Ricordare stanca
di Giuliano Aluffi , di Giuliano Aluffi"Ma dove ho parcheggiato l'auto ieri sera?" è una domanda che alcuni si fanno spesso. Così come sarà capitato a molti di incontrare un lontano conoscente senza poterlo chiamare per nome perché non lo si ricorda. Quando succede, la reazione di solito è un misto tra il disappunto per la memoria fallace, quasi fosse una colpa, e il sospetto - soprattutto se si è over 60 - che sia un sintomo precoce dell'Alzheimer. Ebbene, si tratta quasi sempre di preoccupazioni ingiustificate: le piccole amnesie sono normali e, anzi, il dimenticare in sé non è affatto un difetto ma una delle funzioni più importanti del cervello. È questa la tesi del saggio Forgetting. The Benefits of Not Remembering (Dimenticare. I vantaggi di non ricordare, ed. Crown) di Scott A. Small, docente di neurologia e psichiatria alla Columbia University, dove dirige il centro per l'Alzheimer.
Un processo attivo
"Per molto tempo …
"Ma dove ho parcheggiato l'auto ieri sera?" è una domanda che alcuni si fanno spesso. Così come sarà capitato a molti di incontrare un lontano conoscente senza poterlo chiamare per nome perché non lo si ricorda. Quando succede, la reazione di solito è un misto tra il disappunto per la memoria fallace, quasi fosse una colpa, e il sospetto - soprattutto se si è over 60 - che sia un sintomo precoce dell'Alzheimer. Ebbene, si tratta quasi sempre di preoccupazioni ingiustificate: le piccole amnesie sono normali e, anzi, il dimenticare in sé non è affatto un difetto ma una delle funzioni più importanti del cervello. È questa la tesi del saggio Forgetting. The Benefits of Not Remembering (Dimenticare. I vantaggi di non ricordare, ed. Crown) di Scott A. Small, docente di neurologia e psichiatria alla Columbia University, dove dirige il centro per l'Alzheimer.
Un processo attivo
"Per molto tempo è stata prevalente l'idea che dimenticare fosse un processo passivo in cui i ricordi sbiadiscono come fotografie lasciate sotto il sole. Negli ultimi dieci anni è emersa invece una "scienza del dimenticare" che mostra come le normali dimenticanze - ovvero quelle che non ostacolano più di tanto le nostre attività quotidiane - non sono un difetto della memoria, anzi: la neurologia e la psicologia oggi ci dicono che dimenticare permette di avere un cervello più efficiente e di vivere più felici" spiega Small. "In realtà si sa da tempo che chi rimane troppo attaccato a ricordi emotivamente negativi può esserne turbato, come chi soffre di un disturbo da stress post-traumatico. La novità è aver scoperto che l'evoluzione ha dotato i nostri neuroni, che immagazzinano ricordi modificando la forza delle loro connessioni, di due meccanismi: uno dedicato a ricordare e l'altro a dimenticare. Questo è affascinante, perché ci rivela che il non ricordare non è soltanto un arrugginirsi della memoria, ma è una funzione specializzata del cervello".
Che cosa cancella la memoria
Oggi insomma sappiamo che c'è un dimenticare passivo, dovuto all'età e alle malattie neurodegenerative, e uno attivo, che ha luogo continuamente, grazie a un gruppo speciale di proteine dedicate non al rafforzare le connessioni tra i neuroni, ma a indebolirle. La cosa funziona più o meno così. I neuroni si connettono grazie alle fibre che si diramano tutto intorno a loro, dette "dendriti". Sulle loro estremità esistono delle sottodiramazioni, dette "spine dendritiche", che sono il punto in cui due neuroni comunicano, scambiandosi messaggi chimici nello spazio di contatto ("sinapsi") tra due spine dendritiche. Più spesse sono queste spine, più forte è la connessione tra i neuroni.
Quando due neuroni sono stimolati insieme (perché fanno parte di uno stesso ricordo che viene rievocato) la spina dendritica che li unisce si ispessisce. Altrimenti si assottiglia e il ricordo appassisce: questo può succedere se quel ricordo non viene più recuperato da molto tempo, oppure - nel caso del "dimenticare attivo" - se entrano in azione le molecole dell'oblio. "Una delle più importanti è la RAC1" spiega Small. "Si è visto che la sua mancata attivazione rende difficoltoso il dimenticare e contribuisce all'inflessibilità comportamentale, ovvero uno dei sintomi dell'autismo". Dimenticare, infatti, ci rende più flessibili e capaci di fronteggiare un mondo che cambia e si evolve. "Ci aiuta a non rimanere ancorati ai dettagli, e quindi a generalizzare e vedere la foresta invece degli alberi. Molte persone autistiche tendono invece a fissarsi sui dettagli, sulle parti e non sul "tutto", come intuì già il padre degli studi sull'autismo, Leo Kanner".
