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La camera delle meraviglie di Giano Del Bufalo

Giano Del Bufalo nella sua galleria Diorama a Roma e alcuni oggetti della sua collezione
  
Nella sua galleria di Trastevere e nel castello della Cecchignola a Roma, il collezionista e personaggio tv ha raccolto bizzarrie (naturali e artigianali) di ogni epoca. «È un modo di dare nuova vita al passato»
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ROMA. «Questo è il corno di un unicorno, o almeno così veniva spacciato dai marinai. In realtà si tratta di una zanna di narvalo del Mar Glaciale Artico, così dritta e tortile che sembra di una creatura magica. Ci cascò anche Elisabetta I, ne aveva una identica nella sua collezione». Giano Del Bufalo ci mostra questa vite perfetta alta due metri, accanto al cranio di un elefante: «Fu scambiato per il cranio di un ciclope perché ha forma simile a quella umana e un foro al centro. In realtà il buco è la cavità della proboscide». Qui dentro niente è come appare ma ciò che appare è reale e straordinario, e la mia imponente guida, 34 anni, mercante d’arte e collezionista, allievo di Raniero Gnoli, ha lo sguardo che scintilla ad ogni spiegazione.

Siamo nella sua stanza delle meraviglie privata, al Castello della Cecchignola, 300 metri dopo il cemento di comuni palazzi. Una pepi…

ROMA. «Questo è il corno di un unicorno, o almeno così veniva spacciato dai marinai. In realtà si tratta di una zanna di narvalo del Mar Glaciale Artico, così dritta e tortile che sembra di una creatura magica. Ci cascò anche Elisabetta I, ne aveva una identica nella sua collezione». Giano Del Bufalo ci mostra questa vite perfetta alta due metri, accanto al cranio di un elefante: «Fu scambiato per il cranio di un ciclope perché ha forma simile a quella umana e un foro al centro. In realtà il buco è la cavità della proboscide». Qui dentro niente è come appare ma ciò che appare è reale e straordinario, e la mia imponente guida, 34 anni, mercante d’arte e collezionista, allievo di Raniero Gnoli, ha lo sguardo che scintilla ad ogni spiegazione.

Siamo nella sua stanza delle meraviglie privata, al Castello della Cecchignola, 300 metri dopo il cemento di comuni palazzi. Una pepita invisibile di Roma, segnalata dalla torre di 45 metri: «La tenuta era un castrum, un accampamento militare, poi divenne dimora di Barberini, Borghese, Torlonia. Fu sede dei Templari e residenza dei Papi Paolo V Borghese e Leone XII, ma quando mio padre iniziò a restaurarla nel 2004 era in rovina. Gli ultimi gestori furono un “cavallaro” e un “carrozzaro” che lavoravano per gli studi di Cinecittà. Appena entrati, trovammo la biga del set di Ben-Hur». Giano e sua sorella Diana (attrice e presentatrice), sono figli dell’archeologo, architetto ed esperto di marmi antichi Dario Del Bufalo che, senza soldi pubblici, ripristinò il complesso, oggi anche sede dell’Università dei Marmorari, la più antica corporazione d’Italia. Soci: Buonarroti, Bernini, Borromini. Il castello si può visitare ma su prenotazione, perché padre e figlio ci abitano. È così grande che per vedersi devono telefonarsi.

Più che creare il nuovo, i due amano riparare l’antico. Il primo amore di Giano è stata la tassidermia, tigri e bufali ci fissano dalle pareti: «Sono esteticamente splendidi. Tutti gli animali che ho imbalsamato arrivano dagli zoo e sono morti per cause naturali, nessuno è trofeo di caccia. Per molti è raccapricciante avere a che fare con le carcasse, ma per me è l’esatto contrario del trionfo della morte. È un modo per consegnare al futuro, dare nuova vita». In effetti, in lui non c’è traccia di macabro. Niente di più lontano dal Norman Bates di Psyco che imbalsamava perché non sapeva come riempire il tempo. Insomma, non puoi annoiarti se ricevi telefonate in cui ti offrono un femore di vampiro. È mosso da una passione che ha i ritmi dell’ossessione: spedizioni con il National Geographic alla scoperta dei riti vudù africani, degli uomini coccodrillo in Nuova Guinea, rarità da stanare nelle campagne inglesi e nei mercati francesi.

