Il romanzo della contessa di Castiglione
di Marco Cicala , di Marco CicalaMondanità, congiure, attentati, ideali, tradimenti, viaggi, fughe, trionfi, lutti, cadute, e una quantità di amanti più o meno celebri impossibile da censire. Certo, di materia ce n'è sempre parecchia, ma perché un nuovo libro sulla Mata Hari del Risorgimento? "Perché è un personaggio modernissimo! E su di lei resta ancora molto da scoprire" dice Benedetta Craveri. A Virginia Oldoini, coniugata Verasis, per tutti "la Contessa di Castiglione", ha dedicato un libro che si legge come una spy-story, un lungo pedinamento attraverso epoche, ambienti, luoghi, mentalità. "Stavolta è lei a parlare, con le sue lettere: un monologo di duemila pagine", spiega l'autrice. In La Contessa (Adelphi), si è allontanata dal suo terreno di predilezione, il Settecento francese, per indagare fra Torino, Roma, Parigi, snidando negli archivi documenti inediti, all'inseguimento "di una figura de…
Mondanità, congiure, attentati, ideali, tradimenti, viaggi, fughe, trionfi, lutti, cadute, e una quantità di amanti più o meno celebri impossibile da censire. Certo, di materia ce n'è sempre parecchia, ma perché un nuovo libro sulla Mata Hari del Risorgimento? "Perché è un personaggio modernissimo! E su di lei resta ancora molto da scoprire" dice Benedetta Craveri. A Virginia Oldoini, coniugata Verasis, per tutti "la Contessa di Castiglione", ha dedicato un libro che si legge come una spy-story, un lungo pedinamento attraverso epoche, ambienti, luoghi, mentalità. "Stavolta è lei a parlare, con le sue lettere: un monologo di duemila pagine", spiega l'autrice. In La Contessa (Adelphi), si è allontanata dal suo terreno di predilezione, il Settecento francese, per indagare fra Torino, Roma, Parigi, snidando negli archivi documenti inediti, all'inseguimento "di una figura destinata comunque a rimanere inafferrabile. Un enigma". Da qui il suo eterno appeal.
Al pari di un agente segreto, Virginia ebbe tante di quelle identità da rendere la propria un buco nero. Fin da ragazzina, in famiglia - nobile schiatta spezzino-fiorentina - s'era meritata più soprannomi della media: Ninny, Niny, Nini, Ninì, Bisisi o Nicchia, diminutivo al quadrato di "Virginicchia". Con talento da attrice consumata, la Contessa (1837-1899) si sarebbe alternata tra i ruoli: "allumeuse, donna del mistero, femme fatale, eminenza grigia"; tra i generi: "commedia brillante, melodramma, intreccio avventuroso, tragedia romantica"; e tra i registri: "rabbiosa, feroce, civetta, appassionata, malinconica". Un repertorio inesauribile.
L'istinto della libertà
Ma "l'amante del secolo" ricorre al fregolismo soprattutto per strapparsi al piatto destino gregario, ancillare, cui la società e i codici famigliari del tempo l'avrebbero altrimenti inchiodata. Libertà, indipendenza: è come se la ribelle Virginia ricentrasse su di sé le parole d'ordine della politica, gli afflati collettivi di un'epoca. "Voleva essere libera" scrive Benedetta Craveri. "La libertà era per lei, come per i gatti, un istinto insopprimibile. E a questo programma si sarebbe rigorosamente attenuta, fedele solo al volubile vessillo del suo io, all'insegna del motto I think for myself". Dissimulazione, seduzione, manipolazione si convertono così in arte, in strategia di resistenza nella lotta per il riconoscimento, per l'autoaffermazione.
La Contessa "è tra le prime donne a diventare famosa in quanto famosa" dice Craveri. E difatti qualcuno ce la presenta oggi come una specie di antesignana delle influencer. Paragone un po' ingeneroso. Dopotutto, piaccia o no, "la Castiglione" contribuì a fare la Storia. D'Italia e non solo. La sua carriera di "esca sessuale" si apre nel 1856 a Parigi, dove viene spedita in missione dal clan Savoia per convincere Napoleone III a sposare la causa dell'indipendenza italiana. "Réussissez... par les moyens qu'il vous plaira, mais réussissez", "Riuscite, con i mezzi che preferirete, ma riuscite", le ordinò notoriamente suo cugino Cavour, "il solo uomo che le abbia mai ispirato una qualche soggezione". E lei riuscirà. Altroché se riuscirà. Però mettendo su un coriaceo disincanto che sarà la sua cifra, la sua corazza.
