Le Pioneras del calcio argentino
di Paolo Galassi , di Paolo GalassiBUENOS AIRES. «Non sono 90 minuti, è tutta una vita» recita un vecchio adagio rioplatense. Immaginate una nazionale di calcio che parte per i mondiali a gruppi di 3 o 4 per volta, in classe turistica, senza allenatore, senza scarpini e senza contratto. Con divise che stingono al primo lavaggio. Una portiera che per fare qualche soldo extra canta boleros al ristorante, una centravanti operaia in fabbrica e una fantasista piccola e geniale che non se la sente di lasciare marito, figlio e lavoro per un mese. E che alla fine parte, ma perde il lavoro. Una banda di donne “strane”, per l’Argentina degli anni Sessanta, ostinate a giocare a pallone come gli uomini (in Brasile, fino al 1981 sarebbero state persino fuorilegge). Se oggi nella terra di Messi e Maradona il fútbol è sempre più spesso una cosa per ragazze è anche grazie a loro, Las Pioneras.
Accadde in Messico, nell’agosto del 1971, in anticipo di 20 anni …
BUENOS AIRES. «Non sono 90 minuti, è tutta una vita» recita un vecchio adagio rioplatense. Immaginate una nazionale di calcio che parte per i mondiali a gruppi di 3 o 4 per volta, in classe turistica, senza allenatore, senza scarpini e senza contratto. Con divise che stingono al primo lavaggio. Una portiera che per fare qualche soldo extra canta boleros al ristorante, una centravanti operaia in fabbrica e una fantasista piccola e geniale che non se la sente di lasciare marito, figlio e lavoro per un mese. E che alla fine parte, ma perde il lavoro. Una banda di donne “strane”, per l’Argentina degli anni Sessanta, ostinate a giocare a pallone come gli uomini (in Brasile, fino al 1981 sarebbero state persino fuorilegge). Se oggi nella terra di Messi e Maradona il fútbol è sempre più spesso una cosa per ragazze è anche grazie a loro, Las Pioneras.
Accadde in Messico, nell’agosto del 1971, in anticipo di 20 anni sul primo mondiale per donne organizzato dalla Fifa in Cina, nel 1991. Un Mundial a lungo dimenticato, riedizione del Trofeo Martini & Rossi giocato in Italia nel 1970, sponsorizzato dal più classico dei vermut nostrani e vinto dalla Danimarca contro le Azzurre al Comunale di Torino. Mentre in Messico le danesi fanno il bis con i gol della 15enne Susanne Augustesen, che dal 1974 al 1995 giocherà solo in Italia, le argentine prendono 13 gol in 4 partite. Ne perdono 3 per goleada. Ma quella più importante, che per storia, radici e cultura non si può proprio perdere, la vincono loro per goleada: 4 a 1 all’Inghilterra, allo Stadio Azteca di Città del Messico, davanti a 110 mila persone.
Proprio così: il primo vero Argentina-Inghilterra dell’Azteca fu giocato da donne, 15 anni prima della Mano de Dios e del Gol del Secolo di Maradona, senza che a Buenos Aires qualcuno se ne accorgesse. Al ritorno in patria, con i dollari vinti alle slot machine dell’aeroporto di Panama qualcuna di loro riuscì persino a pagarsi la prima quota di un Fiat 600, il famoso Fitito, come ancora lo chiamano. Per le altre quote ci sarebbe stato da lavorare, come sempre.
La rivincita
L’estate messicana del 1971 era cominciata con la mattanza del Corpus Christi, la strage di studenti ritratta da Alfonso Cuarón nella pellicola Roma, replica del massacro di Tlatelolco del 1968 che fa da sfondo al romanzo Amuleto di Roberto Bolaño. Dopo le Olimpiadi del pugno chiuso di Smith e Carlos e il Mundial vinto da Pelé nel 1970, il Messico ospita dunque la seconda Coppa del Mondo di calcio femminile: Francia, Italia e Danimarca s’incrociano a Guadalajara; Inghilterra e Argentina se la vedono con le padrone di casa all’Azteca, consacrato l’anno prima dal mitico Italia-Germania 4-3.
«Al debutto perdiamo 3-1 con le messicane, che sono locali e devono arrivare in finale. Per noi era quasi normale che l’arbitro fischiasse a loro favore, per le europee un po’ meno. Le italiane in semifinale furono derubate. Erano le migliori del torneo, giocavano barbaro» ci racconta Betty García, centravanti classe 1941. Caudilla di quella Selección, il suo ritratto è tra quelli che il Racing di Avellaneda ha dedicato alle glorie del club, nella via intitolata a Diego Milito. Oggi allena il Norita Fútbol Club, squadra di militanti femministe chiamata così in omaggio a Nora Cortiñas, una delle prime Madri di Plaza de Mayo, a loro volta pioniere nella lotta per i diritti umani.
