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Una Rsa a teatro, per fare i conti con la vita

Un momento di Hospes, Hospitis, dal 12 ottobre al San Ferdinando di Napoli 
SPECIALE TEATRO A Napoli "Hospes-itis" di Fabio Pisano diretto da Davide Iodice: un testo del 2017 che sembra scritto in tempo di pandemia
3 minuti di lettura

Una grande «stanza degli abbracci» chiusa da quattro pareti trasparenti, confinata da lastre che diventano paesaggi visivi. Dentro la vita in bilico, il respiro affannoso che rivela tutta l’umanità racchiusa in quella scatola. Fuori il nulla. Malati, medici, infermieri, persone “sospese” come tutti noi da quando la pandemia è piombata nelle nostre vite popolano uno spazio affollato di pensieri e poesia.

Sembra scritto oggi il testo di Fabio Pisano, giovane e talentuoso autore napoletano che con Hospes,-itis ha vinto il premio Hystrio nel 2017. Eppure, tutto era già stato scritto, tutto era già stato raccontato. E con una prosa così musicale da non sfuggire a Davide Iodice, regista e drammaturgo, che da anni scava con la sua scrittura originale nei “coni d’ombra” e nello stesso tempo sviscera gli autori contemporanei (da Mimmo Borrelli a Valeria Parrella, e ora Pisano). Dall’incontro fra i due art…

Una grande «stanza degli abbracci» chiusa da quattro pareti trasparenti, confinata da lastre che diventano paesaggi visivi. Dentro la vita in bilico, il respiro affannoso che rivela tutta l’umanità racchiusa in quella scatola. Fuori il nulla. Malati, medici, infermieri, persone “sospese” come tutti noi da quando la pandemia è piombata nelle nostre vite popolano uno spazio affollato di pensieri e poesia.

Sembra scritto oggi il testo di Fabio Pisano, giovane e talentuoso autore napoletano che con Hospes,-itis ha vinto il premio Hystrio nel 2017. Eppure, tutto era già stato scritto, tutto era già stato raccontato. E con una prosa così musicale da non sfuggire a Davide Iodice, regista e drammaturgo, che da anni scava con la sua scrittura originale nei “coni d’ombra” e nello stesso tempo sviscera gli autori contemporanei (da Mimmo Borrelli a Valeria Parrella, e ora Pisano). Dall’incontro fra i due artisti partenopei nasce lo spettacolo prodotto dal Teatro di Napoli - Teatro Nazionale.«Abbiamo rimandato il debutto per ben tre volte» ci dice il regista. «Ora finalmente si va in scena e siamo felicissimi». Dal 12 al 17 ottobre Hospes,-itis sarà al Teatro San Ferdinando di Napoli a inaugurare la nuova stagione.

Iodice, partiamo dall’attualità di questo testo: la storia, che si snoda nell’arco di una serata (quella del 31 dicembre), è ambienta in una casa di cura, una Rsa, in cui vivono degenti affetti da patologie rare e incurabili. Eravamo già in piena pandemia quando è nato il progetto?
«Ho letto Hospes-,itis durante i primi mesi di emergenza sanitaria e il cortocircuito con la realtà che stavamo vivendo è stato immediato. Così ho messo da parte i progetti a cui stavo lavorando per dare priorità a questo, che è un’irruzione nel presente. Fabio Pisano, nel narrare una vicenda che prende spunto da una storia personale di un suo zio, ha intravisto qualcosa di epocale: parliamo di morte, di malattia, di eutanasia, tutte questioni che ci riguardano da vicino. La domanda centrale che si pone è di quelle che non lasciano scampo: fino a che punto la vita può essere considerata vita? Questo è un tema che viene evidenziato in maniera lucida nel testo. In questo tempo dispotico in cui siamo relegati, tutto riecheggia. Io stesso, in prima persona, ho avuto i medesimi dubbi. I personaggi in scena vengono catturati pochi attimi prima di morire, è come se il respiro venisse fuori per rivelare l’umanità».

