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Quando Genova sembrava Alcatraz

Nel Palazzo Ducale c’era un carcere unico al mondo, con sei piani di celle rimaste in funzione per 400 anni. Da ottobre saranno visitabili. Le abbiamo viste in anteprima. un vero tormento   
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GENOVA. “In questa oscura alba…”, “W l’anarquia!”, “Giacomo di via Pre saluta gli amici”, “Quando la forza colla ragion contrasta, vince la forza e la ragion non basta”, “Viva lo sciopero dei lavoratori!”. Passa il fascio di luce della torcia sulle volte e sulle pareti e cominciano a parlare le voci della trecentesca torre Grimaldina, un sistema di carceri in parte mai reso accessibile, nel Palazzo Ducale di Genova. Sono state incise nell’intonaco con il cucchiaio, tracciate a carbone con un tizzone o raschiate sull’unica mensola di pietra nera presente in ogni cella, sotto la feritoia a T da cui entrava la ciotola del cibo e usciva il pitale. Su sei piani di prigioni è custodito un ipertesto che ora restituisce parole e immagini di migliaia di prigionieri che furono rinchiusi qui, tra il ‘500 e la Seconda guerra mondiale. Un patrimonio accumulato, strato dopo strato, con figurette di dam…

GENOVA. “In questa oscura alba…”, “W l’anarquia!”, “Giacomo di via Pre saluta gli amici”, “Quando la forza colla ragion contrasta, vince la forza e la ragion non basta”, “Viva lo sciopero dei lavoratori!”. Passa il fascio di luce della torcia sulle volte e sulle pareti e cominciano a parlare le voci della trecentesca torre Grimaldina, un sistema di carceri in parte mai reso accessibile, nel Palazzo Ducale di Genova. Sono state incise nell’intonaco con il cucchiaio, tracciate a carbone con un tizzone o raschiate sull’unica mensola di pietra nera presente in ogni cella, sotto la feritoia a T da cui entrava la ciotola del cibo e usciva il pitale. Su sei piani di prigioni è custodito un ipertesto che ora restituisce parole e immagini di migliaia di prigionieri che furono rinchiusi qui, tra il ‘500 e la Seconda guerra mondiale. Un patrimonio accumulato, strato dopo strato, con figurette di dame che danno il bacio ai cavalieri dipinte sopra a ordinate file di galee o sovrascritte su vedute della città. E poi armature, profili di turchi, abbozzi di volti, impronte di mani, persino una mongolfiera, in una delle sue prime rappresentazioni, di fine Settecento. E naturalmente il tempo che passa, con date o tacche verticali e nere, per contare i giorni.

Genova, visita inedita alle celle del Palazzo Ducale: 400 anni di storia nei graffiti dei detenuti

Palazzo Ducale, la Fondazione per la Cultura e l’Università di Genova e la Scuola di specializzazione in Beni architettonici e del paesaggio, hanno appena finito la catalogazione dei graffiti della Grimaldina per realizzare un nuovo museo nella torre-carcere. Con l’aiuto di droni, laser scanner e photoscan, hanno rintracciato, separato e studiato sette strati di storia.

Tra Paganini e i “rossi”

Nella città verticale per eccellenza, Genova, anche il carcere di massima sicurezza non poteva che essere in una torre, con le celle impilate l’una sull’altra. E infatti per entrare bisogna salire sul tetto di Palazzo Ducale. Adiacente al Palazzetto Criminale, dove invece venivano rinchiusi i detenuti comuni così come nelle prigioni della Malapaga, la torre Grimaldina, che prende il nome proprio da una delle sue celle (Paradiso, Luna, Gabbia, Pozzetto, Canto, Gentilomo, Volpe, Strega le altre), era riservata ai criminali più pericolosi, oppure eccellenti. Come Dragut, pirata del ‘500, nemico di Andrea Doria, o Niccolò Paganini, detenuto per nove giorni nel 1815 con l’accusa di violenza sessuale (“ratto e seduzione”) di minorenne e poi rilasciato per il ritiro della denuncia, fino agli eroi del Risorgimento, come il braccio destro di Giuseppe Mazzini, Jacopo Ruffini, che aveva l’unica cella con il wc: un mattone a chiudere un buco nel pavimento. E poi tantissimi prigionieri politici del “biennio rosso” 1919-20, i protagonisti degli storici scioperi del porto, e le vittime del fascismo.

