Che rebus la logistica sindacale
dal nostro inviato Riccado Staglianò , dal nostro inviato Riccado StaglianòPIACENZA. Il titolo di lavoro di questo articolo, a un certo punto, mi ha tagliato la strada manifestandosi sulla fiancata di un camion che rientrava alla base: «O così. O Pomì». Immaginate la scena. Ora di pranzo, 35 gradi che bruciano come 50, nello spiazzo davanti al Consorzio Casalasca di Rivarolo del Re, una grande fabbrica in mezzo al niente. Dove si lavora il pomodoro, l’”oro rosso” di Piacenza, un’ora a ovest da qui. Da stamattina presto seguo Roberto Montanari, dell’Unione sindacale di base (Usb), nei suoi incontri con addetti della logistica – magazzini, movimentazione, consegne – vera specialità di queste terre. È venuto a incontrare una decina di lavoratori, tutti africani, addetti alla pulizia delle centinaia di fusti impilati nel piazzale antistante lo stabilimento dove la polpa viene lavorata. Adesso che la cooperativa Mondial Work ha chiuso, denunciano che da anni le loro buste paga segna…
PIACENZA. Il titolo di lavoro di questo articolo, a un certo punto, mi ha tagliato la strada manifestandosi sulla fiancata di un camion che rientrava alla base: «O così. O Pomì». Immaginate la scena. Ora di pranzo, 35 gradi che bruciano come 50, nello spiazzo davanti al Consorzio Casalasca di Rivarolo del Re, una grande fabbrica in mezzo al niente. Dove si lavora il pomodoro, l’”oro rosso” di Piacenza, un’ora a ovest da qui. Da stamattina presto seguo Roberto Montanari, dell’Unione sindacale di base (Usb), nei suoi incontri con addetti della logistica – magazzini, movimentazione, consegne – vera specialità di queste terre. È venuto a incontrare una decina di lavoratori, tutti africani, addetti alla pulizia delle centinaia di fusti impilati nel piazzale antistante lo stabilimento dove la polpa viene lavorata. Adesso che la cooperativa Mondial Work ha chiuso, denunciano che da anni le loro buste paga segnano 4 ore quando in realtà ne lavoravano 8 o 12. Peccato che i contributi si calcolino solo sulle ore dichiarate. Malattia non pervenuta. Sotto inquadrati. Se vi sta bene è così, altrimenti altri proletari (nove su dieci stranieri, quindi ricattabili perché senza contratto salta anche il permesso di soggiorno) prenderanno il vostro posto. «O così. O Pomì», insomma.
Almeno fin quando qualcuno armato di machete prova a disboscare una giungla giuslavoristica fatta di finte cooperative, Iva evasa per milioni di euro, caporali e banditi vari da affrontare a brutto muso. Con una conflittualità che ormai tracima anche nei rapporti tra sigle. Con la Cgil in affanno che stigmatizza i modi duri dei sindacati di base. I Si (leggi: sindacato intercategoriale) Cobas in gran spolvero che danno dei venduti alla Cgil. E l’Usb che accusa i Si Cobas di difendere solo i propri iscritti. Il tutto tra audio imbarazzanti registrati di soppiatto, accuse di arricchimenti personali, minacce a mano armata di cutter. Il sindacato come sport estremo.
Sono perfettamente consapevole che questo pezzo scontenterà tutti gli intervistati. Tanti. Troppi. Tre giorni intensissimi tra tecnicalità e una gragnuola di accuse incrociate impossibili da verificare fino in fondo. Montanari è un ex dirigente regionale di Rifondazione comunista in pensione. A pranzo mi parla della cause célèbre recente, la chiusura dello stabilimento Tnt di Piacenza da parte della casa madre Fedex: «È semplice: chiudendo han potuto sbarazzarsi in un colpo solo di gente che guadagnava 26 mila euro lordi all’anno per rimpiazzarli, in caso di riapertura, con altri che ne prenderanno sì e no 16 mila». Ovvero il comportamento tipico delle cooperative che ogni due anni chiudono per riaprire sotto altro nome e con una forza lavoro riverginata, con zero scatti di anzianità e condizioni da ricontrattare da capo. Però adottato da una multinazionale di Memphis. Ma sul caso Tnt, che ha lasciato 300 persone a casa, torneremo più tardi.
