La guerra in Afghanistan raccontata dai tappeti
di Stefania Parmeggiani , di Stefania ParmeggianiROMA. Lungotevere, casa e redazione di Roberto d'Agostino, il fondatore di Dagospia, sito di pettegolezzi e scoop sul mondo economico e politico italiano. Una Wunderkammer dove Basquiat contende lo spazio a una gigantografia di Moana Pozzi e Damien Hirst convive con ex voto, falli giganti e statue di Mao. Carabattole ultra-pop e arte. In cima a una scala a chiocciola, appeso alla parete, un piccolo tappeto afgano. Al centro, invece dei tradizionali motivi ornamentali, gli aerei di linea che s'infrangono contro le Torri Gemelle di New York.
Vent'anni dopo l'11 settembre, nei giorni del ritorno al potere dei talebani, l'immagine simbolo dell'attacco all'America, annodata a mano da qualche tessitore afgano, appare in un appartamento romano famoso per le sue serate gaudenti. Non te lo aspetteresti mai. È un tappeto di guerra, uno dei tanti che circolano in Occidente, nelle case dei veterani e in quelle dei collezionisti d'arte. D'Agostino…
ROMA. Lungotevere, casa e redazione di Roberto d'Agostino, il fondatore di Dagospia, sito di pettegolezzi e scoop sul mondo economico e politico italiano. Una Wunderkammer dove Basquiat contende lo spazio a una gigantografia di Moana Pozzi e Damien Hirst convive con ex voto, falli giganti e statue di Mao. Carabattole ultra-pop e arte. In cima a una scala a chiocciola, appeso alla parete, un piccolo tappeto afgano. Al centro, invece dei tradizionali motivi ornamentali, gli aerei di linea che s'infrangono contro le Torri Gemelle di New York.
Vent'anni dopo l'11 settembre, nei giorni del ritorno al potere dei talebani, l'immagine simbolo dell'attacco all'America, annodata a mano da qualche tessitore afgano, appare in un appartamento romano famoso per le sue serate gaudenti. Non te lo aspetteresti mai. È un tappeto di guerra, uno dei tanti che circolano in Occidente, nelle case dei veterani e in quelle dei collezionisti d'arte. D'Agostino lo ha acquistato da un signore afgano che traffica in cimeli orientali, ma si può ordinare anche su internet. In più versioni: con la nube di polvere che inghiotte Manhattan, con i missili che dieci ore dopo colpiscono Kabul, con la colomba che trascina la bandiera stelle e strisce, "Old Glory" nonostante tutto. Con fucili d'assalto, elicotteri da combattimento, carri antimine, l'intero campionario delle armi Usa oggi lasciate nelle mani dei talebani.
Il committente zero
Non è un tappeto pro-jihad, ma D'Agostino dice che alcuni suoi ospiti, specialmente stranieri, restano turbati: "Quell'immagine è una ferita, non sanno come interpretarla". Un filo sottile lo lega ai nomadi beluci, che sono i grandi tessitori di Herat, ma anche alle manifatture del Pakistan dove gli sfollati afgani per anni hanno lavorato in serie. Su Twitter si fantastica del primo committente straniero, il "soldato zero" in cerca di un souvenir di guerra, e sui forum dei collezionisti si ripercorre la storia del Paese per capire il momento esatto in cui tra le decorazioni tribali si sono insinuati carri armati, elicotteri e kalashnikov, invasori sovietici, forze americane e talebane, fino ai recenti droni.
