Aspettando Ida a Galveston, Texas
di Andrea Bajani , di Andrea BajaniGALVESTON (Texas). Basterebbe questo cannoneggiare continuo che si sente sul golfo, per mettere sull'avviso che la stagione degli uragani è arrivata. La vista è di ben poco soccorso e offre il panorama consueto di una giornata di mare nel Texas del Sud. Pochi in acqua per ammolli veloci, e soprattutto l'infilata di pick-up parcheggiati di coda a un paio di metri dal bagnasciuga, in posizione da tailgate, una sedia per lato accanto al rimorchio, la normalità texana da spiaggia, lo sguardo all'orizzonte e la mano alla lattina di birra che si sposta tra le labbra e il pianale, attrezzato a cucina e magazzino al contempo.
I bambini texani fanno la spola tra l'acqua e le auto, corrono incontro al mare ridendo e poi tornano indietro dai genitori acquartierati accanto agli pneumatici e ai tubi di scappamento. Non pochi, soprattutto tra i piccoli, vanno in acqua con le magliette: è la consapevolezza del tropico che hanno gli indigeni, di un sole ch…
GALVESTON (Texas). Basterebbe questo cannoneggiare continuo che si sente sul golfo, per mettere sull'avviso che la stagione degli uragani è arrivata. La vista è di ben poco soccorso e offre il panorama consueto di una giornata di mare nel Texas del Sud. Pochi in acqua per ammolli veloci, e soprattutto l'infilata di pick-up parcheggiati di coda a un paio di metri dal bagnasciuga, in posizione da tailgate, una sedia per lato accanto al rimorchio, la normalità texana da spiaggia, lo sguardo all'orizzonte e la mano alla lattina di birra che si sposta tra le labbra e il pianale, attrezzato a cucina e magazzino al contempo.
I bambini texani fanno la spola tra l'acqua e le auto, corrono incontro al mare ridendo e poi tornano indietro dai genitori acquartierati accanto agli pneumatici e ai tubi di scappamento. Non pochi, soprattutto tra i piccoli, vanno in acqua con le magliette: è la consapevolezza del tropico che hanno gli indigeni, di un sole che non fa sconti a nessuno. Segna la distanza da noi che arriviamo a piedi con goffaggine di borse e secchielli, e di nostro figlio imbiancato di protezione 50 e con tanto di cappellino che il vento gli sfila dalla testa e che noi con ottusa inefficacia gli risistemiamo ogni volta. (A cui va aggiunta la prosaica utilitaria, parcheggiata a 200 metri da lì).
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Ora non c'è molto da agitarsi, come dimostrano queste giornate di sole. Se non fare manutenzione del tempo che precede il disastro, standosene all'asciutto di una vita quotidiana consueta ma puntellandosi su quel poco che si può organizzare. Scaricare una app, stoccare i garage di acqua, scatolame e taniche di benzina, avere pronte le batterie per i telefoni e la radio, cioè i ponti con il mondo di fuori. E poi, per l'appunto, andarsene al mare e prendere il cannoneggiare sul golfo come un semplice dato di fatto. Come ora, che il mare è così ospitale che i bambini se ne vanno in acqua da soli, il nostro portando indietro trofei di alghe e conchiglie.
Alex, Odile, Patricia, Cindy...
Alle nostre spalle, anche le case mostrano traccia di un'allerta che è più una pratica che un sentimento: issate a tre metri dal suolo su pali di legno, sono pronte a diventare palafitte se l'urgano prenderà la costa texana. Per il momento quel vuoto è buono per parcheggiare.
Intanto alle porte del golfo il cielo si muove, non visto. La app sul telefono e i notiziari della sera danno notizie di quello che avviene. L'uragano Fred si è già spento da solo pochi giorni fa, passando a un tiro di schioppo da Cuba, Grace è andata a morire mitemente sul Messico e Henry, dopo aver fatto temere il peggio per New York e il Connecticut, ha giusto lasciato centocinquantamila persone senza luce per un po', insomma, nella scala dell'apocalisse meteorologica, è stato innocuo o maldestro. Il combinato disposto tra temperatura dell'acqua, dell'aria e velocità del vento trasformerà presto la linea dell'orizzonte nel teatro di furie dai nomi di umani, che è l'altro modo con cui l'uomo tenta di affermare la propria potenza sul clima. La speranza cioè di addomesticare l'incontrollabile con le parole, chiudere l'uragano dentro la bottiglia di un nome: per questo la Wmo, la World Meteorological Organization, ogni anno battezza i cicloni.
Dietro il muro
Il seawall, il muro che sulla costa rialza di qualche metro il centro cittadino rispetto alla spiaggia, è la traccia più visibile di quel che successe e il baluardo a futura difesa. Su tutto, affacciata sul golfo, domina la ruota panoramica del Pleasure Pier, e le urla che arrivano dalle montagne russe danno conto della paura di morire ma con happy ending garantito dal biglietto. Negli ultimi giorni il mare ha accorciato le distanze e si è mangiato la spiaggia. Il che di fatto fa la gioia di nostro figlio, perché avvicina l'acqua alla porta di casa, dando un taglio all'insensatezza del camminare. Di notte il vento fischia sui bordi della casa, stanotte spingeva sulla facciata, dormendo si dondolava un po'. Pare non ci sia nulla da temere, non ancora almeno. Ma questo non mi risparmia l'inquietudine dell'insonnia: mi aggiro per casa, provo a leggere, comincio a organizzare i bagagli per la partenza, intercetto giocattoli, li raccolgo in una borsa di tela. Fuori, sulla spiaggia, i pick-up parcheggiati nell'oscurità e le sedie di chi aspetta che i pesci tendano il filo delle canne da pesca. All'alba già non ci saranno più.
Rinuncio ad andare a letto, la luce ha già portato le prime avvisaglie del giorno. Ieri il falegname mi ha chiamato per dire che le finestre sono pronte, possiamo rientrare a Houston. Erano troppo male in arnese per affrontare la stagione degli uragani. Non che quelle che ha messo ora garantiscano nulla, ha detto, ma l'intelaiatura è più robusta e i vetri sono migliori di quelli che avevamo. Quando si svegliano mia moglie e mio figlio non è molto quello che ho fatto, ma sono arrivato indenne al mattino. In macchina c'è un po' di traffico sulla Saint Luis Road, che porta al ponte e poi alla 45, che ci porterà a casa. I cartelli dicono che la strada che stiamo percorrendo è una Hurricane Evacuation Route.
Alla radio, in corda al notiziario, il meteo dice che si stanno formando alcune zone a potenziale ciclonico intorno ai Caraibi. Una in particolare si sta dirigendo verso il Golfo del Messico, dopo molti giorni senza nome ora si chiama Ida, è una tempesta tropicale, è presumibile che entrando nel golfo acceleri e diventi un uragano. Ma è ancora troppo presto per prevederne l'evoluzione, la velocità, la traiettoria, per ora sembra diretta verso la Louisiana. Nei prossimi giorni si capirà cosa diventeranno, e si proverà a dedurne la portata. Abbassiamo il volume perché nostro figlio si è addormentato. Le raffiche di vento prendono a schiaffi la macchina in autostrada. Il resto del viaggio è un parlare fitto e accorato del suo primo giorno di scuola, se non sarà troppo traumatico dopo l'estate, se non sarà troppo duro per le maestre cambiate, se teniamo o meno il suo zainetto di Snoopy.
Andrea Bajani, scrittore, è writer in residence alla Rice University di Houston. Il suo ultimo romanzo, "Il libro delle case", edito da Feltrinelli, è finalista al premio Campiello.
Sul Venerdì del 3 settembre 2021