Così i boschi risorgono dalla cenere
di Alex Saragosa , di Alex SaragosaÈ come se fosse bruciato tutto il comune di Roma e un bel pezzo di quello di Latina: nell'estate 2021 in Italia oltre 1.500 chilometri quadrati di verde sono andati in fumo per gli incendi forestali, ed è il nuovo record nazionale. Ma è andata anche peggio in altre parti del mondo: dalla Siberia, dove sono scomparsi 140 mila chilometri quadrati di boschi, con il fumo arrivato fino al Polo Nord e l'emissione di quasi un miliardo di tonnellate di CO2, all'America nordoccidentale, funestata dai roghi giganteschi innescati da temperature vicine ai 50° C, fino agli incendi che si sono inseguiti intorno al Mediterraneo, dalla Turchia alla Spagna, dalla Grecia all'Algeria, sulla scia delle ondate di calore.
A questo ennesimo disastro globale da cambiamento climatico, però, la Natura porrà, almeno in parte, rimedio. "Il fuoco, in quasi tutti gli ecosistemi, è un fattore naturale di rinnovamento della vegetazione" s…
È come se fosse bruciato tutto il comune di Roma e un bel pezzo di quello di Latina: nell'estate 2021 in Italia oltre 1.500 chilometri quadrati di verde sono andati in fumo per gli incendi forestali, ed è il nuovo record nazionale. Ma è andata anche peggio in altre parti del mondo: dalla Siberia, dove sono scomparsi 140 mila chilometri quadrati di boschi, con il fumo arrivato fino al Polo Nord e l'emissione di quasi un miliardo di tonnellate di CO2, all'America nordoccidentale, funestata dai roghi giganteschi innescati da temperature vicine ai 50° C, fino agli incendi che si sono inseguiti intorno al Mediterraneo, dalla Turchia alla Spagna, dalla Grecia all'Algeria, sulla scia delle ondate di calore.
A questo ennesimo disastro globale da cambiamento climatico, però, la Natura porrà, almeno in parte, rimedio. "Il fuoco, in quasi tutti gli ecosistemi, è un fattore naturale di rinnovamento della vegetazione" spiega Davide Ascoli, dottore in scienze forestali all'Università di Torino, "e le piante si sono adattate alla frequenza degli incendi nella loro area: i grandi roghi potevano ripresentarsi al ritmo di uno o più all'anno, come nelle savane africane, fino a uno ogni secolo o di più, come nelle umide foreste tropicali".
Un processo secolare
Ma come rinasce un bosco? "Dopo l'incendio le prime piante a germogliare sui terreni bruciati, come le ginestre, le ortiche, la felce aquilina o le erbacee, hanno l'importante compito di trattenere il terreno con le loro radici" dice Palmieri. "Dopo alcuni mesi le latifoglie, come querce, olivi, faggi o castagni, ripartono ricacciando polloni dalle radici, in genere non danneggiate dal fuoco, il cui calore non penetra più di 5-10 centimetri nel terreno. Le conifere come pini e abeti, invece, essendo resinose bruciano più facilmente e non ricacciano polloni dalle radici. Per questo la loro rigenerazione è più lenta. In compenso sono poco esigenti, per cui attecchiscono anche in suoli poveri o sottili, ed è la ragione per cui vengono usate nei rimboschimenti. In ogni caso, se è vero che il bosco si rigenera da solo, la cancellazione dei segni di un incendio richiede molti anni, e perché la foresta torni a uno stato di equilibrio e maturità servono secoli. Gli uomini possono ridurre i danni e accelerare la ripresa prima di tutto limitando, dopo l'incendio, la perdita di terreno fertile dovuta alle piogge, grazie a strutture, spesso costruite con gli stessi tronchi bruciati, per rallentare le acque e bloccare frane e smottamenti. Nelle foreste di latifoglie si può poi intervenire con la tramarratura, un taglio al colletto del tronco che stimola la nascita dei polloni, e, qualche anno dopo, con lo sfoltimento di questi ultimi, per favorire la crescita di alberi più vigorosi. Se si ritiene sia il caso, si può anche rimboschire il tratto incendiato con piantine di conifere, per rinforzare e arricchire il terreno, salvo poi sfoltirle per far posto alle latifoglie e ricreare un bosco misto".
