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Effetto Gkn, bentornati in fabbrica

La lotta degli operai di Campi Bisenzio ha conquistato (oltre al blocco dei licenziamenti) il cuore di tanti artisti, intellettuali e cittadini. Come ci sono riusciti? Inchiesta   
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CAMPI BISENZIO (Firenze). C’è un filo (rosso) che affonda nel sogno garibaldino, attraversa le imprese dei partigiani e arriva su un volantino di Zerocalcare. Quel filo sostiene una lotta operaia rivelatasi più ambiziosa persino delle intenzioni. Siamo nella piana fiorentina e la fabbrica in questione è la Gkn di Campi Bisenzio, impresa che produce componenti meccanici per i motori delle auto, dal 2018 di proprietà del fondo di investimenti inglese, Melrose Industries.

All’inizio di luglio, 442 dipendenti hanno scoperto di essere stati licenziati via mail. Un messaggio che stordisce nella sostanza e pugnala nella forma. Quando è arrivato, qualcuno era al supermercato, altri al mare coi figli oppure a letto dopo il turno di notte, e sono bastati pochi minuti a scatenare il passaparola su WhatsApp: Insorgiamo. L’esortazione evoca moti ottocenteschi e battaglie partigiane di Giustizia e libertà, ed è finita dritta s…

CAMPI BISENZIO (Firenze). C’è un filo (rosso) che affonda nel sogno garibaldino, attraversa le imprese dei partigiani e arriva su un volantino di Zerocalcare. Quel filo sostiene una lotta operaia rivelatasi più ambiziosa persino delle intenzioni. Siamo nella piana fiorentina e la fabbrica in questione è la Gkn di Campi Bisenzio, impresa che produce componenti meccanici per i motori delle auto, dal 2018 di proprietà del fondo di investimenti inglese, Melrose Industries.

All’inizio di luglio, 442 dipendenti hanno scoperto di essere stati licenziati via mail. Un messaggio che stordisce nella sostanza e pugnala nella forma. Quando è arrivato, qualcuno era al supermercato, altri al mare coi figli oppure a letto dopo il turno di notte, e sono bastati pochi minuti a scatenare il passaparola su WhatsApp: Insorgiamo. L’esortazione evoca moti ottocenteschi e battaglie partigiane di Giustizia e libertà, ed è finita dritta sugli striscioni, stampata sulle magliette, nei cori alle assemblee permanenti e lungo i cortei. 

Il segretario Cgil Maurizio Landini alla Gkn il 30 luglio (Agf) 

Sambuca e Barbero

La rabbia poteva sfumare nella rassegnazione o restare circoscritta come in tante altre vertenze. Invece no, è andata diversamente e la valanga non ha smesso di rotolare neanche dopo la sentenza del tribunale del lavoro di Firenze che, il 20 settembre, ha bloccato i licenziamenti. «Un miracolo!» hanno esultato gli operai brindando a Sambuca nel cortile dello stabilimento, dove da luglio dormono a turno per non lasciare la fabbrica mai sola. Adesso, in attesa delle prossime mosse della proprietà, e al di là dell’esito finale della partita ancora lunga e complessa, resta comunque il graffio di una storia in cui l’urlo degli operai è stato raccolto dal mondo esterno unendo artisti e professori universitari, sindaci e preti, richiamando a Campi leader nazionali come Giuseppe Conte e rappresentanti del governo. A pensarci bene, non accadeva da anni.

Quale meccanismo è scattato? Com’è che il fumettista Zerocalcare ha disegnato per gli operai e dei giuslavoristi hanno redatto un documento di indirizzo contro le delocalizzazioni? Perché lo storico Alessandro Barbero è passato dal presidio e lo scrittore Stefano Massini è rimasto serate intere tra le panche da sagra montate nel gazebo dietro ai cancelli? Cosa ha spinto Piero Pelù e Manu Chao a invitare i lavoratori sul palco dei loro i concerti? In sintesi: perché quella della Gkn da una vertenza è diventata la vertenza? 

Livorno, 29 agosto: operai Gkn sul palco con Manu Chao (Sebastiano Bongi Toma per Cortomuso Festival) 
Dario Salvetti è una delle voci del collettivo di fabbrica. Ha 43 anni e dal 2013 lavora a Campi. Racconta: «In questa voglia di insorgere ci crediamo sin dall’inizio, consapevoli che se sfondiamo qui, sfondiamo dappertutto. Tra noi lavoratori ci sono film-maker, musicisti, volontari in associazioni, allenatori di squadre dilettanti. Nel tempo abbiamo intrecciato una rete che coinvolge dalle parrocchie ai centri sociali e che ci sostiene».

Questo tessuto di relazioni lo conosce bene Antonio Fanelli, antropologo culturale, docente alla Sapienza. «Stiamo parlando» dice «di una fabbrica con un collettivo di operai Fiom Cgil altamente specializzati e coesi. I termini risorgimentali non li hanno recuperati per settarismo da nostalgici, ma per calarli nel presente e creare nuovi canti e linguaggi. Prendiamo il loro coro più amato: è una canzone da stadio dei tifosi della Fiorentina modificata nel testo». 

