Georges Bernanos, cattolico spadaccino
di Massimo Raffaeli , di Massimo RaffaeliLa lunga inimicizia tra la modernità e la dottrina elargita ex cathedra dalla Chiesa di Roma non ha impedito alla letteratura francese di esprimere grandi scrittori cattolici e, su tutti, Georges Bernanos (1888-1948), la cui fama è legata al Diario di un parroco di campagna, un romanzo del 1936 ora edito da Bompiani nella nuova limpidissima versione di Stefania Ricciardi, che subentra a quella ormai datata (del '46) a firma del poeta Adriano Grande.
Tutto sembra orientare il borghese Bernanos verso una parabola di intellettuale tradizionalista e reazionario, da lettore dell'Action Française e precoce affiliato ai Camelots du Roi, con i quali, giovanissimo, si batte per strada contro ciò che definisce la teppaglia, non solo i socialisti, gli ebrei, i pacifisti ma anche i modernisti di qualunque confessione religiosa. Tuttavia rimane estraneo al cinismo del maestro della sua generazione, Charles Maurras, l'ultranazionalista che ignora il cristian…
La lunga inimicizia tra la modernità e la dottrina elargita ex cathedra dalla Chiesa di Roma non ha impedito alla letteratura francese di esprimere grandi scrittori cattolici e, su tutti, Georges Bernanos (1888-1948), la cui fama è legata al Diario di un parroco di campagna, un romanzo del 1936 ora edito da Bompiani nella nuova limpidissima versione di Stefania Ricciardi, che subentra a quella ormai datata (del '46) a firma del poeta Adriano Grande.
Tutto sembra orientare il borghese Bernanos verso una parabola di intellettuale tradizionalista e reazionario, da lettore dell'Action Française e precoce affiliato ai Camelots du Roi, con i quali, giovanissimo, si batte per strada contro ciò che definisce la teppaglia, non solo i socialisti, gli ebrei, i pacifisti ma anche i modernisti di qualunque confessione religiosa. Tuttavia rimane estraneo al cinismo del maestro della sua generazione, Charles Maurras, l'ultranazionalista che ignora il cristianesimo mentre apprezza la Chiesa cattolica quale instrumentum regni e autorità costituita. Semmai Bernanos, volontario nella Grande guerra, si sente più vicino allo stile virulento di un Léon Daudet, autore di un libello, Lo stupido XIX secolo, che rigetta in blocco l'eredità dei Lumi e, ovviamente, le parole d'ordine della Grande Rivoluzione.
Ma ciò che da un lato espone Bernanos a cecità e anacronismo (cioè il rifiuto istintivo della modernità come disgregazione dei valori tradizionali, come tramonto delle società organiche, come puro dispotismo della economia politica) dall'altro acuisce il suo sguardo su un mondo dominato dal denaro e dal profitto in cui la religione, con tutto il suo apparato istituzionale, altro non può essere se non una ipocrita copertura, una resa al mondo così com'è. Breve la sua parabola artistica, grosso modo chiusa nel decennio dal '26 al '36, Bernanos è un romanziere persuaso del fatto che il Maligno governa il mondo (soldi, sesso e sangue sono le poste in gioco) e che chiunque gli si opponga, da creatura sola e inerme, deve pagare con la propria vita e con la pubblica infamia come si trattasse, per crudo paradosso, di un agente di Satana.
Il capro espiatorio
Al centro dei romanzi di Bernanos c'è sempre una figura che gli antichi greci chiamavano pharmakòs, colui che paga espiando per la comunità, il capro espiatorio, il Cristo. Tale è ad esempio Mouchette, protagonista del suo primo capolavoro, Sotto il sole di Satana ('26), una storia nera di costumi provinciali, dove la caduta nel peccato, un caso omicida e insieme suicida, sospende ogni possibile redenzione, e tale è il parroco di Ambricourt, villaggio del Pas-de-Calais, il prete senza nome di cui dice il Diario, la voce modulata, scrive nella prefazione Stefania Ricciardi, che serve a "disegnare la fisionomia, a tratteggiare l'espressione del volto".