Graticci e palizzate
Un esempio delle cure umane necessarie dopo le fiamme è quello che è stato fatto dopo l'incendio dei Monti Pisani, che bruciarono per quattro giorni nel settembre del 2018. "In quel caso squadre di operai forestali hanno messo in sicurezza il suolo installando sui 1.200 ettari bruciati 400 chilometri di graticci e palizzate" spiega Vittorio Garfì, professore di ecologia del fuoco all'Università del Molise. "Salvato così il terreno fertile, in una seconda fase si potrà valutare la ripresa dei boschi e decidere dove lasciar fare alla natura e dove intervenire, con rimboschimenti di conifere o stimolando la ricrescita delle latifogli".
Se gli interventi sono ben condotti, il bosco può in effetti riprendersi rapidamente. "Lo dimostra un recupero post incendio che ho seguito di persona, quello dopo il rogo del 2004 nei Monti Iblei, in Sicilia" prosegue Garfì. "Si trattava di una pineta di pini d'Aleppo piantata dov'era un pascolo nel 1984. Già nei mesi successivi all'incendio notammo come le erbe avessero colonizzato la zona, bloccando la perdita di terreno. Poi, grazie ai semi sparsi dai pochi alberi superstiti, cominciarono ad apparire piccoli pini su tutta l'area, tanto fitti che già nel 2014 si dovette procedere a un intervento di sfoltimento, per rinvigorire le piante. Oggi quei pini sono alti sei o sette metri, e le tracce dell'incendio sono scomparse. In futuro si procederà a ulteriori tagli, per lasciare spazio e luce alle latifoglie, così da ricostituire un bosco misto, ricco di biodiversità e meno vulnerabile alle fiamme. La ferita, insomma, si è già rimarginata, ma per raggiungere l'obiettivo finale, servirà un secolo o più".
Questo è ciò che accade se tutto va bene, ma oggi ci sono fattori che mettono in pericolo la rinascita naturale o "aiutata" dei boschi. "Il primo sono le specie invasive, come acacie o eucalipti, alberi molto ben adattati al fuoco, che possono occupare i terreni bruciati, crescendo anche di un paio di metri in pochi mesi" dice Michele Salis, ricercatore dell'Istituto di Bioeconomia del Cnr. "Il secondo fattore è l'abbandono di tanti territori agricoli e forestali, che ha aumentato la massa di materiale combustibile a disposizione delle fiamme. Il terzo è il mutamento climatico, con le sue temperature altissime, lunghe siccità e forti venti, che intensifica e moltiplica gli incendi e quindi il rischio che il fuoco raggiunga aree in genere non interessate dalle fiamme, come l'alta montagna, o che ripassi su aree bruciate pochi anni prima, impedendo alla vegetazione di riprendersi".
temperatura a 1.200 gradi.
E i boschi possono morire anche senza che ci siano ulteriori roghi. Scott Stephens, ecologo forestale dell'Università della California, ha notato che in quelli dello Stato americano percorsi da incendi negli anni scorsi sono apparsi numerosi buchi: sono causati dai lunghi periodi di siccità seguiti alle fiamme, che hanno impedito alle piante di rigenerarsi. "In effetti nel Sud Italia, su terreni ripetutamente percorsi dal fuoco, si cominciano a vedere le prime aree predesertificate" conferma Palmieri. "E c'è anche un altro fattore a preoccuparci: l'intensità delle fiamme. Io sono entrato in Forestale nel 1987 e non avevo mai visto roghi come i più recenti, per esempio quello nel parco del Vesuvio nel 2017, con fiamme alte decine di metri, che sviluppavano temperature di 1.200 gradi, in grado di incendiare nuovi alberi a decine di metri di distanza, e di far evaporare l'acqua lanciata dagli aerei prima ancora che questa le raggiungesse". Quando l'incendio è così estremo, fermarlo è quasi impossibile. E se questi roghi infernali diventeranno la norma, per quanto l'evoluzione abbia attrezzato le nostre foreste a riprendersi dopo le fiamme, il fuoco rischia veramente di metterle ko.
Sul Venerdì dell'8 ottobre 2021