"Il vecchio" e "il porco re"
Della corrispondenza - scritta in francese, italiano, o in una pirotecnica lingua meticcia che fonde le due - colpisce in particolare lo spietato sguardo radiografico gettato da Virginia sull'uomo, nel senso di "maschio": un puro congegno di pulsioni erotiche, pecuniarie, dominatrici. A farne le spese sono per primi i potenti. La Contessa li demolisce a colpi di scure o li trafigge di fioretto. Può permetterselo: ne ha conosciuto le miserie, li ha visti nudi. Nelle lettere, Napoleone III è "il Vecchio". A un certo punto, ritenendosi snobbata dall'Imperatore dei francesi, lei protesta, recrimina e sbotta: "Son più per le cattive che per le buone. Se non si ha da aver nulla a cosa serve questo abbassamento? Sarebbe molto più trionfante per lui (per trionfare su di lui bisognerebbe piuttosto) fargli vedere qu'on ne joue pas impunément avec une femme (che non si scherza impunemente con una donna). E non ci vuol molto a essere sur son passage (a stargli fra i piedi) e dargli sempre noia ... Coglione, se ne avrebbe a pentire... A cosa serve? Serve a levarmi una voglia e la ho al non plus ultra".
Quanto a Vittorio Emanuele II di Savoia, nelle missive è "il Porco re". O il Re porco, se corrisponde a verità il porno-ritratto che - ricamando, ma sulla base di radicati gossip - ne tracciava lo scrittore "scapigliato" Carlo Dossi: "Fu uno dei più illustri chiavatori contemporanei. Il suo budget segnava nella rubrica donne circa un milione e mezzo all'anno... Quando coitava, ruggiva come un leone". Le carte di "Nicchia" confermano quest'immagine belluina del "Padre della Patria": "Un satiro brutale, un energumeno, una bestia" commenta Craveri. "Ma è impressionante il tono con cui Virginia parla del sesso: come d'una cosa senza importanza, che non implica nessun impegno, che non è indizio o sintomo di niente. In una totale assenza di sentimentalismo, assai singolare per l'epoca, il sesso può essere capriccio, fuoco fatuo, divertimento, necessità effimera, transazione pratica o nel migliore dei casi libertinaggio gioioso, ludico. Un gioco, non una corvée. Ma quel che davvero conta è altro: gli affetti, le amicizie. Alle più profonde, lei rimase tutto sommato sempre fedele".
Disillusioni e insider trading
Resta l'interrogativo se in vita sua "la Castiglione" abbia mai amato qualcuno. L'impressione è che nell'èra romantica, durante la quale se ne straparlava, l'amore sia smascherato come un grande inganno, la truffa del secolo, o comunque come qualcosa di cui lei non può occuparsi, ha troppo da fare, da lottare per la propria libertà, da intrallazzare, tramare, speculare in borsa. "Grazie alle conoscenze, poteva muoversi sul mercato finanziario facendo quello che oggi chiameremmo insider trading. Eppure, per via del carattere impetuoso, non ebbe mai un occhiuto controllo del denaro, del proprio patrimonio. Sul finire, pensava di essere ridotta in miseria. Ma la vendita all'asta dei suoi beni dimostrò che non era esattamente così". Nella desertificazione dei sentimenti, "Nicchia" vive in conflitto con tutti: i genitori, il marito, il figlio, gli amanti. "In lei prevalgono a lungo il disprezzo, la rabbia, la durezza. Ma, più tardi, quando quelli che l'hanno amata cominciano a morire, Virginia se ne riappropria nel ricordo. Ha bisogno di loro per raccontarsi".
