Sbaraccopoli alla messinese
dalla nostra inviata Sara Scarafia , dalla nostra inviata Sara ScarafiaMESSINA. Via Catanoso, Messina. Emanuel, cinque anni, corre tra le baracche puntellate di amianto: "Mamma, mamma: vieni! C'è un serpente". Francesca solo a sentirlo per poco non sviene. Dietro all'armadio - nella camera con il letto matrimoniale e le pareti macchiate di muffa - qualcosa c'è davvero. "Non possiamo più vivere così" dice lei che nella baracca nella quale abita con il marito, tre bambini tra 5 e 8 anni, la madre, il padre e la sorella, c'è nata e c'è cresciuta. Il Policlinico è talmente vicino che guardando bene si vedono i pazienti affacciati alle finestre. Qui, a ridosso di un torrente che quando piove si ingrossa con l'acqua che arriva fino a un metro, vivono una trentina di famiglie dentro case di lamiera con i pavimenti traballanti e l'umidità che inghiotte intonaci e salute.
MESSINA. Via Catanoso, Messina. Emanuel, cinque anni, corre tra le baracche puntellate di amianto: "Mamma, mamma: vieni! C'è un serpente". Francesca solo a sentirlo per poco non sviene. Dietro all'armadio - nella camera con il letto matrimoniale e le pareti macchiate di muffa - qualcosa c'è davvero. "Non possiamo più vivere così" dice lei che nella baracca nella quale abita con il marito, tre bambini tra 5 e 8 anni, la madre, il padre e la sorella, c'è nata e c'è cresciuta. Il Policlinico è talmente vicino che guardando bene si vedono i pazienti affacciati alle finestre. Qui, a ridosso di un torrente che quando piove si ingrossa con l'acqua che arriva fino a un metro, vivono una trentina di famiglie dentro case di lamiera con i pavimenti traballanti e l'umidità che inghiotte intonaci e salute.
A Messina, la terza città siciliana per numero di abitanti dopo Palermo e Catania, di baraccopoli ce ne sono ottanta e ci abitano duemila famiglie. Non parliamo di periferie: le baracche lambiscono il centro, e sono sotto gli occhi di tutti da più di cent'anni. La notizia, e la promessa, è che ora verranno smantellate assegnando agli abitanti case vere. Le prime due baraccopoli sono già state svuotate a metà agosto, alla presenza della ministra per il Sud Mara Carfagna, e probabilmente è stato così che il resto d'Italia ha scoperto la "vergogna nazionale". Dietro la storia delle baraccopoli c'è uno spreco milionario e una grande marginalità sociale che solo ora alcune buone pratiche stanno cercando di arginare. La prefetta di Messina, Cosima Di Stani, ha appena ricevuto poteri speciali e cento milioni di euro per smantellare in tre anni tutte le case di lamiera, grazie a un emendamento al decreto Covid presentato dalla ministra Carfagna che ha raccolto il testimone da Maria Stella Gelmini. Risorse che si sommano ai quasi duecento milioni messi insieme dal Comune con la partecipazione ad alcuni bandi. Nel 1990 erano già stati stanziati con gli stessi obiettivi 500 miliardi di lire, ma gli alloggi assegnati fino al 2018 sono stati appena 530. Questa sarà la volta buona?
E per tetto un cielo di lamiera
Il sindaco di Messina Cateno De Luca, noto per le sue bizzarrìe - nel 2006 si spogliò nudo davanti all'Assemblea regionale siciliana avvolgendosi alla vita la bandiera della Trinacria - da deputato regionale creò l'Arisme: è l'Agenzia del risanamento, e ha il compito di svuotare le bidonville trovando una sistemazione alternativa alle famiglie. "Con un punto fermo però: niente consumo di nuovo suolo e niente nuovi ghetti" ci dice Marcello Scurria, l'avvocato che De Luca ha chiamato a guidarla. Da quando è nata, tre anni fa, l'Agenzia ha svuotato sei insediamenti e assegnato 350 alloggi.
Missione 2024
L'obiettivo è buttare giù tutto entro il 2024. De Luca, che punta a candidarsi alla Regione nel 2022 e intanto incide un disco e si propone pure per il Festival di Sanremo, dice che i poteri speciali alla prefetta li vive come una vittoria personale. "Il mio primo atto da sindaco è stata un'ordinanza per smantellare questo frutto di anni di malapolitica". Fu Forza Italia, con le deputate Matilde Siracusano e Stefania Prestigiacomo, a presentare la proposta di legge che poi è finita dentro al decreto Covid. E adesso una road map c'è per davvero. Ma dopo, che succederà?
Se lo chiede don Enrico Colafemina che da alcuni anni è il parroco di Fondo Fucile e che nell'oratorio accoglie un centinaio di bambini organizzando doposcuola e attività sportive. "Come si insegna a inseguire i sogni in mezzo alla bruttezza?" ci dice camminando sulla terra brulla tra i rifiuti. "Serve un progetto per rieducare famiglie che hanno vissuto ai margini della civiltà".
La scuola e altri progetti
A Fondo Fucile, tra lamiere e amianto, c'è anche l'istituto comprensivo Albino Luciani. La baracche lambiscono il muro di cinta della scuola che alle finestre ha messo le grate. Alla guida c'è una preside coraggio, Grazia Patanè, che sta lottando per aprire un corso serale per i genitori degli alunni: "Molti non hanno nemmeno la terza media. E se non sai, non hai strumenti per difenderti". Patanè chiede che al posto delle baracche arrivino finalmente servizi: "Un giardino, i campi sportivi per i bambini, un centro sociale". Normalità. "Il Covid ha allargato ancora più il divario di cittadinanza. La mia battaglia è per scardinare l'idea dell'assistenza a tutti i costi radicata in molti genitori. Quello che serve è l'opposto: un percorso che porti all'autonomia".
Sul Venerdì del 24 settembre 2021