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Animali (quasi) salvati

Antilope delle steppe (Saiga tatarica) (Alamy / Ipa) 
L’Iucn ha elaborato un insieme di parametri per misurare le chance di recupero delle specie a rischio. Dalla colomba rosata alla scimmia leonina nera, ecco quelli che stanno sfuggendo all’estinzione. E come non rimetterli in pericolo
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NESSUNO avrebbe scommesso un centesimo sul futuro della colomba rosata dell'isola di Mauritius. Questo uccello dal piumaggio rosa tenue, gli occhi cerchiati di rosso, era infatti sul punto di finire come il connazionale dodo, estinto oltre cinque secoli fa. Nel 1990 di colombe rosate ne restavano nove. Perché, oltre ad averle cacciate e affamate eliminando le piante da cui dipendevano per il cibo, gli europei arrivati sull'isola avevano portato ratti e manguste, voraci predatori. Ci sono voluti anni di catture, riproduzioni in cattività e successivi rilasci in natura, ma anche di lotta alle specie invasive e di piccole attenzioni, come la frutta messa a disposizione nei siti di rilascio, però ha funzionato: la specie è tornata sui cinquecento esemplari.

Non è solo questione di numeri

La vicenda della colomba rosata è la prova che l'impegno per la conservazione funziona. Quanto e per chi adesso lo certifica il Green Status of Spec…

NESSUNO avrebbe scommesso un centesimo sul futuro della colomba rosata dell'isola di Mauritius. Questo uccello dal piumaggio rosa tenue, gli occhi cerchiati di rosso, era infatti sul punto di finire come il connazionale dodo, estinto oltre cinque secoli fa. Nel 1990 di colombe rosate ne restavano nove. Perché, oltre ad averle cacciate e affamate eliminando le piante da cui dipendevano per il cibo, gli europei arrivati sull'isola avevano portato ratti e manguste, voraci predatori. Ci sono voluti anni di catture, riproduzioni in cattività e successivi rilasci in natura, ma anche di lotta alle specie invasive e di piccole attenzioni, come la frutta messa a disposizione nei siti di rilascio, però ha funzionato: la specie è tornata sui cinquecento esemplari.

Non è solo questione di numeri

La vicenda della colomba rosata è la prova che l'impegno per la conservazione funziona. Quanto e per chi adesso lo certifica il Green Status of Species, un nuovo standard elaborato dall'Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). Se la Lista rossa stabilisce il rischio estinzione di una specie, il Green Status misura invece se è in ripresa, per numerosità della popolazione, distribuzione geografica e ruolo nell'ecosistema. In più "valuta quanto siano stati efficaci gli interventi per evitarne la scomparsa, quanto ancora pesino sulla sua sopravvivenza e quanto saranno decisivi per il suo futuro, cioè per il potenziale di recupero" ci ha spiegato Resit Akçakaya, docente di ecologia ed evoluzione alla Stony Brook University di New York, che come membro della Commissione della Iucn ha lavorato all'elaborazione dei parametri che determinano il Green Status di una specie, che focalizza l'attenzione non solo sul numero dei suoi esemplari in natura. "Anche se questo non è incoraggiante, se la specie ha un buon potenziale di recupero, significa che c'è una ragionevole possibilità che si riprenda in futuro".

Colomba rosata (Nesoenas mayeri) (Alamy / Ipa) 

Ottanta piccoli rinoceronti

Prendiamo il rinoceronte di Sumatra, il più piccolo delle cinque specie di Rinocerontidi. Ne sono rimasti un'ottantina in piccoli gruppi nelle foreste di Borneo e Sumatra, un declino dovuto soprattutto al bracconaggio. Sparsi in terreni montuosi, faticano a trovare un partner e le nascite continuano a calare. Il piano per la ripresa di questi animali è catturarne un gran numero, trasferirli in santuari dove farli riprodurre (anche con la fecondazione assistita) e poi reintrodurli nel loro habitat. Se il progetto avrà successo, il rinoceronte tornerà numeroso. Certo, ci vorrà un secolo, ma questo vale per quasi tutte le specie a rischio a cui la conservazione dà una chance. E sono tante.

Rinoceronte di Sumatra (Dicerorhinus sumatrensis) (Alamy / Ipa) 
Lo studio pubblicato da Akçakaya e colleghi su Conservation Biology (tra gli autori, anche italiani di Cnr, Università di Cagliari e Molise) valuta il Green Status di 181 specie. C'è anche l'antilope delle steppe dal naso a proboscide, che serve a scaldare l'aria in inverno e filtrare la sabbia in estate. Decimata dalla caccia, la sua popolazione è scesa del 95 per cento in quindici anni e i pochi gruppi rimasti in Kazakistan, Mongolia, Russia e Uzbekistan resistono solo grazie a ciò che si fa per proteggerli. Per esempio, sensibilizzare le popolazioni locali per limitare il consumo della loro carne e il commercio delle corna dei maschi, che secondo la medicina tradizionale cinese sono utili contro raffreddori e malattie respiratorie. La Saiga Conservation Alliance sta anche aiutando le donne delle comunità più isolate dell'Uzbekistan a vendere ricami per potersi permettere la costosa carne di pecora. Continuando a disincentivare la caccia e a reintrodurre in natura animali nati in cattività, tra cent'anni anche queste antilopi potrebbero tornare (quasi) al loro antico splendore, al tempo in cui nelle steppe euroasiatiche ne correvano milioni.

 

Promozioni pericolose

Secondo il suo Green Status anche la scimmia leonina nera, il più raro dei primati del Nuovo Mondo, ha buone possibilità di recupero. Considerata estinta, nel 1970 fu ritrovata nella Foresta atlantica dello Stato brasiliano di San Paolo, dove ora conta un centinaio di esemplari. Il suo habitat è degradato, ma continuando a piantare alberi e creando corridoi di vegetazione per far incontrare i gruppi, dovrebbe tornare a ripopolare la foresta.

Scimmia leonina nera (Leontopithecus chrysopygus) (Getty Images) 
"Talvolta, il fatto che una specie della Lista rossa venga "promossa" in una categoria a minor rischio può spingere a interrompere le azioni di conservazione" dice Akçakaya. "Il Green Status serve a evitarlo: se dice che la specie dipende ancora da ciò che si fa per difenderla, la tentazione di "abbandonarla" viene meno". La foca monaca mediterranea, per esempio, non è più "in pericolo critico" grazie ai numeri in aumento, ma senza aree marine protette e un costante monitoraggio rischierebbe grosso. In altri casi, invece, il futuro è incerto.

 

Vedi la tartaruga liuto, che con i suoi 600 chili è la più grande al mondo. Anche se non rischia l'estinzione, il suo areale di distribuzione negli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano (talvolta si spinge nel Mediterraneo) si è rimpicciolito e il suo potenziale di recupero è basso nell'immediato e indeterminato alla lunga. Questo perché la minacciano il cambiamento climatico e l'inquinamento degli oceani, due problemi (per ora) senza soluzione.

Sul Venerdì del 1° ottobre 2021