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Perché uccidono le donne

Illustrazione di Gipi 
PER POSTA Si può fermare l'escalation drammatica che porta all'omicidio? Forse sì. Ma in questo Paese solo i ricchi possono permettersi un percorso psicoterapeutico
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Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Michele, femminicidio: bisogna che decidiamo se chi attenta alla vita di una donna è un criminale o un malato. E di guardare in faccia alle conseguenze di ciò che succede se lo trattiamo come un criminale e basta.
I fatti ci dicono che, finché consideriamo l’uomo un criminale potenziale e usiamo solo misure di controllo e i cosiddetti ordini restrittivi, e mettiamo a disposizione delle donne centri di protezione e di denuncia, il risultato è l’esatto contrario dell’atteso: la mente dell’uomo diventa ancora più perfida e determinata e niente e nessuno riesce a controllarlo 24 ore su 24 fino a mettere in atto il suo piano di sopprimere l’altra persona.

Se invece cominciamo a pensare che la mente dell’uomo che attenta alla vita di una donna è una mente malata, in …

Per scrivere a Michele Serra: lapostadiserra@repubblica.it o Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Michele, femminicidio: bisogna che decidiamo se chi attenta alla vita di una donna è un criminale o un malato. E di guardare in faccia alle conseguenze di ciò che succede se lo trattiamo come un criminale e basta.
I fatti ci dicono che, finché consideriamo l’uomo un criminale potenziale e usiamo solo misure di controllo e i cosiddetti ordini restrittivi, e mettiamo a disposizione delle donne centri di protezione e di denuncia, il risultato è l’esatto contrario dell’atteso: la mente dell’uomo diventa ancora più perfida e determinata e niente e nessuno riesce a controllarlo 24 ore su 24 fino a mettere in atto il suo piano di sopprimere l’altra persona.

Se invece cominciamo a pensare che la mente dell’uomo che attenta alla vita di una donna è una mente malata, in preda a un’idea ossessiva devastante, allora è possibile cercare altre soluzioni per porre rimedio ad una escalation drammatica. Occorre creare dei centri di salute pubblica per aiutare questi uomini o su loro richiesta o su ordini giudiziari che obblighino l’uomo non a una restrizione inutile, ma a una psicoterapia obbligatoria che lo liberi dalla sua ossessione aggressiva. Mi rendo conto che fare proposte simili in un tempo in cui i servizi pubblici di salute mentale sono diventati puri presidi farmacologici, incapaci di offrire psicoterapie lunghe e qualificate, può essere utopico. Ma oggi un trattamento psicoterapeutico se lo può permettere solo chi è ricco: in questo Paese dopo il 2000 la medicina è tornata a essere una medicina di classe, anche per altre specialità. E le denunce di Cancrini e di Ammaniti si sono perse nel vuoto, dato che la questione non porta voti. Continuare però a lamentarsi dei femminicidi senza andare al cuore del problema, però, è come lamentarsi dei talebani chiudendo occhi e portafoglio. È pura ipocrisia.

Francesco Ciotti

Credo anche io, sia pure da incompetente, che l’aspetto psichiatrico della violenza sulle donne sia macroscopico. E fai benissimo a sottolinearlo, includendo nella questione la gracilità delle strutture pubbliche di cura mentale. Ma c’è anche, alla base di questo mare di violenza, una gigantesca questione politica e culturale. L’ossessione omicida del maschio abbandonato non è, purtroppo, una tara individuale. È una specie di tara sociale: perché l’idea che la femmina appartenga al maschio è largamente condivisa, in forma esplicita e spesso perfino “legale”, in molte parti del mondo, specie del mondo islamico; ma ancora abita nel profondo anche Paesi che consideriamo emancipati, come il nostro.

La libertà delle donne semina panico negli ambienti meno sospettabili. Non è solo la tribù del deserto, è anche il nostro patriarcato ampiamente riformato, apparentemente disarmato, che ancora coltiva l’idea che “tu sei mia” significhi ciò che letteralmente dice; e che, di conseguenza, “io sono mia” sia il più pericoloso sconquasso che possa immaginarsi. Di qui il terrore dal quale origina, io credo, grande parte della violenza dei maschi sulle femmine: è il terrore che una donna possa vivere in quanto se stessa, non in quanto “mia”.

Il rifiuto dell’abbandono è anche il rifiuto (politico) di accettare la libertà di chi se ne va per la sua strada, spesso dopo mesi o anni di sopraffazione e umiliazione. Non possiamo mandare in psicoterapia tre o quattro millenni di patriarcato (anche se gli farebbe bene, al patriarcato…). Possiamo, però, cercare di fare politica e di fare cultura con ostinazione, con quell’energia capillare che solo la politica riesce ad avere, quando è politica per davvero. “Io sono mia” vale, quanto a potenza ed eloquenza del messaggio, quanto “proletari di tutti i Paesi unitevi”, e forse qualcosa di più, perché il patriarcato precede, e di molto, il capitalismo. E dunque, caro Ciotti: psicoterapia più politica più (quando serve) dura repressione.

Sul Venerdì del 24 settembre 2021