Il regista Davide Iodice 

Che tipo di intervento è stato fatto sul testo? Il legame con la situazione attuale è solo evocato o è stato reso più esplicito?
«Il testo era molto lungo, perché dà voce ai pensieri. E i pensieri, si sa, quando corrono è difficile fermarli. Quindi, con Fabio, abbiamo lavorato a un linguaggio più contratto, con dialoghi brevi, in cui i personaggi parlano come pensano, rimanendo fedeli a una prosa molto musicale. Fabio scherzando, mi dice: “Hai lasciato solo il titolo”. Ma in realtà abbiamo lavorato insieme. Il finale, per esempio, prevedeva un’esplosione, che non c’è più. Ho preferito far precipitare tutto nel presente, facendo un riferimento esplicito al momento pandemico che stiamo vivendo. Il testo esplode nella realtà. Dicono le voci in coro: “Non siamo in un gioco o in un pezzo di teatro. No”. E la morte aggiunge: “No. Questa è la vita. Ed è davvero difficile, abituarvisi”».

Ecco, appunto. La morte diventa un personaggio. Che ruolo ha?
«Sì, è un personaggio interpretato da un’attrice incredibile, Aida Talliente. La morte è una donna dai lunghi capelli. Il suo compito è un po’ quello di mettere a fuoco la situazione, osservare ciò che accade. Poi ci sono altri personaggi chiave come Rohhad, l’uomo in coma che ha chiesto di morire proprio durante la notte del 31 dicembre, il direttore della clinica, il factotum, l’infermiera, i malati chiamati con il nome della propria malattia, malati che si sono persi nella giostra della vita. Sono tutti chiusi in un specie di acquario, in una sorta di iperrealismo magico. Una stanza di poesia intensiva, dove emergono anche momenti di ironia».  

Il cast è numeroso: tredici attori e attrici in scena. Come è avvenuta la scelta?
«Attraverso una vera e propria audizione. In genere, gli attori che lavorano ai miei spettacoli provengono dai laboratori che porto avanti nei mesi precedenti. Stavolta, invece, non c’è stato il tempo. E allora abbiamo aperto una call. Sono arrivate 1.300 candidature. Alla fine ne abbiamo scelto solo tredici attori e attrici, ma non sono pochi per uno spettacolo. Come non sono poche le persone coinvolte in questo lavoro scenograficamente visionario, le scene sono di Tiziano Fario, che si avvale anche di molti video di Michelangelo Fornaro. Ecco, quella di coinvolgere più lavoratori possibile è stata una scelta politica rispetto al momento che stiamo vivendo, come lo è stata quella di dare voce a una scrittura contemporanea. E devo ringraziare il Teatro di Napoli per questo: riunire una comunità artistica era più che necessario. Questa pandemia è stata vissuta dolorosamente dalla pluralità di artisti che popolano il mondo dello spettacolo. Io ho sempre cercato di lavorare, anche durante il lockdown, attraverso la formazione, per esempio, tentando di essere “mobile e leggero”, ma in tanti stanno vivendo tutto questo periodo pandemico con grande sofferenza. E non solo gli artisti. Penso soprattutto ai ragazzi, agli adolescenti di oggi, come mio figlio. Stavano per scoprire il mondo e invece...».   

Questi lunghi mesi di emergenza cambieranno il mondo del teatro per sempre?
«Il teatro è già cambiato. Le difficoltà strutturali restano. I piccoli spazi chiudono. Gli artisti continuano a essere delle figure prive di un riconoscimento giuridico. Ho cercato di confrontarmi con i miei colleghi, di creare una consulta permanente su questi temi, ma non è semplice cambiare certe cose quando sono così radicate. Spero comunque che muterà il linguaggio. Il teatro deve raccontare il presente».

Hospes,-itis
di Fabio Pisano
regia di Davide Iodice
con Angelica Bifano, Carolina Cametti, Antimo Casertano, Orlando Cinque, Daniel Dwerryhouse, Noemi Francesca, Damiano Rossi, Giulia Salvarani, Ilaria Scarano, Sebastiano Sicurezza, Aida Talliente, Emilio Vacca, Francesco Vitale

Napoli
Teatro San Ferdinando
Piazza Eduardo de Filippo, 20
dal 12 al 17 ottobre
biglietti da 10 a 25 euro
info
tel 081-5513396
www.teatrodinapoli.it

Sul Venerdì del 24 settembre 2021