Il segreto della creatività
Saper dimenticare serve non solo ad adattarsi ai cambiamenti e a estrarre, generalizzando, l'essenza delle cose. Serve anche a essere più creativi. "Premesso che la creatività è un fenomeno complicato, è sempre più chiaro che si tratta di una sorta di alchimia cognitiva, dove si formano associazioni inaspettate tra ricordi e idee" spiega Small. "Se le informazioni sono fissate troppo rigidamente nella memoria, c'è meno spazio per le associazioni inattese. Per lasciare "gioco" alle associazioni mentali spontanee necessarie alla creatività è necessario saper dimenticare". E qui entra in gioco il sonno. "Il suo ruolo per molto tempo è rimasto misterioso. Perché dobbiamo dormire così tanto, per un terzo della nostra vita? Quando sono affamato, sia che abbia mangiato poche ore prima, sia che non mangi da due giorni, mi bastano dieci minuti per saziarmi. Perché se mi sento stanco non mi bastano dieci minuti di sonno? L'intuizione giusta la ebbe, negli anni Ottanta, Francis Crick (Nobel con James Watson e Maurice Wilkins per la descrizione della molecola del Dna): Crick disse che dormiamo per dimenticare, per disimparare (reverse learning), insomma per sfrondare il nostro cervello dal superfluo e liberare spazio" spiega ancora Small.
Negli ultimi anni i suoi discepoli stanno confermando quell'ipotesi. "Possiamo immaginare le sinapsi nella nostra corteccia cerebrale come un campo, con erba che cresce durante la giornata: tutte le informazioni a cui siamo esposti nelle ore di veglia rimangono immagazzinate nelle connessioni neuronali perché i nostri cervelli sono avidi di informazione. Il problema è che la maggior parte di quelle informazioni è senza valore per le nostre decisioni future. Il sonno ci aiuta a tagliare l'erba. E a proteggerne, selettivamente, quei piccoli mucchi che contengono informazioni importanti da ricordare. Per portare a termine un compito così delicato servono diverse ore".
Nel sonno viviamo una sorta di "replay" accelerato dei momenti importanti della giornata, e questo aumenta la memoria per certe cose. Nel complesso, però, il sonno induce dimenticanza per tutto il resto. "Se volete rendervi conto del bisogno di dimenticare, provate a stare svegli per 48 ore. Vedrete che non riuscirete a concentrarvi perché avrete troppe informazioni inutili nella corteccia, che vi confondono".
Il rischio dei sogni
La nuova scienza del dimenticare ha una risposta anche per un vecchio dubbio: perché è così difficile ricordarsi dei sogni? Una volta svegliati, riusciamo a rievocare solo vagamente quello che stavamo sognando, e dopo pochi minuti svanisce tutto. Secondo un recente articolo del neurologo Jesse Langille la ragione è che nel sonno tendono sì a ricorrere esperienze appena vissute, però sono associate in combinazioni inusitate e irrealistiche: se mescolassimo ai ricordi frutto della vita reale le "narrazioni" oniriche, in parte aderenti al vero e in parte fantasiose, questo potrebbe farci prendere decisioni sbagliate da svegli. È più sicuro dimenticare. Del resto oggi il dimenticare è un lusso che possiamo permetterci come mai prima. Abbiamo infatti una serie di protesi della memoria che ci soccorrono quando abbiamo sulla punta della lingua il nome di una persona o di un oggetto: innanzitutto Google.
"Viviamo in un paradosso: da un lato il mondo è traboccante di informazioni, e questo ci rende ossessionati con la memoria. Ma dall'altro, possiamo anche fare molto meno affidamento sulla memoria rispetto al passato" commenta Small. "Una volta, nelle occasioni sociali, le conversazioni erano monopolizzate da chi, dotato di buona memoria, poteva pontificare. Oggi è più interessante chi è capace di pensiero sintetico, di arrivare - astraendo - al centro delle cose. La tecnologia moderna ci ha mostrato, lasciandoci liberi di dimenticare, che i dettagli non sono l'apice del pensiero. E che la creatività vuole la sua parte".
Sul Venerdì del 6 agosto 2021