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La mia vita con Allende

Salvador Allende  circondato dagli uomini della sua guardia personale. Tra questi, nel cerchio, Max Marambio. (Per gentile concessione di Esperanza Cueto) 
La rivoluzione. Il golpe, i compagni. E due amici che si chiamavano Gabo e Fidel. Max Marambio, capo della guardia personale del presidente cileno, racconta la sua storia. Da film
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L'ultima cosa che ti aspetti dal cileno Max Marambio è che si commuova. E invece in due occasioni gli si spezza la voce: nel ricordare il grande amico Gabo e quando parla dei compagni di lotta in Cile di prima e dopo il golpe. Marambio dalle molte vite: studente a Cuba negli anni Sessanta e poi, nel Cile di Unidad Popular, militante di punta del radicale Movimiento de izquierda revolucionaria (Mir) e capo della guardia personale di Salvador Allende, quel Grupo de amigos personales (Gap) molti dei quali pagarono l'impegno con la vita. E ancora: esule a Cuba e combattente in Angola. Infine imprenditore di enorme successo, la lite con Raúl Castro e la carriera di produttore cinematografico. Ha raccontato solo una parte della storia nel memoir Le armi di ieri (Sem editore, traduzione di Bruno Arpaia) in libreria da settembre, in cui c'è abbastabza materiale per una serie tv.

Le hanno mai proposto un film sulla sua vita?
"Sì, ma ho rifiuta…

L'ultima cosa che ti aspetti dal cileno Max Marambio è che si commuova. E invece in due occasioni gli si spezza la voce: nel ricordare il grande amico Gabo e quando parla dei compagni di lotta in Cile di prima e dopo il golpe. Marambio dalle molte vite: studente a Cuba negli anni Sessanta e poi, nel Cile di Unidad Popular, militante di punta del radicale Movimiento de izquierda revolucionaria (Mir) e capo della guardia personale di Salvador Allende, quel Grupo de amigos personales (Gap) molti dei quali pagarono l'impegno con la vita. E ancora: esule a Cuba e combattente in Angola. Infine imprenditore di enorme successo, la lite con Raúl Castro e la carriera di produttore cinematografico. Ha raccontato solo una parte della storia nel memoir Le armi di ieri (Sem editore, traduzione di Bruno Arpaia) in libreria da settembre, in cui c'è abbastabza materiale per una serie tv.

Le hanno mai proposto un film sulla sua vita?
"Sì, ma ho rifiutato. Alla fine i film li ho fatti io, sulle vite di altri".

Qualcuno insieme a Gabo, nel senso che la sceneggiatura era di García Márquez.
"È successo per Amores difíciles, era una serie di sei puntate".

Perché ha deciso di raccontare quasi solo il suo impegno nella rivoluzione cilena?
"Perché sono stati gli anni più belli".

Era stato Allende a sceglierla come capo del Grupo de amigos personales, una sorta di guardia privata, subito dopo essere stato eletto. Eppure lei aveva poco più di vent'anni.
"Ero però l'unico ad avere un addestramento guerrigliero, ricevuto negli anni cubani".

Quasi tutti facevate parte del Mir.
"Sì, più tardi si aggiunsero anche diversi socialisti".

Pochi conoscono le condizioni in cui operò il Gap: senza quasi armi, né poteri di polizia, né soldi, tanto che all'inizio dormivate dentro sacchi a pelo in casa della Payita, la segretaria particolare e compagna di Allende. Per dirla con il libro: "L'idea era che, per ucciderlo, dovessero uccidere prima noi. Con le risorse che avevamo, non potevamo aspirare a nulla di più".
"Credo che il Gap sia stato un atto di impegno e di coraggio come è difficile trovarne. La disponibilità al sacrificio è stata assoluta e infatti molti sono stati uccisi".

Un anno e mezzo prima del golpe lei però lasciò il gruppo. E nello stesso tempo uscì dal Mir in cui era entrato nel '68 e del cui leader Miguel Enríquez era amico fraterno. Qual è il suo giudizio sul movimento?
"Erano belle persone che sono morte come avevano vissuto. Gente incredibile, proveniente sia dalle classi alte sia dalla classe operaia. Hanno dimostrato che si può perseguire un obiettivo rivoluzionario senza perdere la decenza. Non esiste un solo detrattore che abbia messo in discussione la nostra etica".