Giocando nel Club Universitario di Buenos Aires, Betty conosce Marta Soler, giovane portiera con la passione per tango e bolero e un debole per il portiere sovietico Lev Jašin: è in onore al Ragno Nero che al mondiale scende in campo con una divisa scura, in tinta unita. «Allora non esistevano contratti per le calciatrici, non avevamo un soldo, non siamo mai state pagate per giocare. Io la sera cantavo nel ristorante di fianco al nostro albergo, il Rincón Gaucho» ricorda la “signorina portiera”, come la ribattezzarono i giornali messicani.
Dopo la batosta iniziale, perdere con le inglesi vuol dire tornare a casa. Sono passati solo cinque anni dall’umiliazione del Mondiale 1966, quando a Wembley il capitano albiceleste Ubaldo Rattin, espulso, rimaneva seduto sul tappeto rosso riservato al passaggio della Regina Elisabetta, in segno di protesta (o almeno così vuole il mito). L’allenatore Alf Ramsey li avrebbe chiamati Animals, gli argentini. Loro, nell’Inghilterra, dalle invasioni britanniche del Rio de la Plata a inizio ‘800 in poi, hanno spesso trovato un modello culturale e un creditore ingombrante, un avversario e un nemico capace di risvegliare la fiamma dell’identità e dell’autodeterminazione: se ci sono di mezzo gli inglesi, gli argentini si scoprono più argentini (e più italiani, se l’Italia gioca a Wembley). Ci tengono a dire che il futbol l’hanno imparato dagli scozzesi, e che le Isole Malvinas – come dargli torto – sono sempre state un po’ troppo lontane dalla Gran Bretagna per chiamarsi davvero Falkland Islands.
«L’Inghilterra è un po’ come il cuculo, che depone le uova nei nidi altrui» sibila Elba Selva, mancina numero 10 che ancora oggi, a 76 anni, gioca a pallone con ragazze di ogni età nella tranquilla General Rodríguez, «ma senza scontrarmi, il calcio di oggi è troppo fisico». Sguardo vivo, gentile ma felino, a vederla guizzare sul prato così agile ed elastica viene da pensare a Muhammad Ali che diceva che sul ring «volava come una farfalla e pungeva come un’ape». «Dopo la prima partita ci avvicina un ex calciatore argentino radicato in Messico, Norberto Rozas, per chiedere se può farci da allenatore. Con lui capiamo che contro l’Inghilterra dobbiamo giocare alla nostra maniera, all’argentina. Tirando gambetas, e tocandola, tocandola, tocandola» ci spiega Elba. Una sorta di tiki-taka ante litteram.
Davanti allo strapotere fisico delle inglesi, Betty García da buona centravanti decide di arretrare verso metà campo, per lasciare che sia la piccola Elba, col numero 10 sulle spalle, a far impazzire la difesa avversaria, gonfiando la rete per ben 4 volte. Di sinistro, naturalmente. E pensare che non voleva partire.
Non una di meno
A incontrarle, queste signore vicine agli 80 anni, vien voglia di abbracciarle con dolcezza, come si fa con una zia o una nonna. Ascoltandole, ci si ricorda che non sempre chi apre una via agli altri s’immagina di essere un battistrada. Si può essere pionieri anche un po’ per caso, in fondo, senza aver pensato di entrare nei libri di storia. Tra il fare qualcosa e il diventare qualcuno a volte ci vuole del tempo, il riconoscimento di un’impresa dimenticata può dormire nelle anse del destino, in attesa del famoso senno del poi, o del “giornale del lunedì”, come dicono qui.
Nel 2019 la Legislatura di Buenos Aires ha reso omaggio all’impresa delle Pionere, proclamando il 21 agosto “giornata delle calciatrici”. Con la parziale e tardiva professionalizzazione del fútbol femminile, le donne del calcio argentino, finora invisibili, sottopagate e snobbate da una federazione fatta di uomini – che solo di recente ha intuito le potenzialità economiche e politiche derivanti dalla loro inclusione – hanno intrecciato la battaglia per maggiori salari e diritti con la lotta per l’aborto legale e il #NiUnaMenos contro abusi e violenze. Il collettivo Pibas con pelotas (Ragazze con le palle) ha pure indetto il primo censimento nazionale di calciatrici: una volta fissato l’orizzonte di un pallone più equo e senza discriminazioni però, mancava un’epica propria ed emancipata, capace di incendiare i petti e gonfiare le bandiere. Una favola da leggere alle nuove leve che la notte dormono e sognano abbracciate a un pallone. La storia c’era, andava solo raccontata.
Sul Venerdì del 13 agosto 2021