Ce l'hanno sempre dipinta come una cortigiana di lusso, però la nuova biografia ribalta quel cliché: la Contessa è usata dagli uomini, ma li sfrutta; ne viene scaricata, ma a sua volta li molla battendo cassa, esigendo congrue corresponsioni, e riuscendo a ottenerle perfino da quel gran taccagno di Vittorio Emanuele. A dispetto del cinismo e della disillusione antropologica che la contrassegnano, Virginia è una patriota palpitante. Antirepubblicana, monarchica convinta, si sente investita di una suprema missione storica, e si calerà nella parte fino ai limiti della mitomania. Il voluminoso narcisismo non le impedisce tuttavia di sviluppare un'acuminata capacità di analisi politica, e le sue manovre di diplomazia parallela si estenderanno oltre l'impegno per l'Italia-Nazione, ramificandosi carsiche fin nei retroscena della guerra franco-prussiana o della questione romana. A differenza delle amanti tradizionali, la Oldoini-Verasis "non se ne sta al suo posto. Tratta con sovrani e leader da pari a pari" sottolinea Benedetta Craveri.
La decadenza come show
L'egotismo sarà insieme il suo carburante e la sua rovina. "È sempre capace di reinventarsi, di rialzarsi dalle disgrazie, ma la sua furia di vivere è attraversata da una vena distruttiva. Virginia rompe molto di ciò che tocca". Vedi il caso dell'infelice figlio Giorgio, che le ruba carte compromettenti, scappa, ricatta la madre chiedendole in cambio l'emancipazione e la fetta a lui dovuta dell'eredità paterna, ma poi, raggiunto il compromesso, muore in Spagna, ucciso dal vaiolo a 24 anni. Finiti l'operetta, il melodramma: comincia la tragedia. La bellezza inizia a sfiorire, i vecchi sponsor politici a tirare le cuoia. La Contessa non gode più di protezioni eccellenti. In passato, accecata dall'ego, si è servita dei segreti di cui era depositaria con disinvoltura spericolata.Ma, adesso, quei segreti danno ancora fastidio o sono avvizziti insieme a lei? Nel dubbio, meglio farla fuori. Non fisicamente, come avverrebbe in un romanzo di spionaggio, ma tramite oblio.
Virginia viene messa in soffitta. È relegata a personaggio pittoresco, sex symbol di un'epoca che non c'è più. Però nel baule le rimane un'ultima maschera, un ultimo travestimento da indossare per l'estremo coup de théâtre. Uscendo di scena, la Contessa "trasforma la propria decadenza in spettacolo, in un grande show", ricorda Craveri. Come Greta Garbo sparisce. Ma aleggiando su Parigi nelle vesti di una diva spettrale. Si autoreclude in un mezzanino di Place Vendôme e lo arreda tutto di nero: muri, pavimenti, tappezzerie. Vive con le persiane sbarrate. Esce solo di notte. Confermando le preoccupazioni di sua madre, la quale aveva sempre temuto che nella ragazza riaffiorassero antiche tare ereditarie, Virginia affonda nella paranoia. Ha sempre altalenato tra esaltazione e depressione, ora però vede complotti ovunque, medita patetiche vendette. Ad ogni modo, troverà il tempo di concedersi per un'ultima volta agli obiettivi di Pierson, il fotografo che quando era nel fiore degli anni l'aveva ritratta in una serie di scatti a tutt'oggi leggendari. Con sprezzatura iconoclasta, degna d'una performer contemporanea, "Nicchia"si fa immortalare nei rutilanti costumi d'antan, ma sfatta, calva, i piedi gonfi, l'aria allucinata. Si congeda dal palcoscenico "con un atto di autoderisione masochistica" dice Craveri. Un atto che può essere interpretato come sberleffo conclusivo rivolto alla vanitas dei tempi. I suoi e magari pure i nostri.
Intanto, anche se male, l'Italia è fatta. Dall'illusione lirica degli slanci patriottici si è passati alla livida, ma giocoforza necessaria, prosa della politica politicante, degli accordicchi, della burocrazia, dell'affarismo, della corruzione. Quindi, chiedo a Craveri, la parabola della Contessa si chiude in una magnifica sconfitta? "E perché non in una magnifica vittoria, visto che siamo ancora qui a parlarne?".
Sul Venerdì dell'8 ottobre 2021