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Valter Longo, lo scienziato che vuole affamare il cancro

Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California a Los Angeles (Maurizio Campagna) 
Già autore di un "manuale della lunga vita", il biologo cellulare italo-americano torna a predicare l'utilità di una rigida dieta da affiancare alle terapie oncologiche. Molti lo criticano: ecco cosa risponde
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Affamare il cancro, nutrire il paziente. Non è una scommessa da poco quella che Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California a Los Angeles, propone nel suo nuovo libro (Il cancro a digiuno, Vallardi, che uscirà il 20 settembre). Prima di tutto perché è controintuitiva giacché, quando una persona si ammala di tumore, perde molto peso e l'oncologo fa di tutto per farglielo recuperare. Il problema, sostiene l'autore, è che così alimenta le cellule sane ma anche, e forse soprattutto, quelle malate. La cui missione è una sola: moltiplicarsi a più non posso. È come se, paracadutando armi nel centro di Kabul, invece che nelle mani dei cittadini afgani il grosso finisse in quelle dei talebani. Si può fare meglio, si deve. Ovvero trovare un modo per discriminare tra cellule alleate e nemiche.

L'intuizione di affamare il tumore non è nuova: negli anni Setta…

Affamare il cancro, nutrire il paziente. Non è una scommessa da poco quella che Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California a Los Angeles, propone nel suo nuovo libro (Il cancro a digiuno, Vallardi, che uscirà il 20 settembre). Prima di tutto perché è controintuitiva giacché, quando una persona si ammala di tumore, perde molto peso e l'oncologo fa di tutto per farglielo recuperare. Il problema, sostiene l'autore, è che così alimenta le cellule sane ma anche, e forse soprattutto, quelle malate. La cui missione è una sola: moltiplicarsi a più non posso. È come se, paracadutando armi nel centro di Kabul, invece che nelle mani dei cittadini afgani il grosso finisse in quelle dei talebani. Si può fare meglio, si deve. Ovvero trovare un modo per discriminare tra cellule alleate e nemiche.

L'intuizione di affamare il tumore non è nuova: negli anni Settanta aveva fatto vaticinare un Nobel mai arrivato per Judah Folkman e lo stesso Longo me ne aveva già parlato sei anni fa, in un baretto vista oceano a Marina del Rey, non lontano da casa sua, in occasione di una storia di copertina sulla sua idea di allungare la vita a tavola che aveva catalizzato l'interesse di vari editori italiani. "Affamando l'organismo" aveva spiegato "le cellule sane entrano in una modalità di protezione, è come se si accucciassero. Mentre quelle tumorali restano in piedi. Se in questo scenario tu spari con la chemioterapia uccidi solo i nemici, risparmiando gli amici". Facile a dirsi. All'epoca l'esistenza di questo meccanismo era stata dimostrata su lieviti e topi. Oggi esiste una ventina di studi sugli esseri umani che, per come la vede Longo, rendono ingiustificato lo scetticismo di molti specialisti: "Com'è possibile che facciano ancora così tante resistenze nell'aggiungere, alle terapie standard, anche queste forme temporanee e controllate di digiuno?". Intercettato a Molochio, il paesino calabrese delle sue origini dove sta per lanciare un esperimento epidemiologico, ci parla via Zoom.

Il concetto chiave mi sembra la "resistenza differenziale allo stress".Se smettiamo di alimentarlo, l'organismo "entra in una modalità di "non crescita" e di "alta protezione"". Questo come vi aiuta a distinguere tra cellule buone e cattive?
"Immaginate che ci sia una gara di corsa nel deserto. E tu togli ai fondisti l'acqua e ogni protezione contro il sole. Le cellule sane rallentano. Quelle tumorali continuano come se niente fosse. Sin qui, la medicina si è comportata nei loro confronti come quegli addetti che, al Tour de France, inseguono i ciclisti per dar loro la borraccia d'acqua...".

Sarà tutto un po' meno evidente di così se tanti oncologi la guardano ancora con sospetto. Anche se scrive che il loro atteggiamento sta cambiando...
"È sempre difficile convincere tutti. Già rispetto a cinque anni fa, però, molti oncologi riconoscono un alto potenziale nei nostri studi e altri simili. Direi che abbiamo pienamente conquistato il 5 per cento degli oncologi, tra il 20 e il 30 per cento capisce che la nutrizione è un aspetto importante della cura, il 20 per cento rimane decisamente contrario e i restanti non hanno idee nette al riguardo. C'è ancora un ampio margine di miglioramento e credo che la vera svolta verrà con i grossi studi clinici randomizzati. I sette già pubblicati, che metto nelle tabelle finali del libro, e una dozzina in corso dicono tutti la stessa cosa: funziona! Chi, assieme alle terapie classiche, fa anche la dieta mima digiuno (dmd, ovvero una dieta a basso contenuto di calorie, proteine e zuccheri e ad alto contenuto di grassi di origine vegetale) risponde meglio, sta meglio".