Nata nel 2010 l’Usb è cresciuta parecchio (in città ha due delegati per circa 2.000 iscritti) e di recente ha strappato i camalli di Genova alla Cgil. Sostiene Montanari che servirebbe un codice degli appalti privati per evitare le mostruose catene di subfornitori. E che i blocchi stradali siano diventati una tattica proibitiva perché il salviniano decreto sicurezza li ha ripenalizzati con una sanzione fino a 12 anni di reclusione.Nel pomeriggio mi porta al centro Dhl di Corteolona. Incontriamo i delegati a un camion-bar dirimpetto alla fabbrica. La cosa che li avvelena è che la nuova cooperativa New Job (notare la persistenza pretenziosetta dell’inglese nelle ragioni sociali a compensare le miserevoli condizioni) che ha preso il posto di quella precedente i cui vertici sono stati inquisiti, non paga mai puntuale. Provo a dire che è spiacevole ma, rispetto ad altre rimostranze, una volta a regime un giorno di ritardo non è la fine del mondo. Honoré, il delegato senegalese, perde la pazienza: «No, perché qui c’è gente che non ha niente sul conto e se il mutuo viene addebitato il 20 e lo stipendio non è ancora arrivato è un bel casino». Ha ragione lui. La vita a risparmio zero è un tetris millimetrico. Per non dire dei Tfr non pagati. Qui c’è gente che si fa mettere la tredicesima in busta per far lievitare un po’ i 1.400 euro mensili.
Ogni sigla difende solo i propri
Parla di Carlo Pallavicini, il centravanti dei Si Cobas. Quello che assieme a Mohamed Arafat, alla cui storia di riscatto Mimesis ha di recente dedicato un libro, è stato arrestato il 10 marzo scorso (tra le accuse, che respinge, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, violenza privata) in relazione alla chiusura del centro Tnt. Ha trentaquattro anni, molta energia e per star dietro a tutte le richieste di consulenza che gli arrivano è diventato un virtuoso dei vocali su WhatsApp che ascolta a una velocità accelerata («così posso aiutare più compagni»). Laureato in Scienze politiche, incastona la vicenda piacentina in una più vasta metamorfosi delle relazioni sindacali: «Dalla contrattazione anni 90 in cui era obbligatorio trovare un accordo, alla concertazione in cui l’accordo diventava facoltativo, fino al modello tedesco verso cui stiamo andando, dove l’aumento della produttività viene monetizzato e spariscono gli scioperi. Un po’ alla Amazon». Il centro di Castel San Giovanni è il palazzo d’inverno che ancora non hanno espugnato. Loro, programmaticamente, sono per ridurre la produttività: «Per l’operaio e per il pianeta. Nei magazzini dove siamo presenti si devono movimentare non più di 80 pacchi all’ora». Da Amazon, mi spiegherà poi Giampaolo Meloni della Cgil, si arriva anche a 200. Il motivo per cui tanti si rivolgono a loro è sin troppo evidente per Pallavicini: «Risultati. Grazie alla contrattazione di secondo livello, ovvero a tutti gli accordi migliorativi costruiti sul pavimento del contratto nazionale, spesso arriviamo a raddoppiare la paga». Nel senso che prima il grosso era in nero.Nei loro uffici, alle spalle del palazzo dell’agricoltura, il delegato egiziano Haitham Ramadan mi mostra due cedolini della stessa persona: nel 2010 figuravano 623 euro, oggi 1.937. Triplicati.
Hai voglia a dire, come fanno i confederali, che i Cobas difendono solo i loro, guardano al breve periodo e usano subito strumenti estremi. «Se è per quello, un sindacalista Cgil ha anche definito intollerabile che un operaio guadagni quanto un impiegato. Si rende conto? Ce li spingono in bocca i tesserati» esulta, rivendicando il record di 4.200 iscritti su ottomila addetti in provincia (contro i 2.700 dichiarati da Cgil). Una dichiarazione così clamorosa che, se confermata, si candiderebbe al premio Filippo d’Inghilterra per la gaffe dell’anno. E infatti ciò che Romeo Barutta, Filt Veneto, avrebbe detto al Fatto Quotidiano è assai più sfumato: capiva le esigenze degli operai ma non si potevano stravolgere troppo i contratti nazionali. Vale a dire ciò che Cobas fa di routine.
Il peccato originale
Capite cosa intendevo con la difficoltà di districare questo gomitolo di contestazioni? Massimo Tarenchi, il segretario provinciale Filt Cgil che incontro alla Sosteria, un bar sulla direttrice per Castel San Giovanni, fa di tutto per fugare l’impressione che il valoroso sindacato che rappresenta sia alla rincorsa dei nuovi sceriffi. Dice anche che il voltafaccia di Fedex, che a febbraio si era impegnata davanti al prefetto a non toccare i posti di lavoro a Piacenza, e che dopo due settimane di picchetti aveva sbaraccato tutto, gli risulta ancora incomprensibile. Una specie di profezia autoavverantesi, dal momento che tra i tagli annunciati non sembravano rientrare i piacentini (Pallavicini smentisce: «Avvertivamo da dicembre 2020 perché nel piano industriale si parlava anche di chiudere Piacenza. Come poi è stato». Piano che però non si trova). Gli americani, in buona sostanza, avrebbero voluto colpirne uno (Piacenza) per educarne cento (gli altri stabilimenti italiani). Dice anche che il peccato originale è l’uso distorto delle cooperative, che deresponsabilizzando il committente consentono di non pagare i primi tre giorni di malattia, retribuire solo i giorni lavorati e destrutturare il settore nel peggiore dei modi.
Sul Venerdì del 27 agosto 2021