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Si vota anche in Qatar

22 agosto 2021, presentazione delle candidature per il Consiglio della Shura (AFP via Getty Images) 
Domani i cittadini del piccolo paese del Golfo sceglieranno i membri del Consiglio della Shura. È una prima volta. Che non a caso arriva alla vigilia dei mondiali di calcio
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Mentre il mondo assisteva impotente alle scene della folla disperata assiepata ai cancelli dell’aeroporto di Kabul, in cerca di un posto aereo per fuggire dai talebani, su Twitter un hashtag cominciava a farsi notare. Insieme a #afghanistan #saveafghanistan da un certo momento in avanti ha iniziato a farsi notare #qatar: a rilanciarlo, voci autorevoli, dal dipartimento di Stato americano al New York Times fino al Wall Street Journal. Lo specchio di quello che stava accadendo sul terreno, dove il piccolo emirato del Golfo, forte di decenni di rapporti con i talebani, ha assunto un ruolo di primo piano nell’evacuazione, portando via più di 60 mila persone in pochi giorni. Spesso, quelle con i profili più delicati: dipendenti delle ambasciate e di grandi testate giornalistiche internazionali, studentesse e dirigenti delle scuole femminili sostenute dai Paesi internazionali, membri delle forze di elite dell’esercito afgano e piloti dell’aviazione mili…

Mentre il mondo assisteva impotente alle scene della folla disperata assiepata ai cancelli dell’aeroporto di Kabul, in cerca di un posto aereo per fuggire dai talebani, su Twitter un hashtag cominciava a farsi notare. Insieme a #afghanistan #saveafghanistan da un certo momento in avanti ha iniziato a farsi notare #qatar: a rilanciarlo, voci autorevoli, dal dipartimento di Stato americano al New York Times fino al Wall Street Journal. Lo specchio di quello che stava accadendo sul terreno, dove il piccolo emirato del Golfo, forte di decenni di rapporti con i talebani, ha assunto un ruolo di primo piano nell’evacuazione, portando via più di 60 mila persone in pochi giorni. Spesso, quelle con i profili più delicati: dipendenti delle ambasciate e di grandi testate giornalistiche internazionali, studentesse e dirigenti delle scuole femminili sostenute dai Paesi internazionali, membri delle forze di elite dell’esercito afgano e piloti dell’aviazione militare, condotti attraverso i check point talebani dalle forze speciali e dall’ambasciatore di Doha a Kabul in persona. Uno sforzo immane se paragonato alla dimensione geografica dell’emirato – 300 mila persone è il totale della popolazione qatarina, a cui si devono aggiungere due milioni di stranieri che vivono nel Paese – e che gli ha fatto guadagnare il plauso del mondo e l’attenzione delle grandi testate internazionali. «Sono qui per ringraziare il Qatar dello sforzo straordinario per facilitare l’uscita sicura di cittadini americani, di nostri alleati e di afgani a rischio» ha detto il segretario di Stato Usa Antony Blinken, giunto a Doha ancora nel mezzo della crisi afgana.

Due terzi del parlamento

Carico di tanta eredità, il Qatar va domani alle urne per eleggere i due terzi dei 45 membri del Consiglio consultivo della Shura, una sorta di parlamentino nazionale. Un appuntamento storico per il piccolo Paese del Golfo: se è vero che il Consiglio non avrà potere su materie delicate come la Difesa e la Sicurezza nazionale, è anche vero che sarà chiamato ad approvare il bilancio statale e a intervenire in tutte le altre materie. E se la nomina del restante terzo del parlamentino resterà saldamente nelle mani dell’emiro, c’è anche da dire che le elezioni in questa parte di mondo non sono affatto qualcosa di scontato: in Kuwait il Parlamento è elettivo e ha poteri reali sul governo; in Bahrein, Emirati arabi uniti e Oman i cittadini – e non tutti – possono eleggere parte dei parlamenti; ma nella vicina Arabia Saudita, il Paese più importante della regione, qualcosa di simile è ancora molto lontano.

A promettere il voto, due decenni fa, era stato il padre dell’attuale emiro, lo sceicco Hamad, l’uomo che con la creazione di Al Jazeera e un ruolo diplomatico di primo piano nella regione, aveva portato il Qatar all’attenzione del mondo. La promessa era rimasta a lungo nel cassetto, poi messa in dubbio dai venti portati dalle primavere arabe. Si tramuta in realtà oggi che il Qatar è alla vigilia dell’appuntamento più importante della sua storia, quello con i Mondiali di calcio, che ospiterà – primo Paese arabo – nell’inverno del 2022, concentrando su di sé gli occhi dell’intero Pianeta.