Anche qui Bernanos si attiene alla impassibilità degli amatissimi Balzac e Zola ma la sente attraversata da un fortissimo tremore, da una scossa emotiva che gli viene dall'altrettanto amato Dostoevskij, nella cui lezione, appunto, non è mai lecito discriminare tra fisica e metafisica ovvero, nel caso del Diario, tra l'eclissi di Dio e il potere di Satana. Non meno di Mouchette (e dei protagonisti degli altri romanzi, da L'impostura, '27, e La gioia, '29, a Nuova storia di Mouchette, '37, e Monsieur Ouine, '46) anche il parroco è solo, oggetto di diffidenza e poi di sorda persecuzione da parte della comunità di cui egli è la vittima e, per etimologia, il testimone. Queste sono le sue ultime parole, affidate a un confratello e pronunciate in punto di morte: "Cosa importa? Tutto è grazia".
Bernanos non ha dubbi sulla antinomia primordiale che governa il mondo e dunque sul fatto che o tutto è grazia o niente lo è. Ciò significa che non è possibile una mediazione né alcun compromesso tra Vangelo e Mondo o, in altri termini, fra teologia ed economia politica: al riguardo, introducendo il Meridiano Mondadori dei Romanzi (a cura di Paola Messori, 1998), Carlo Bo ha parlato di un realismo che raggiunge la allucinazione, di un buio drammatico che tradisce nei personaggi partecipazione e insieme separazione dal mondo, di un male invincibile in quanto percepito come "unica via di uscita dall'isolamento e dalla solitudine" e perciò, ancora una volta, sottoposto alla legge di Satana.
Il soprannaturale per mezzo del reale
Va aggiunto che alla grande risonanza del Diario contribuisce il film che Robert Bresson ne trae già nel 1951, un'opera ascetica, di spoglia e silenziosa perfezione, un caso più unico che raro di fedeltà nella totale alterità dal romanzo: Bresson e Bernanos, infatti, condividono sia il sospetto della psicologia sia l'utilizzo della nuda espressione per immagini, tanto che il regista dirà di invidiare allo scrittore la capacità di fare il soprannaturale per sole immagini e dunque per mezzo del reale. Una salute malferma, precarie condizioni economiche, il rigetto di prebende (compreso lo scranno fra gli Immortali della Académie) presto si aggiungono all'inaridirsi della vena artistica.
Il romanziere Bernanos tace ma lo sguardo dello scrittore è più lucido che mai. Sbarca il lunario a Palma di Maiorca e lì, nel luglio del '36, può assistere al golpe di Franco, allo scoppio della guerra civile e ai crimini dei falangisti, coperti e anzi solennemente benedetti dalle autorità della Chiesa cattolica: ne esce un memoriale durissimo, I grandi cimiteri sotto la luna (1938, l'ottima versione italiana, da SE, è di Giacinto Spagnoletti), che scandalizza i vecchi camerati dell'Action Française ma gli vale una lettera commossa di Simone Weil, che dice di sentirlo più vicino di quanto non senta i compagni conosciuti nelle brigate d'Aragona.
È probabile che Bernanos si veda oramai nei panni del parroco di Ambricourt, tutto sembra dissacrato intorno a lui, che dopo gli accordi di Monaco scappa da quanto definisce un "cimitero di idrofobi in cui l'iniquità umana ha trasferito l'Europa decadente" e raggiunge il Brasile dove, per mantenere la tribù domestica, si inventa fazendero: qui l'ex Camelot du Roi collabora ai fogli antifascisti dell'esilio e scrive editoriali per la Bbc, dove tratta Pio XII e la sua Chiesa da complici silenti del nazifascismo e il maresciallo Pétain da canaglia totalmente rimbambita. Ha figli gollisti che aderiscono alla France Libre e dopo la Liberazione de Gaulle in persona gli manda il famoso telegramma di sei parole, "Il Suo posto è tra noi".
Sul Venerdì del 6 agosto 2021