Camusso, la pasionaria che non si arrende
di Valentina Conte , di Valentina ConteROMA. Orgogliosamente feemminista, sindacalista e socialista. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019, dopo Guglielmo Epifani e prima di Maurizio Landini, spiazza quando dice che «è il conflitto che fa avanzare il mondo». Un mondo però «mai così immobile come ora», nella politica e nella società, con l’ascensore sociale piantato e l’indifferenza a tutto: alla solidarietà, alla precarietà, al lavoro sicuro.
La prima donna a guidare un sindacato in Italia cosa fa dopo il sindacato?
«Ancora il sindacato», risponde Camusso mentre fuma e ride. «Il sindacato non si abbandona mai. Ho la responsabilità in Cgil per le politiche internazionali e di genere, anche se con il Covid siamo andati ben poco in giro».
Perché il sindacato non si abbandona mai?
«Perché è una passione, un modo di essere».
Al punto di rinunciare a fare l&rs…
ROMA. Orgogliosamente feemminista, sindacalista e socialista. Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil dal 2010 al 2019, dopo Guglielmo Epifani e prima di Maurizio Landini, spiazza quando dice che «è il conflitto che fa avanzare il mondo». Un mondo però «mai così immobile come ora», nella politica e nella società, con l’ascensore sociale piantato e l’indifferenza a tutto: alla solidarietà, alla precarietà, al lavoro sicuro.
La prima donna a guidare un sindacato in Italia cosa fa dopo il sindacato?
«Ancora il sindacato», risponde Camusso mentre fuma e ride. «Il sindacato non si abbandona mai. Ho la responsabilità in Cgil per le politiche internazionali e di genere, anche se con il Covid siamo andati ben poco in giro».
Perché il sindacato non si abbandona mai?
«Perché è una passione, un modo di essere».
Al punto di rinunciare a fare l’archeologa?
«Avevo iniziato alla Statale di Milano, affascinata da un’idea romantica e poco realistica di scoperta del mondo. Ho interrotto perché in università ho incontrato il sindacato nell’esperienza delle 150 ore per il diritto allo studio che negli anni 70 veniva concesso agli operai. Ricordo i corsi monografici, anche al dipartimento di Arte con la professoressa Dalai. Poi per una coincidenza - una compagna che faceva coordinamento si è candidata alle amministrative - mi hanno proposto di sostituirla. La sostituzione è diventata una vita: 23 anni nei metalmeccanici».
Gli operai come reagivano quando vedevano una donna?
«Molto incuriositi da una ragazzina. Qualche problema di accettazione c’era nelle fabbriche, come pure qualcuno che non si fidava: “Non potremmo avere un uomo?”. Ma erano episodi. Quella era una stagione forte, di esperienze vivaci, la più esplicita di cambiamento per le donne, con il femminismo vissuto anche nel sindacato, considerato un mondo tetro e maschile».
E ora?
«Torna a essere un sindacato maschile».
Perché?
«Per un clima generale. Il sindacato è un luogo permeabile e composito, come la società. E tutto abbiamo perso tranne i connotati patriarcali. Appena ci sono spazi, si occupano immediatamente».
Ora è in vacanza?
«Appena iniziata. Sono donna di mare e di vela, sin da bambina. All’epoca andavo in Liguria, come da manuale per le famiglie milanesi. Il mare è un orizzonte, mai esclusivamente un luogo fisico. Ho un ottimo rapporto con l’acqua».
E cosa legge al mare?
«Libri leggeri, frivoli: gialli e romanzi. E un paio di cose serie: La città femminista di Leslie Kern che vorrei studiarmi e un testo che mi incuriosisce molto: La tirannia del merito di Michael J. Sandel».
Il merito è una tirannia per le donne, l’ascesa una retorica?
«Di sicuro può essere una trappola di massa che diventa anche tirannia. Alle donne viene chiesto almeno due volte tanto rispetto agli uomini. Per giustificare le disparità prima si diceva che non studiavano, ora che sbagliano studi e non seguono le materie Stem, scientifiche. Prevale la logica di colpevolizzazione: se c’è discriminazione nel mercato del lavoro è sempre colpa delle donne. Al contrario, il mondo maschile è senza requisito di merito, gode di un privilegio che finge di non avere ma che utilizza in pieno. Il merito è una trappola che serve a dare la colpa a chi ha bisogno di un sostegno».
