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Sbaraccopoli alla messinese

La baraccopoli di Fondo Fucile (Fortunato Serranò/ Agf) 
In agosto è iniziata la demolizione delle 80 bidonville che da decenni lambiscono il centro della città. Dentro ci vivono duemila famiglie. Come aiutarle a ricostruirsi una vita normale? Reportage 
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MESSINA. Via Catanoso, Messina. Emanuel, cinque anni, corre tra le baracche puntellate di amianto: "Mamma, mamma: vieni! C'è un serpente". Francesca solo a sentirlo per poco non sviene. Dietro all'armadio - nella camera con il letto matrimoniale e le pareti macchiate di muffa - qualcosa c'è davvero. "Non possiamo più vivere così" dice lei che nella baracca nella quale abita con il marito, tre bambini tra 5 e 8 anni, la madre, il padre e la sorella, c'è nata e c'è cresciuta. Il Policlinico è talmente vicino che guardando bene si vedono i pazienti affacciati alle finestre. Qui, a ridosso di un torrente che quando piove si ingrossa con l'acqua che arriva fino a un metro, vivono una trentina di famiglie dentro case di lamiera con i pavimenti traballanti e l'umidità che inghiotte intonaci e salute. 

La signora …

MESSINA. Via Catanoso, Messina. Emanuel, cinque anni, corre tra le baracche puntellate di amianto: "Mamma, mamma: vieni! C'è un serpente". Francesca solo a sentirlo per poco non sviene. Dietro all'armadio - nella camera con il letto matrimoniale e le pareti macchiate di muffa - qualcosa c'è davvero. "Non possiamo più vivere così" dice lei che nella baracca nella quale abita con il marito, tre bambini tra 5 e 8 anni, la madre, il padre e la sorella, c'è nata e c'è cresciuta. Il Policlinico è talmente vicino che guardando bene si vedono i pazienti affacciati alle finestre. Qui, a ridosso di un torrente che quando piove si ingrossa con l'acqua che arriva fino a un metro, vivono una trentina di famiglie dentro case di lamiera con i pavimenti traballanti e l'umidità che inghiotte intonaci e salute. 

La signora Vanessa, residente nella baraccopoli di via Catanoso, mostra la muffa sulle pareti di “casa” sua (Fortunato Serranò/ Agf) 
Un pessimo precedente

A Messina, la terza città siciliana per numero di abitanti dopo Palermo e Catania, di baraccopoli ce ne sono ottanta e ci abitano duemila famiglie. Non parliamo di periferie: le baracche lambiscono il centro, e sono sotto gli occhi di tutti da più di cent'anni. La notizia, e la promessa, è che ora verranno smantellate assegnando agli abitanti case vere. Le prime due baraccopoli sono già state svuotate a metà agosto, alla presenza della ministra per il Sud Mara Carfagna, e probabilmente è stato così che il resto d'Italia ha scoperto la "vergogna nazionale".  Dietro la storia delle baraccopoli c'è uno spreco milionario e una grande marginalità sociale che solo ora alcune buone pratiche stanno cercando di arginare. La prefetta di Messina, Cosima Di Stani, ha appena ricevuto poteri speciali e cento milioni di euro per smantellare in tre anni tutte le case di lamiera, grazie a un emendamento al decreto Covid presentato dalla ministra Carfagna che ha raccolto il testimone da Maria Stella Gelmini. Risorse che si sommano ai quasi duecento milioni messi insieme dal Comune con la partecipazione ad alcuni bandi. Nel 1990 erano già stati stanziati con gli stessi obiettivi 500 miliardi di lire, ma gli alloggi assegnati fino al 2018 sono stati appena 530. Questa sarà la volta buona?

E per tetto un cielo di lamiera 

Il sindaco di Messina Cateno De Luca, noto per le sue bizzarrìe - nel 2006 si spogliò nudo davanti all'Assemblea regionale siciliana avvolgendosi alla vita la bandiera della Trinacria - da deputato regionale creò l'Arisme: è l'Agenzia del risanamento, e ha il compito di svuotare le bidonville trovando una sistemazione alternativa alle famiglie. "Con un punto fermo però: niente consumo di nuovo suolo e niente nuovi ghetti" ci dice Marcello Scurria, l'avvocato che De Luca ha chiamato a guidarla. Da quando è nata, tre anni fa, l'Agenzia ha svuotato sei insediamenti e assegnato 350 alloggi.

Il sindaco di Messina Cateno De Luca (Fortunato Serranò / Agf) 
L'ultima baraccopoli di Fondo Saccà, dove fino al 2020 abitavano 67 famiglie, è stata liberata ad agosto e adesso gli operai hanno iniziato a rimuovere l'amianto con l'obiettivo di ripulire l'area entro l'anno. Anche Fondo Fucile - bidonville con 130 baracche diventata un simbolo - è quasi del tutto vuota e adesso l'Arisme preme per buttarla giù, prima che altre famiglie vadano a occupare le case di lamiera. Già, perché nonostante un luogo comune duro a morire, il terremoto del 1908 con le baracche di Messina c'entra poco: "Di quell'epoca ce ne saranno quattro o cinque ancora in piedi" dice Scurria, "la verità vera è che le baracche sono state negli anni una risposta sbagliata all'emergenza abitativa. Fondo Fucile, per dire, è nata negli anni Settanta. Altro che terremoto!".