Gli scettici restano comunque maggioranza. C'entra anche un complesso di superiorità dei medici nei confronti dei biologi? Gli specialisti, d'altronde, sono loro...
"Mah, è tutto da dimostrare. Gli specialisti del funzionamento del cancro sono i biologi molecolari, quelli che studiano come le cellule si dividono e perché. Il clinico è quello che applica la terapia. Ma procede con un farmaco alla volta, a seconda dei tumori. Poi magari il paziente diventa resistente e lui aggiunge un altro medicinale. Modificare con l'alimentazione, come facciamo noi, l'ambiente in cui le cellule tumorali vivono è un cambiamento rivoluzionario per tutti i tipi di tumore, anche se nel libro li tratto anche uno per uno. In un recente studio all'Università di Leiden si è addirittura registrato un effetto dose-risposta: più applicavi la dmd, meglio i pazienti rispondevano. Presto sarà difficile continuare a far finta di niente".

Ma lei immagina che un paziente, con tutte le preoccupazioni che ha già, si presenti dall'oncologo con il suo libro in mano pretendendo di convincerlo a cambiare strada? E non teme che qualcuno ci trovi invece un incentivo a lasciare le cure?
"Se lo fa, vuol dire che non l'ha letto bene, perché io ripeto a oltranza che ogni cura deve essere decisa dal medico. Però i pazienti sono sempre più consapevoli. Possono suggerire al medico l'esistenza di altre strade. Possono anche, se lo specialista non li convince, trovarsene un altro. Il paziente ha tutto il diritto di scegliere il percorso che può massimizzare la durata della sua vita. Abbiamo in cura da anni un paziente con un glioma, terribile cancro al cervello, cui avevano dato pochi mesi di vita. O un altro con un tumore al polmone a cui avevano pronosticato sei mesi e sono passati dieci anni. C'è anche la possibilità di accedere al nostro protocollo, quando gli altri metodi non funzionano e il paziente è in pericolo di vita, come "cure compassionevoli", ovvero sperimentali. Io dico sempre di affiancare la dmd alle cure, anche se in un paio di casi (linfomi e mielomi) ci sono già prime indicazioni per cui la dieta funziona addirittura da sola. Abbiamo tre pazienti che vanno avanti  così da anni. Ma ovviamente sono troppo pochi per generalizzare i risultati".

A un certo punto la dmd e il digiuno intermittente sembravano, forse complici giornalisti a caccia di nuovi tormentoni estivi, l'ultima moda nella categoria diete. Che impressione le fa?
"La dmd è uno strumento molto potente. Che va trattato come un farmaco, sotto la supervisione di un medico. Quindi, se da una parte spiego di che si tratta perché non voglio essere accusato di obbligare a comprare il kit (159 euro per il fabbisogno energetico di cinque giorni, "gratis per chi non se lo può permettere") dall'azienda che ho fondato ma che non dirigo più e i cui ricavati delle azioni devolvo in beneficienza, dall'altra sconsiglio fortemente dal seguirla da soli. La gente, giustamente, confonde i grammi delle proteine con i grammi del cibo che le contiene. Succederebbero disastri. Ipotensione, ipoglicemia, persone che sverrebbero alla guida in autostrada. Non me la sento proprio di incoraggiare il fai da te.  Men che meno nel caso di pazienti oncologici".

Per tutti, invece, è consigliabile la dieta della longevità che, sintetizzando all'estremo, assomiglia a quella pescetariana (prevalentemente vegana più pesce due-tre volte alla settimana). Che testerete anche nei due comuni di Varapodio e Molochio (Reggio Calabria), no?
"Sì, divideremo i partecipanti in due gruppi: uno che continua a mangiare come ha sempre fatto e l'altro che aderisce a una dieta con più legumi, verdura e frutta, con assunzione di cibo limitata nell'arco delle dodici ore, dove chi è sovrappeso è invitato a saltare il pranzo o un altro pasto. Dopo i primi sei mesi vedremo quali cambiamenti nei fattori di rischio hanno sviluppato i due gruppi. E continueremo per un anno".

Sul Venerdì del 10 settembre 2021