Bisogna soffrire, altro che reddito di cittadinanza, dice Renzi.
«”Partorirai con dolore”, lo schema è sempre quello. È una colpa essere donna, è una colpa essere poveri. Se sei uomo bianco, se sei agiato, hai un privilegio di cui non devi rispondere, anzi viene raccontato come merito. Ma se tutto è meritocratico perché l’ascensore sociale è bloccato? Siamo nella stagione più immobile di sempre».
Quando si è fermato l’ascensore?
«Negli anni 80, con la grande crisi industriale, la progressiva restrizione del pubblico e di forme di sostegno sociale. Il reddito è diventato l’unica variabile che ti permetteva di salire. Poi negli ultimi vent’anni, con due violentissime crisi globali».
Cos’è cambiato da quell’estate di dieci anni fa, con la lettera Trichet-Draghi al governo Berlusconi e l’avvento del governo Monti? Lei era all’esordio come leader Cgil.
«Non è cambiata la convinzione sconvolgente che i tecnici sappiano fare politica. Lo si dà per scontato, ma è un modo per disprezzare la politica. La differenza non riguarda le persone, ma le fasi. Le politiche prescritte da quella lettera erano disastrose, non aiutavano l’Italia. Questa crisi è diversa, non ha le stesse origini e responsabilità, non dovrebbe richiedere le stesse risposte, per il momento. Il patto di stabilità è sospeso, all’epoca la ricetta era ridurre la spesa e affamare i poveri. Quel che vedo ora come allora è però l’appiattimento verso le politiche messe in campo, l’indifferenza, l’acriticità, la dialettica bloccata. Mentre è il conflitto che fa avanzare il mondo».
Com’è cambiato il Paese col Covid?
«Ci ritroviamo un’Italia più chiusa ed egoista. Non abbiamo ancora capito cosa ci è capitato, dovremmo farci più domande, senza derubricarlo a parentesi. Non è così e non è finita. Sono cambiati tutti i percorsi di crescita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Ma l’attenzione è solo alla produzione».
Con un nuovo conflitto: vaccino versus lavoro.
«Sono stupita che il governo non si prenda la responsabilità di fare una legge. Ma trovo altresì estraniante dividere il mondo in bianchi e neri. Quelli che non possono fare il vaccino dove li abbiamo messi? Le prime vittime sono loro, non li puoi sospendere o discriminare. Le tensioni tra lavoratori si risolvono con il convincimento e aumentando la sicurezza. Poi ci sono luoghi come scuola e sanità in cui ci vuole un atto di governo: abbiamo un debito come Paese nei confronti di bambini e adolescenti, non possiamo ancora scaricare su di loro i nostri problemi».
Si è vaccinata?
«Ho vinto la lotteria di Astrazeneca! Sono stata male la prima e la seconda volta, ma lo rifarei e continuo a portare la mascherina ovunque. Penso però che dobbiamo trovare soluzioni, non punizioni».
Si continua a morire di lavoro. Le donne continuano a morire di lavoro, come Luana e Laila. Perché?
«La reazione popolare per queste giovani madri e lavoratrici mi ha commosso e indignato. Commosso, perché dietro c’è l’idea ottocentesca della donna operaia che può morire. Indignato, perché scopriamo solo ora che non esistono cavalieri gentili e che lo sfruttamento non è esclusiva maschile. Queste due storie ci dicono: smettiamola di raccontare il mondo dorato della tecnologia, basterebbero i sensori per evitare queste morti. Ma la sicurezza è vista dalle aziende come un costo. E se critichi le imprese hai sentimenti anti-industriali, mentre la strage continua».
Luana e Laila escono dal silenzio solo da morte. Perché in Italia le donne fanno ancora troppa fatica a essere parte del discorso pubblico?
«Per una ragione di potere. Se le donne rivendicano uno spazio, questo determina un conflitto. Ma chi ha potere si difende meglio e costruisce colpevolizzazione e separazione. La trappola è aver pensato di sfondare il tetto di cristallo senza prima allargare le pareti della stanza. Quando l’Italia ha chiuso i balconi e smesso di applaudire, abbiamo capito che ci sono valori oltre il profitto. Ma il lavoro di cura delle donne continua a essere squalificato, gratuito o mal retribuito. Ripartiamo da qui».