso di cianuro, mercurio, piombo e arsenico nell'invaso di Sa Forada de S'Acqua. E naturalmente in assenza delle multinazionali straniere adesso sarà la Regione Sardegna ad accollarsi le spese delle bonifiche, iniziate solo nel 2017, un piano di 65 milioni di euro affidato a Igea, azienda pubblica che si occupa di dismissioni.

Due milioni di metri cubi di veleni

In paese la gente borbotta indignata, un anziano fuori dal bar fa un gioco di parole: "Loro si sono presi l'oro e poi sono scappati"; un altro, il cappellino in testa, è preoccupato: "Il lago di cianuro sta svaporando in aria e noi lo respiriamo, perché quel laghetto fin dall'inizio non l'hanno sotterrato? Certo non possiamo bere l'acqua da un ruscello in montagna come si faceva prima". All'entrata della miniera c'è il direttore dei lavori di bonifica dell'Igea Mario Cabriolu, a bordo di un fuoristrada arriviamo al bacino degli scarti, una spiaggia di due milioni di metri cubi di veleni in un paesaggio lunare con alla fine un lago nauseabondo, poi le quattro fosse. Parla un linguaggio criptico come tutti gli ingegneri, "in queste fosse ci sono solfuri che producono drenaggio acido, acque inquinate che possono contaminare il paesaggio". Ma il loro intervento è stato tempestivo, sostiene. 

Poi ci sono i "cumuli di residui minerari" del bacino, per tanti anni la paura degli abitanti è stata il possibile riversamento nel rio S'Alluminu confluente nella diga Casa Fiume, che avrebbe provocato una catastrofe ambientale. In questo caso faranno una messa in sicurezza permanente, l'impianto sarà attivo tra un mese, un trattamento di 400 mila metri cubi di acqua contaminata. Cabriolu parla anche di altre tre discariche, "bisognava isolare i corpi inquinanti e bonificare le aree, con la rimozione dell'acqua, è quello che stiamo facendo". Riempiono le fosse con gli stessi materiali estratti, per ricostituire una superficie isolante e la coltre vegetale. Dall'alto, la scena del lago con le acque rosso scuro è impressionante, ma ha anche un suo fascino perverso, sotto le rocce tagliate della montagna intorno. Sono stati fatti sondaggi, campionature di acque profonde, il risultato è una "limitata contaminazione dei suoli intorno, questo significa che gli interventi tempestivi della Regione hanno funzionato" dice l'ingegnere. Evidentemente secondo lui è tutto sotto controllo.

I rifiuti sotto la strada

Antonio Muscas, ambientalista del Coordinamento dei comitati sardi, lo incontro quando faccio ritorno in paese. "Qui ci sono imprese che arrivano, promettono il paradiso, con la connivenza dei politici locali, e producono devastazioni, che poi diventano occasioni per fare affari con le bonifiche senza risolvere il problema, perché il bacino resterà lì, come quello dei fanghi rossi di Portovesme, ma in termini epidemiologici in queste zone poi si riscontrano molte anomalie". Racconta che con i rifiuti tossici della miniera di Furtei hanno costruito la 131, mai posta sotto sequestro, soprannominata la strada dei veleni, "di notte i ferri dei ponti diventavano roventi per la reazione delle sostanze chimiche", sostanze che quando piove finiscono nei terreni agricoli. 

Paola Casula, sindaca di Guasila, parla di quello che qui chiamano "il laghetto di Furtei": "Non sappiamo quali siano state le conseguenze" dice, "se ci sia una correlazione diretta con le malattie oncologiche, nessuno ci ha dato mai risposte. Abbiamo preso contatti con l'Associazione dei medici per fare uno studio approfondito sulla popolazione". Poi mostra l'atto della Regione dove si approvano i lavori di bonifica a causa di "una situazione preoccupante in particolare per l'innalzamento dei livelli dei bacini e negli scavi minerari a giorno, con presenza di rivoli d'acqua presumibilmente contaminati". 

Congiu, il vecchio sindaco di Furtei, "socialista sempre, e craxiano" ricorda quegli anni così: "Avevo capito che l'unico oro possibile era la mia catenina persa nelle montagne di Santu Miali. È calato tutto dall'alto, sono arrivati questi australiani, erano sempre ubriachi, mi avevano messo contro la gente, ma sentivo che era un bluff. Avevo chiesto alla Regione cantieri per il rimboschimento e invece è arrivata la miniera che ha rovinato tutto, distruggendo il polmone verde di Furtei". 

Il parroco Mario Montis è arrivato qui quando la miniera era già chiusa: "Non è oro quel che luccica! Può essere ricchezza ma anche qualcosa di vuoto, alla fine la gente è stata illusa e si è trovata con un pugno di mosche". Tempo fa, intervistato dal fotografo Simone Spiga, aveva detto: "Un tempo l'oro era una riconoscenza fatta per una grazia ricevuta. Quello che dovrebbe luccicare nella vita è la libertà".

Sul Venerdì del 6 agosto 2021