Una coincidenza che non è passata inosservata: «Questo appuntamento elettorale è senza dubbio un piccolo passo che può essere un inizio sul percorso dell’ampliamento del dibattito politico nel Paese» osserva Cinzia Bianco dello European Council on Foreign relations, «ma il fatto che dopo vent’anni di promesse cada alla vigilia della Coppa del Mondo non è una coincidenza. La vera prova sarà dunque quanto ristretto sarà l’accesso al voto».

L’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani (Getty Images) 

Tribù escluse

La conferma delle parole di Bianco si trova scorrendo le pagine delle cronache qatarine degli ultimi mesi: subito dopo l’annuncio della data del voto, in agosto, Doha è stata teatro delle proteste delle tribù escluse, alcune delle quali sono fra le più potenti del Paese. La legge elettorale prevede infatti che alle urne possano partecipare – ed essere eletti – solo i qatarini in grado di dimostrare che la loro famiglia era presente in Qatar prima del 1930. Dal voto restano esclusi in questa maniera i membri della tribù al Murrah, uno dei maggiori gruppi beduini della Penisola arabica, con radici in Arabia Saudita. Proprio questo legame sarebbe all’origine dell’esclusione e ha portato gli al Murrah a protestare pubblicamente contro l’emiro. Un atto che a Doha è tanto raro quanto rischioso.

Nonostante l’esercizio elettorale di domani, il Qatar resta infatti lontano dal concetto occidentale di Stato di diritto: è una monarchia assoluta in cui chi critica il leader può finire in cella, come è successo a giornalisti e poeti in questi anni. I diritti delle donne, per quanto fra i più garantiti nell’area, restano sotto il giogo di una figura maschile, che sia quella del padre o del marito. E quelli dei lavoratori, pur considerando i notevolissimi passi avanti degli ultimi anni, sono ancora lontani dagli standard internazionali.

Eppure sottovalutare la portata dell’evento sarebbe un errore: «Non si può dimenticare che la richiesta di elezioni non viene dalla gente, ma è un impegno della leadership, quella dell’emiro Hamad prima e quella di suo figlio, l’emiro Tamim, dopo: è stato lui nell’ottobre 2017 a ribadire che ci sarebbero state elezioni e lo ha fatto nel mezzo dell’embargo decretato contro il Qatar da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Bahrein ed Egitto» sottolinea Kristian Coates Ulrichsen, della Rice university, uno dei maggiori esperti a livello mondiale di politica qatarina. Un tentativo di rimarcare la differenza dai Paesi vicini – spesso nel mirino per le costanti violazioni dei diritti umani – insomma, più che una reale necessità.

Tra Lionel Messi e i talebani

Del resto, basta uno sguardo a Doha per capire perché i qatarini di far sentire la propria voce più di tanto non sentano la necessità: i 300 mila cittadini godono di uno dei Pil/pro capite più alti del mondo, grazie alle immense riserve di idrocarburi su cui siede il Paese. Di fatto lo Stato paga tutto: dagli studi in patria e all’estero alle cure mediche, fino alle case e alle utenze. A Doha si trovano istituzioni culturali di livello mondiale – basti pensare al museo di Arte islamica a firma dell’archistar I.M. Pei – università internazionali come l’americana Georgetown, spazi per l’arte e per la musica. C’è Al Jazeera, la casa dell’informazione regionale, creata dal nulla dall’emiro Hamad e il nome del Qatar risplende anche sulla maglia di Lionel Messi, ultimo acquisto del Paris Saint German, squadra di proprietà del fondo di investimenti nazionale.

Un sogno? Più che altro una delle facce dello specchio. Qatar, il doppio gioco, titolava qualche settimana fa il settimanale francese L’Express alludendo ai rapporti di Doha con i talebani, con i Fratelli musulmani e con l’Iran. Legami che hanno fatto spesso piovere sul piccolo Paese l’accusa di essere un finanziatore occulto del terrorismo. «Il Qatar sa bene che un legame troppo stretto con i talebani potrebbe essere dannoso per la sua reputazione, specialmente se non rispetteranno gli impegni presi con la comunità internazionale in fatto di diritti» conclude Bianco. E, alla vigilia dei Mondiali, e ora che i rapporti con i vicini sembrano essersi rasserenati dopo un embargo durato tre anni e costato milioni di dollari, Doha non può permettersi passi falsi.

Votare oggi significa invece consolidare la reputazione di Paese riformista sulla scena mondiale: a questo, più che al risultato vero e proprio, bisognerà pensare quando domani a Doha si apriranno le urne.

Sul Venerdì del 1° ottobre 2021