Dentro Gkn, storia della fabbrica che non si arrende: "Non siamo animali"

La Resistenza via social

Dunque, operai abili con i social e legati ai simboli della Resistenza, nati e cresciuti nel territorio. Non un posto qualsiasi. «Sono le strade dove Benigni» spiega lo storico Stefano Bartolini, direttore della fondazione Valore lavoro della Cgil, «ha girato Berlinguer ti voglio bene. Qui sin dall’inizio del Novecento la campagna si è fatta comunità con la crescente industria ed è nata una precisa identità politica che, seppur acciaccata, resiste tuttora». La Piana rossa di Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino, una porzione strategica della Toscana produttiva, dai tipici impulsi passionali della sinistra. «Non porteranno via una vite…» aveva avvisato il sindaco di Campi Emiliano Fossi all’indomani dell’annuncio della chiusura dello stabilimento.

Fossi è del Pd, il partito del segretario Enrico Letta, che ha parlato a distanza ma che a lungo hanno aspettato al presidio. Continua Bartolini: «Per di più, lo stabilimento è incastrato tra uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, I Gigli, e un gigantesco cinema multisala. Ogni giorno passano di lì migliaia di persone che considerano la Gkn parte del paesaggio». Quel paesaggio che Stefano Massini guarda dalla finestra. Massini a Campi ci abita e lì dove c’era l’erba (e ora lo stabilimento) da ragazzino giocava a pallone. «Anche per questo» dice «ho sentito il bisogno di schierarmi». È stato il primo. Ha lanciato appelli, organizzato iniziative e accolto adesioni all’inizio inimmaginabili: Vasco Rossi e Fiorella Mannoia, Adriano Celentano e Gianni Morandi, Carlo Verdone e Paolo Virzì. Spiega: «L’impatto è stato tanto forte perché il tema dello storico scontro uomo-macchina, amplificato dagli effetti della pandemia, trova un simbolo in Gkn. Pensateci: licenziare via mail. Niente racconta meglio la disumanizzazione dei nostri tempi».

Con il sindaco e Pelù

Un ruolo da protagonista se l’è ritagliato anche il rocker Piero Pelù: non a caso, la sera dello stop del giudice, con il sindaco Fossi sono stati invitati loro due a festeggiare nel presidio. «Comunque andrà a finire » dice Pelù «questo caso ha allargato i confini e dimostrato l’importanza del muoversi uniti. Io ho provato negli anni Novanta a creare un sindacato degli artisti, ma nessuno mi ha seguito. L’avessimo avuto oggi, avremmo retto meglio gli effetti della pandemia». Già, perché nel 2021 è l’intero mondo del lavoro a soffrire i colpi assestati dal coronavirus. «Ci stiamo giocando tutti un pezzo di futuro: noi operai, i dipendenti, le partite Iva», avvisa Salvetti tra una telefonata col sindacato e un’assemblea. Momenti di lotta che il Collettivo permette di seguire passo passo a un fotografo: Lorenzo Gori, da primavera senza contratto di collaborazione con il giornale per cui lavorava da trent’anni. 

Sarà per questo senso diffuso di precarietà che davanti a ospedali e centri commerciali sono comparsi striscioni di solidarietà. Gesti, attenzioni. Come il contadino che regala una cassa di susine, il furgone carico di bevande dell’Unicoop, le cene cucinate dai circoli Arci e i pranzi dalla società che serve le mense della Piana, gli autisti dei bus che suonano il clacson quando passano davanti ai cancelli. Nessuno vuole lasciare soli gli operai Gkn e sabato 18 settembre in più di ventimila hanno attraversato il centro di Firenze. In testa al corteo, le bandiere delle brigate partigiane e il giglio di Firenze, mentre nei mercati rionali comparivano i volantini di Zerocalcare e nei condomini di periferia appendevano striscioni di incoraggiamento. Non a caso è successo a Rifredi che nella sua storia ha dato rifugio ai partigiani e scatenato epiche lotte operaie, come se nel quartiere generazioni intere avessero respirato la disobbedienza mescolata ai fumi delle ciminiere. Il giorno del corteo i fiorentini hanno applaudito dalle finestre rimandando ai tempi del Social forum 2002, quando la gente offriva panini a chi marciava contro la guerra in Iraq. Un’altra Italia, un’altra Toscana. Nel 2021 la crisi morde e sono cinquanta i dossier aperti dalla Regione (venti nell’ultimo anno) tra crisi aziendali e tavoli di monitoraggio.

Una partita possibile? 

Uno scenario che piange tre morti sul lavoro al mese. Come l’operaio stritolato tra i rulli di stoffa in un’azienda di moquette: a Campi, la mattina della manifestazione. Motivo in più, dicono alla Gkn, per stampare altre magliette viola con l’invito a insorgere sul petto. Una di queste l’ha indossata il calciatore Borja Valero, passato quest’anno dalla Fiorentina a una squadra di dilettanti della città: il Lebowski, un esempio di azionariato popolare. Appena lo ha saputo al presidio, Salvetti ha detto: «Ecco, noi siamo il Lebowski contro il Barcellona. Una partita impossibile, certo, ma che può finire ai supplementari». 

Sul Venerdì del 1° ottobre 2021