L'etica no, ma lei per primo ha criticato la strategia del Mir. Come mai un movimento che ha avuto la capacità di attirare tante persone di tutti gli strati sociali non è riuscito a impedire il golpe?
"Credo che il Mir a un certo punto abbia perso il suo carattere insurrezionale, trascurando la preparazione e diventando un polo di opposizione da sinistra. Anche se riteneva inevitabile il colpo di Stato, non fu in grado di fronteggiare la repressione".

Come ricorda Miguel Enríquez, che combatté fino a quando lo uccisero?
"Era un leader assoluto, oltre che colto e irriverente. In quel periodo era una specie di stella del cinema ma lo eravamo tutti, le ragazze facevano la fila e questo è indicativo dell'affetto da cui eravamo circondati. Le rivoluzioni in America Latina sono sempre state dure, ma il Cile non era abituato alla violenza della destra radicale ed è per questo che la repressione ha lasciato tutti attoniti. La nostra rivoluzione doveva essere "dolce" e ci siamo sempre fatti un punto d'onore di non uccidere nessuno".

E infatti molte delle cosiddette azioni rivoluzionarie del movimento prima della vittoria di Allende sono da film comico.
"È vero. Per esempio quando Miguel intimò a una signora che voleva rapinare: "La grana, stronza". E lei reagì prendendolo a calci ma cadde a terra e lui cavallerescamente la aiutò a rialzarsi. Pochissimi parlano di queste cose e invece a me sembrano belle".

Perché se ne andò dal Gap?
"Quando Allende aveva proposto al Mir di adibire alcuni uomini alla sua sicurezza, aveva posto come condizione che sospendessimo le azioni di forza. Era probabilmente un modo per controllarci, visto che non credevamo alla rivoluzione pacifica. Mi accorsi che i miei sottoposti sottraevano informazioni per il movimento alle spalle del presidente. Ero in completo disaccordo, mi sembrava di tradire la fiducia di Allende, che più tardi decise di rompere con il Mir perché la nostra politica era troppo radicale. Mi chiese di restare nel Gap, ma non mi sembrò corretto farlo, nonostante avessi già abbandonato  il movimento. Restai comunque a disposizione per operazioni di intelligence come le indagini per l'omicidio del comandante Araya, i cui autori erano, come scoprii, terroristi del movimento di estrema destra Patria y Libertad".

11 settembre ’73: l’ultima foto del presidente vivo, il giorno del golpe, con i suoi uomini alla Moneda (The New York Times) 

Le pagine che ha scritto su Allende sono molto commoventi. Come lo definirebbe a distanza di tanti anni?
"Più passa il tempo e più la mia ammirazione aumenta. Era un politico fantastico, un presidente che se l'è giocata fino in fondo, e aggiungerei una parola che nella politica si usa poco: era terribilmente corretto. Amava la vita e aveva una grande ironia che non lo abbandonò nemmeno durante il golpe. È probabile che noi della sinistra radicale fossimo troppo giovani per rendercene conto, ma il tempo dà una prospettiva che nel mio caso lo ha fatto crescere enormemente".

A causa della sua attività di intelligence lei diventò uno degli uomini più ricercati dalla dittatura e trovò rifugio nell'ambasciata di Cuba in cui però rimase solo, senza cibo e con i militari fuori. Poi arrivarono rifugiati di ogni tipo: tupamaros uruguayani, qualche pazzo e la stessa Payita. La sua vita all'ambasciata fu pazzesca.
"In realtà ero convinto che oltre alla Moneda avrebbero bombardato l'ambasciata di Cuba e corsì lì non per scappare ma per combattere. E infatti ci furono e scontri, ma quando la nuova giunta ruppe le relazioni diplomatiche con l'isola, al personale non restò che andarsene, mentre a me era proibito lasciare il Paese. Restai solo con le mie armi, mentre persone coraggiose venivano con grandi rischi a portarmi provviste e documenti. Il governo di Cuba mi fu sempre riconoscente per quel "presidio"".

Ci parli dell'amicizia con García Márquez.
"L'ho conosciuto a Cuba ed è stato un regalo del cielo. È così ingiusto che il mondo non abbia potuto avere Gabo per più tempo".

È stato lui a insistere perché raccontasse la morte di Allende, lei voleva parlare solo di fatti a cui avesse assistito. Come l'ha convinta?
"Mi ha detto: "Devi scriverla con i coglioni"".

Perché ha litigato con Raúl Castro?
"Preferisco parlare di Fidel. Che mi ha trattato sempre come un figlio dandomi innumerevoli prove di affetto".

Le è costato scrivere questo libro?
"Mi è piaciuto raccontare queste cose della mia vita. Quello che non mi piace raccontare sono le indiscrezioni". 

Sul Venerdì del 10 settembre 2021