La baraccopoli di Fondo Saccà in via di demolizione (Fortunato Serranò/ Agf) 
Baracche vendute al mercato nero o tramandate di padre in figlio con piani (abusivi e pericolosi) aggiunti negli anni. In quelle di via Catanoso, per fare un esempio, le famiglie ci vivono da sempre. Vanessa ci è arrivata nel 2013, dopo il matrimonio, quando i suoceri l'hanno divisa in due per fare posto alla coppia. Ha 27 anni e vorrebbe un figlio: "Ma come faccio a metterlo al mondo qui?". Lei e il marito hanno ottenuto il reddito di cittadinanza, "ma non basta per un affitto". Mentre parla, i bambini si rincorrono tra le lamiere. Grazia, la vicina, mostra la camera da letto piena di muffa. Poi, con gesto lieve, si toglie la parrucca. "Faccio la chemio. Vivo qui da 37 anni, allora non avevo la possibilità di una casa. Pensavo che sarebbe stato solo per un po'". Intanto in via Cataloso si diffonde la notizia che poco distante, nelle baracche di via Rosso San Secondo, è esploso un focolaio Covid. Messina è l'unico capoluogo siciliano che nel censimento di agosto fatto dalla Regione ha registrato meno del 60 per cento dei residenti immunizzati. E nelle baracche il vaccino non lo ha fatto nessuno: "Abbiamo paura".   

Bambini si rincorrono nella baraccopoli di via Catanoso (Fortunato Serranò/ Agf) 

Missione 2024

L'obiettivo è buttare giù tutto entro il 2024. De Luca, che punta a candidarsi alla Regione nel 2022 e intanto incide un disco e si propone pure per il Festival di Sanremo, dice che i poteri speciali alla prefetta li vive come una vittoria personale. "Il mio primo atto da sindaco è stata un'ordinanza per smantellare questo frutto di anni di malapolitica". Fu Forza Italia, con le deputate Matilde Siracusano e Stefania Prestigiacomo, a presentare la proposta di legge che poi è finita dentro al decreto Covid. E adesso una road map c'è per davvero. Ma dopo, che succederà? 

Se lo chiede don Enrico Colafemina che da alcuni anni è il parroco di Fondo Fucile e che nell'oratorio accoglie un centinaio di bambini organizzando doposcuola e attività sportive. "Come si insegna a inseguire i sogni in mezzo alla bruttezza?" ci dice camminando sulla terra brulla tra i rifiuti. "Serve un progetto per rieducare famiglie che hanno vissuto ai margini della civiltà". 

Don Enrico Colafemina, responsabile dell’oratorio nella zona di Fondo Fucile (Fortunato Serranò / Agf) 

La scuola e altri progetti 

A Fondo Fucile, tra lamiere e amianto, c'è anche l'istituto comprensivo Albino Luciani. La baracche lambiscono il muro di cinta della scuola che alle finestre ha messo le grate. Alla guida c'è una preside coraggio, Grazia Patanè, che sta lottando per aprire un corso serale per i genitori degli alunni: "Molti non hanno nemmeno la terza media. E se non sai, non hai strumenti per difenderti". Patanè chiede che al posto delle baracche arrivino finalmente servizi: "Un giardino, i campi sportivi per i bambini, un centro sociale". Normalità. "Il Covid ha allargato ancora più il divario di cittadinanza. La mia battaglia è per scardinare l'idea dell'assistenza a tutti i costi radicata in molti genitori. Quello che serve è l'opposto: un percorso che porti all'autonomia".

Grazia Patanè, preside della scuola Albino Luciani (Fortunato Serranò / Agf) 
Un tentativo c'è stato: si chiama Capacity ed  è un progetto sperimentale pubblico-privato. Lo ha portato avanti la Fondazione di Comunità che ha accompagnato 250 famiglie fuori dalle baracche di Fondo Saccà e Fondo Fucile: se 150 sono andate a vivere nelle case che il Comune ha comprato per loro in vari condomini della città, altre cento hanno acceso un mutuo per comprare una casa di proprietà. Una rivoluzione. "Il motore sono state le donne" ci dice il fondatore Gaetano Giunta, "il mutuo è un cambio di prospettiva radicale: vuol dire pianificare di qui a quindici anni invece di vivere alla giornata". L'esperimento si è trasformato anche in potente stratagemma per venire fuori dal sommerso - "per ottenere il mutuo dovevi dichiarare qualcosa" - in un percorso di legalità: "Se qualcuno degli intestatari viene condannato per mafia, perde la casa, che passa al Comune".

La baraccopoli di Fondo Saccà in via di demolizione (Fortunato Serranò/ Agf) 
Tutto è cominciato a Fondo Saccà, dove la Fondazione ha aperto un centro per le mamme e i bambini fino ai quattro anni che è servito agli operatori a guadagnarsi la fiducia delle famiglie. Poi nella baraccopoli sono arrivati anche i laboratori Fondo Teatro e le prime case, che seguendo i principi della bio-architettura e della bio-ingegneria, utilizzano materiali innovativi e sono alimentate con le energie rinnovabili. Negli anni il patto con le famiglie ancora costrette nelle baracche di lamiera si è saldato e in cento hanno fatto il salto. E le altre duemila che aspettano ancora una casa? "Speriamo che il progetto si possa replicare" dice Giunta. In via Catanoso, Francesca con una scopa tenta di mandare via il serpente.   

Sul Venerdì del 24 settembre 2021