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Da Godard una grande lezione di coppia

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg in una scena del film Fino all’ultimo respiro (1960) diretto da Jean-Luc Godard (Webphoto) 
PSYCHO Torna nelle sale il 4 ottobre il primo film del regista con Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg
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La faccia-cinema di Jean-Paul Belmondo, il suo naso schiacciato, la sigaretta e il cappello, sono per sempre. Lui è morto da un mese e la Cineteca di Bologna gli rende omaggio col restauro di À bout de souffle, il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard, nelle sale dal 4 ottobre a 60+1 anni dal suo debutto, la mia età.

Questa coetaneità di cinema e vita mi spinge a pensare ai film come genetiche generazionali, anamnesi dell’immaginario che abitano la formazione psichica. A parte il capolavoro di regia – improvvisazioni, jump cut, luce naturale, attori che ci guardano – Fino all’ultimo respiro è anche un capolavoro di corpi, un modo inedito di lanciarli nella solitudine del caos e del caso.

Belmondo trasforma un canone maschile mentre lo c…

La faccia-cinema di Jean-Paul Belmondo, il suo naso schiacciato, la sigaretta e il cappello, sono per sempre. Lui è morto da un mese e la Cineteca di Bologna gli rende omaggio col restauro di À bout de souffle, il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard, nelle sale dal 4 ottobre a 60+1 anni dal suo debutto, la mia età.

Questa coetaneità di cinema e vita mi spinge a pensare ai film come genetiche generazionali, anamnesi dell’immaginario che abitano la formazione psichica. A parte il capolavoro di regia – improvvisazioni, jump cut, luce naturale, attori che ci guardano – Fino all’ultimo respiro è anche un capolavoro di corpi, un modo inedito di lanciarli nella solitudine del caos e del caso.

Belmondo trasforma un canone maschile mentre lo cita, quello di Bogart, che celebra di spalle nella scena in cui lo rimira nella locandina di un film. È questo che attrae in lui, il nuovo sorprendente nel mitologico perenne. Per non dire di Jean Seberg, l’altro colpo d’invenzione al canone dei corpi-cinema. «Una testina implume mai vista allora al cinema né altrove, che inventava una nuova bellezza, una femminilità senza orpelli, accecante» scrive Natalia Aspesi con le sue note antenne.

Nella lunga, genialmente sproporzionata sequenza della stanza da letto, Godard ci espone alla conversazione e alle lenzuola di Michel e Patricia, Belmondo e Seberg. La diagnosi di Patricia è una grande lezione di coppia: «La verità è che quando tu avresti dovuto parlare di me, tu parlavi di te, e quando io avrei dovuto parlare di te, io parlavo di me». Ironia e disincanto, gioco e passione, finzione e tradimento. L’ultima scena è un’indelebile memoria. Il jazz esistenziale, le smorfie, la corsa sbilenca di Bebel, non importa se impossibile con un proiettile nella schiena. Danza di tragedia e di commedia, ancora una volta di spalle, con la morte e il suo ultimo respiro.

Sul Venerdì del 1° ottobre 2021