Serena Bertolucci, direttrice di Palazzo Ducale, e Luca Bizzarri, presidente della Fondazione (Fabio Bussalino) 

Le celle della Grimaldina riapriranno a ottobre, in occasione della grande mostra antologica che il Ducale dedicherà alle grafiche e alle incisioni di Maurits Escher. Sprangate da pesanti porte in legno, con doppi chiavistelli, molte celle sono cieche, altre hanno uno sfiatatoio “a bocca di lupo rovesciata” che lasciava entrare il caldo d’estate e il freddo d’inverno, aumentando il tormento, come spiegano la direttrice di Palazzo Ducale, Serena Bertolucci, e il presidente della Fondazione, l’attore Luca Bizzarri. I vani angusti, il soffitto voltato. Buio, muri, odore salmastro. Come in una gigantesca operazione di Street Art, i nuovi arrivati coprivano – forse senza neanche saperlo, spesso lavorando al buio – i segni di chi c’era stato prima.

La torcia inquadra il contorno di una mano: è un filo d’inchiostro nero, continuo e, all’interno, di ogni dito c’è scritta una scelta che si pagava con la libertà: “socialista, sindacalista, comunista, anarchico, bolscevico”. Poi c’è chi ha proseguito sul muro il proprio mestiere, come il pittore cinquecentesco Sinibaldo Scorza, incarcerato con l’accusa di cospirazione perché lavorava per il “nemico” della Repubblica di Genova, Carlo Emanuele Duca di Savoia: all’ultimo piano, in una delle celle riservate ai detenuti nobili o di riguardo, ci sono alcune bellissime volpi rosse in un fitto bosco.

Un dipinto su un muro (Fabio Bussalino) 

L’imponente uscio di legno, sprangato, si schiude per la prima volta e si spalanca su una vertiginosa discesa: custodisce due livelli di celle, mai aperte al pubblico, e svela più di un segreto dell’intera organizzazione del carcere: dai muri affiora una pesante inferriata cinquecentesca che incerniera tutta la struttura. «Questa torre è un’unica gabbia di ferro, poi ricoperta di pietre e intonaco, l’Alcatraz di Genova», indica con la torcia Pier Fontana, collaboratore di Bertolucci.

Da polverose finestre, che aprono straordinari affacci sui tetti della città, filtra una luce flebile, sufficiente però per incendiare i colori di marce di soldati, guizzi di armature, vele gonfie e maestose di velieri che solcano l’intonaco. Perfettamente conservati. In queste celle sono stati trovati oggetti, mai esposti: coperchi di pitali trasformati in scacchiera, un mazzo di carte da gioco secentesco. Sono conservati nei depositi dell’Iscum, l’Istituto di Storia della cultura materiale, fondato da Tiziano Mannoni, «ritorneranno nelle celle, a completare il percorso espositivo», assicura Bertolucci.

La voce delle donne

Ci sono anche voci di donne. “In questa cella oscura e puzzolente è dentro innocente Stella Maria”, “Camilla pensa al suo caro Giovanni 1919”, con due fiori stilizzati, a incorniciare. «Qui venivano chiuse anche donne accusate di stregoneria e, nel Novecento, detenute politiche», conferma Bertolucci. «Palazzo Ducale oltre ad accogliere contenuti esterni, comincerà a mostrare i propri, che sono straordinari», aggiunge Bizzarri e indica la volta coperta di parole, tracciate a carbone: “Giovanni Padulo, ritenuto per aver fatto un tedioso viaggio dagli Stati Uniti d’America”, “Per venire da Napoli a Genova per protestare per l’infamia commessami dal primo ufficiale (…). Fui preso come clandestino” o, semplicemente, “Rinchiuso. Per aver fatto un piacere ad un amico”.

Sul Venerdì del 10 settembre 2021