Il Venerdì

Gospodinov, un Proust venuto dall’Est

Una famiglia in una foto emblematica della realtà dell’Europa dell’Est pre 1989 (Bruno Bachelet/ Paris Match via Getty Images) 
Gli autori dell’ex blocco comunista stanno rivoluzionando la letteratura. Come il visionario scrittore bulgaro, che in "Cronorifugio" riflette sul tempo e sulla nostalgia
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Sebbene Marcel Proust abbia srotolato il tempo per migliaia di pagine come farebbe un sarto con la stoffa e col metro, aveva ben chiaro che il tempo in verità si raggruma in piccoli istanti. Oggetti, luoghi, paesaggi sono scrigni che un accidente qualsiasi spalanca lasciando sprigionare nell'aria il passato. La leggendaria madeleine era solo uno dei tanti nascondigli in cui il tempo andava a rintanarsi. Come se il tempo medesimo sapesse per primo dell'ostinazione con cui gli esseri umani ne vogliono sempre di più, come se volesse cercarsi l'anfratto perfetto per scorrere in pace.

Quel che Proust in fondo ci ha raccontato è proprio questa alleanza che il tempo stringe con le cose sensibili: tutto il mondo presta rifugio a un tempo fuggiasco che l'uomo ha messo a profitto. "Nasconditi dentro di me", dice il vaso in cucina. "Entra, su, non indugiare!", sussurra il cono gelato. "Di qua, di qua!", bisbiglia la prima fioritura di gelsomino. Ma non c'è scampo: un liquido caldo rompe un biscotto e ne escono ricordi, un odore scava un tunnel che collega le narici al passato. È così che il tempo, stanato, spruzza il suo liquido di difesa: la nostalgia. La nostalgia è il modo con cui il passato si vendica del nostro desiderio di lasciarlo semplicemente essere stato.

Ruota intorno a tutto questo l'ultimo romanzo di Georgi Gospodinov, Cronorifugio (Voland, nella traduzione esemplare di Peppe Dell'Agata), ultima tappa di un'opera unica in Europa per originalità, poesia e visionarietà. Memore come tutti della lezione di Proust e però anche della versione organizzata del tempo che il mondo sovietico architettò per i suoi cittadini, lo scrittore bulgaro immagina una clinica in cui il tempo possa essere stoccato in maniera razionale. Un edificio articolato per piani, ogni piano un'epoca, con una coerenza di mobilio e di modi. Chi sentirà di appartenere agli anni Sessanta, non dovrà fare altro che farsi lungodegente di quel reparto. E così via con tutte le altre epoche della storia.

Georgi Gospodinov (Leonardo Cendamo/ Getty Images) 

Se attraverso i piani quinquennali la macchina comunista impacchettava il futuro lustro per lustro, Georgi Gospodinov si occupa di mettere a scaffale il passato. "Devi essere spietato nei confronti del passato. Perché anche il passato è spietato. Questo organo rudimentale, una sorta di appendice, che può infettarsi col tempo, tira e ti fa male. Se puoi vivere senza, taglialo e vattene via". Il presente, sembra dire questo scrittore così anomalo nella sua malinconica genialità, è il posto in cui si fa più fatica a vivere. "Si profila un tempo in cui sempre più persone vorranno nascondersi nella loro grotta e tornare indietro... Dobbiamo essere pronti con rifugi antiaerei del passato. Chiamali pure, se vuoi, cronorifugi".

Il tempo si è rotto, questo è ciò che sentiamo ogni giorno. L'epoca che ci è capitata in sorte di vivere è un'eternità che funziona male: una ripetizione dell'uguale in cui però ci si trova invecchiati, in cui gli adulti sono adolescenti andati a male, vestiti come i ragazzi ma con la pelle che si crepa sul viso. E senza tempo muore la letteratura, che gira a vuoto in un ronzio di storie della buonanotte. Ecco, è interessante e molto significativo che a farci sentire l'esistenza del tempo, a rimettere in moto la sfida del raccontare, siano scrittori che arrivano da un sistema che nel 1989 è crollato sotto la propria scure, correndo a braccia aperte verso l'eternità promessa dal pop. Quel crollo, così assordante, ha messo i cittadini dell'allora blocco sovietico di fronte a un'evidenza (e a un'esperienza) che all'Occidente era preclusa: il tempo non è unico, non scorre per tutti allo stesso modo. Ce ne sono almeno due, uno scandito dai tempi dello Stato e uno che batte con il metronomo del mercato.

A un tempo in frantumi, l'ex blocco socialista ha dovuto rispondere costruendo un racconto nuovo, ripartendo da zero. Da questo sbalordimento, e da questa conseguente e sofferta libertà, la letteratura dell'Est Europa ha scritto le pagine migliori della letteratura contemporanea. Ha preso quei frammenti di tempo e con quei frammenti ha costruito mondi mai visti prima. Il bulgaro Georgi Gospodinov, il rumeno Mircea Cartarescu, la polacca Olga Tokarczuk, la bielorussa Svetlana Aleksievic, questo hanno in comune: raccontare storie come nessuno lo aveva mai fatto. Che è molto diverso dal semplice raccontare storie che nessuno aveva mai raccontato. Significa costruire mondi e visioni utilizzando i frammenti, rifiutando la linearità del racconto, senza per questo rinunciare a incontrare i lettori. La linearità del racconto, sembrano dire da oltrecortina, è tipica della propaganda e per questo va rigettata

Il coro degli uomini e delle donne di Chernobyl messo in scena da Aleksievic, la Bucarest visionaria di Cartarescu, la caustica intelligenza dark di Tokarczuk, sono, insieme ai mondi inventati da Gospodinov, edifici costruiti utilizzando i calcinacci del muro di Berlino. A questi si potrebbero aggiungere i nomi di László Krasznahorkai, Clemens Meyer, Ingo Schulze. Questi edifici letterari, così inusuali e grandiosi, sono oggi quanto di meglio la letteratura contemporanea sta offrendo. Sono il gong suonato a un Occidente che si soffoca a furia di memoir, come se alla letteratura non spettasse altro compito se non quello di ascoltare la scatola nera di quello che siamo stati, riascoltare come siamo morti.

Questo è lo spettacolo che li aspettava - ma non potevano saperlo -   oltre il muro alla fine degli anni Ottanta. Ma invece di soccombere sotto quella stessa esplosione che ha mandato il tempo occidentale in brandelli, Gospodinov, già autore di Fisica della malinconia, va a prendersi il tempo pezzo per pezzo, minuto per minuto e lo dispone in una clinica. Come se il tempo potesse essere ancora curato, messo in terapia, riabilitato, che è probabilmente l'unica attitudine - quanto ingenua è difficile dirlo - che tiene in vita la letteratura. "Bisognava trovare gli spazi per gli anni 40 e 50. Avevamo cominciato con i 60, come se, in modo inconscio, preparassimo le stanze per noi stessi. Ma anche i pazienti novantenni volevano la loro infanzia e la loro giovinezza".

Sul Venerdì del 27 agosto 2021