In questa e nelle prossime immagini, "naturalia" e "mirabilia" della collezione di Del Bufalo che, da ottobre, sarà giudice nel programma Cash or Trash su Nove 

Il primo viaggio in solitaria fu fra gli Apache dell’Arizona: «Mi regalarono un pipistrello essiccato e piume di civetta e mi appassionai alla concia delle pelli. Poi mi innamorai perdutamente delle Wunderkammer rinascimentali e del modo in cui Athanasius Kircher e Rodolfo II d’Asburgo esponevano naturalia e mirabilia. Ne sono geloso, ma alla fine anche io ho deciso di condividere il mio gabinetto delle curiosità». Si chiama Diorama, ed è in pieno quartiere Trastevere, in vicolo della Scalaccia 12. Del Bufalo fa la spola fra i due luoghi con l’auto piena di mandibole di dinosauro e frammenti di meteoriti, per dare continuo ricambio alla galleria, un teatro del mondo in centro metri quadrati con pareti porpora e volta stellata. I clienti famosi abbondano: sono andati a fargli visita i componenti della band Whitesnake, dei Primus, Lemmy dei Motörhead, ma il più affezionato è Steven Tyler, che Giano scarrozza in motorino.

Nelle teche spiccano un teschio artigliato da un corvo: «È di un poetucolo francese dell’800 ammiratore di Poe». Un uovo di struzzo tatuato: «Questa è la prima raffigurazione del Jolly Roger, la bandiera dei pirati europei, che dopo aver saccheggiato l’Africa raggiunsero i Caraibi. Nei lunghi viaggi bevevano uova di struzzo, molto nutrienti, poi le decoravano con la tecnica a bacchetta. Potrebbe risalire al ‘500, il teschio è ancora sorridente, diventò minaccioso più tardi».

La tabacchiera nella testa di ariete appare nel film House of Gucci con Lady Gaga, i felini in posa invece vengono noleggiati per i film storici. Tra i pezzi più pregiati, un vaso canopo di epoca tolemaica: «Sto aspettando la radiografia, dovrebbe contenere la mummia di uno sciacallo. Nell’800 finì nei magazzini del Louvre. Non crederesti a quanta roba è stata svenduta dai musei». Si muove fra lance maori riportate da James Cook, maschere tribali, mazze dei cannibali delle Fiji, orgoglioso di un trittico di pietre “preziose”: «Sono bezoari, calcoli di cammello che gli alchimisti usavano come antidoto contro i veleni. I re che temevano attentati li inzuppavano nelle coppe credendo di annullare l’effetto dell’arsenico».

Alle Isole Salomone ha recuperato un ibrido fra razza e squalo violino con la faccia antropomorfa. È un esempio tipico di “Jenny Haniver”, uno dei falsi mostri che venivano rivenduti come resti di sirena, di fata o di cucciolo di drago: «In questo caso il falso diventa prezioso perché è la storia vera di una mistificazione. Molto diverso dai falsi di oggi, frodi che non contemplano l’elemento immaginifico».

L’antibagno è tappezzato da lover’s eye, le miniature georgiane acquerellate che si scambiavano gli amanti. Al lato, un dipinto di Shakespeare da giovane: «Ne stiamo verificando l’autenticità. Sarebbe un colpaccio, ma a me non interessa il valore economico di un oggetto. Mi piace la storia che nasconde e scoprirlo quando altri lo hanno scartato, scambiandolo per cianfrusaglia. Dare dignità a ciò che non è compreso da altri mi rende fiero». Lo vedremo fare proprio questo, come giudice nel programma Cash or Trash da ottobre su Nove, dopo l’esperienza con Daniele Bossari in Il codice del boss.


Il suo pezzo preferito è una testa di mummia, dai capelli intatti dopo duemila anni: «Risale al mio primo viaggio con papà, avevo dieci anni. All’epoca insegnava all’Università del Cairo, scriveva un libro sul porfido in Egitto e mi portò negli scavi del deserto per un mese. Mi mise in mano questa capocetta bendata e ne fui terrorizzato. È di un sacerdote dell’ordine di Iside, fu ferito dai romani e morì a 28 anni. La portai in Italia, con autorizzazione, nella busta del duty free. Oggi sarebbe impensabile».

Giano non è un semplice cacciatore del meraviglioso e il suo spazio non offre cialtronate esoteriche. Affascina e inquieta come un assortimento di vita e morte, dove ciò che è naturale è anche fantastico: «Sono vorace di etnografia e scienze naturali. La capacità di capire l’arte si impara, studio tanto per “vedere” davvero un oggetto, soprattutto ora che tutto è riproduzione in serie. Purtroppo anche la nuova arte autoctona ha perso la dote della pazienza, fondamentale per la durevolezza. Scarseggia il senso dello stupore, ma sono sicuro che si torneranno ad apprezzare le cose uniche e originali. Io intanto, ne sono un custode». Se ne va in giro con il bastone da passeggio, che contiene tela, colori e pennelli, in caso sulla strada qualcosa meritasse di essere dipinta.

Sul Venerdì del 13 agosto 2021