Mohammad Raheem, rifugiato afgano, produttore e commerciante a Peshawar, interrogato dal New York Times, fa risalire i primi tappeti del genere all'invasione russa: gli Ak-47 mescolati ai tradizionali motivi con animali, giardini o forme astratte hanno immediato successo tra i soldati dell'Armata Rossa. Li considerano un'icona terapeutica: chi torna a casa, appende quei tappeti come arazzi. Gli afgani in fuga dalla guerra civile iniziano a fabbricarli nei campi profughi del Pakistan: i generi si fanno fluidi, le varianti innumerevoli, spuntano le versioni celebrative dei mujaheddin e i ritratti del comandante Massud. Alcuni tappeti di guerra galleggiano a sorpresa nelle balle inviate in occidente ed escono allo scoperto nei salotti di acquirenti europei e americani. Cosa sono esattamente? Testimoni di un trauma condiviso o commercializzazione della violenza?
Aerei e kalashnikov
"La prima volta che vidi un tappeto da guerra ero a Peshawar nel 1985. Le minuscole forme ben allineate non erano i soliti boteh, ma tank e aerei da combattimento" dice Enrico Mascelloni, collezionista e critico d'arte (suo il saggio Tappeti da guerra. L'incubo del modernismo, pubblicato da Skira) che tra i primi iniziò a proporre quei tappeti nel milieu dell'arte contemporanea. Seduto su una vecchia poltrona, in una mansarda vicino a Fontana di Trevi, mentre una mostra dei suoi tappeti è in tour negli Stati Uniti (in questi giorni fa tappa al Museum of International Folk Art di Santa Fe), Mascelloni ricorda di essere rimasto interdetto: "Non sapevo bene come interpretarlo, non è che ci fossero istituti di ricerca o informazioni verificabili. L'archivio migliore, forse l'unico possibile, era il bazar".
All'inizio il critico crede di osservare la storia drammatica di un popolo che fa irruzione nell'arte tessile sconvolgendone il linguaggio ultra-tradizionalista. Con gli anni, man mano che la sua collezione si arricchisce (tra le italiane è una delle più importanti insieme a Poggianella, Marini, Brancati, Bedini e Miglioranzi), si convince che quei tappeti siano il risultato di una tradizione modernista. In pieno commercio con l'attualità. "Ho trovato tappeti con armi realizzati ben prima dell'occupazione sovietica: sono disposte come icone intorno all'immagine centrale, il planisfero o il ritratto di un re. Non è la guerra che opera una cesura sul linguaggio, ma la modernità che si insinua nei tappeti, e in Afghanistan da molti anni l'unica modernità possibile è rappresentata dalle armi".
Dieci anni prima di Ground Zero alcuni tappeti di guerra, a Peshawar chiamati anche Kalashnikov, sembrano anticipare il futuro. Mascelloni ne ricorda uno comprato nel 1994: "Raffigurava una città moderna con degli aeroplani che, probabilmente per un errore di prospettiva, sembravano entrare nei grattacieli. Non era l'unico, ma dopo il 2001 i mercanti li hanno fatti ritoccare aggiungendoci le fiamme, decidendo così di trasformare la profezia dell'attacco a New York nel suo reale compimento".
Non per incitare alla jihad, ma come riflesso del mainstream: l'immagine delle Twin Towers, così come quella del dollaro, è ovunque. Per le tessitrici è un ricamo come gli altri. Per i commercianti un buon affare: nei bazar di Kabul ed Herat quei tappeti si vendono a militari, diplomatici, giornalisti e personale delle Ong. "Un italiano mi raccontò che il suo contingente tardava a rientrare da un giro di perlustrazione: aveva deviato per raggiungere un bazar dove farne incetta". Mascelloni continua a cercarne di precedenti l'invasione sovietica, anche oggi che il ritiro delle truppe americane e l'avanzata dei talebani ha fatto tornare l'Afghanistan all'anno zero. Si dice certo che "i tappeti non nascono contro la guerra né in suo favore, ma restano campi morbidi e fluttuanti come la lana di cui sono fatti i migliori". Questione di tempo, prima o poi racconteranno anche quest'ultimo frammento di storia, il fallimento dell'Occidente e la bandiera dei mullah sul palazzo presidenziale.
Sul Venerdì del 10 settembre 2021