Václav Havel, presidente per allegria
di Raffaele Oriani , di Raffaele OrianiLa storia stava facendo il suo giro, un'aria nuova animava i vicoli di Malá Strana, Praga si scuoteva di dosso l'abulia degli ultimi decenni. Eppure l'uomo del momento osservava gli eventi con una punta di malinconia: "Il giorno della verità si avvicina, ma potremmo non vivere abbastanza per vederlo" confidò al giornalista inglese che cenava con lui da Rybarna, il prediletto ristorante di pesce. Era l'ottobre 1989: appena due mesi dopo Václav Havel veniva acclamato presidente della Repubblica, sancendo la fine della dittatura comunista in Cecoslovacchia. Michael Žantovský, che oggi dirige la Biblioteca Václav Havel di Praga dopo essere stato portavoce presidenziale e ambasciatore a Washington, condivise con Havel l'ebbrezza del trionfo, e il filetto di pesce di poche settimane prima: "Nessuno poteva prevedere che il regime sarebbe crollato così rapidamente" dice ora al Venerdì. "Ma se …
La storia stava facendo il suo giro, un'aria nuova animava i vicoli di Malá Strana, Praga si scuoteva di dosso l'abulia degli ultimi decenni. Eppure l'uomo del momento osservava gli eventi con una punta di malinconia: "Il giorno della verità si avvicina, ma potremmo non vivere abbastanza per vederlo" confidò al giornalista inglese che cenava con lui da Rybarna, il prediletto ristorante di pesce. Era l'ottobre 1989: appena due mesi dopo Václav Havel veniva acclamato presidente della Repubblica, sancendo la fine della dittatura comunista in Cecoslovacchia. Michael Žantovský, che oggi dirige la Biblioteca Václav Havel di Praga dopo essere stato portavoce presidenziale e ambasciatore a Washington, condivise con Havel l'ebbrezza del trionfo, e il filetto di pesce di poche settimane prima: "Nessuno poteva prevedere che il regime sarebbe crollato così rapidamente" dice ora al Venerdì. "Ma se la nostra rivoluzione fu pacifica e allegra è anche perché avevamo un leader che non sapeva odiare: anche in quei giorni frenetici i suoi slogan più gettonati furono 'Non siamo come loro' e 'Non cerchiamo vendette'".
A dieci anni dalla morte, esce in italiano il 5 ottobre per La nave di Teseo Havel. Una vita, la monumentale biografia che Žantovský ha dedicato al leader della Rivoluzione di Velluto: "Il nostro è stato un rapporto d'amore" mette subito in chiaro. Ma a esserne innamorati furono milioni di connazionali e centinaia di compagni di ventura: "Per quanto abbia cercato negli archivi non ho trovato traccia di una votazione che l'abbia incoronato leader del nostro movimento: semplicemente non poteva non esserlo".
Nell'autunno del 1989 Václav Havel è un drammaturgo dissidente con alle spalle cinque anni di galera, e una vita che ha alternato picchi di gloria, cadute in disgrazia e lavori di ogni sorta: "Dai mesi passati a far rotolare botti in un birrificio trasse ispirazione per una delle sue pièces" sorride Žantovský. Ma nella Praga di quegli anni curriculum del genere sono prodotti di massa. Cosa fa di Havel il perno attorno cui ruota la sollevazione di un intero Paese? "La sua leadership ha a che fare con il suo senso di responsabilità e con la tormentata storia della sua famiglia".
Il reietto d'élite
Václav Havel nasce nel 1936 nell'altissima borghesia praghese. Il padre è un tycoon immobiliare, la madre è figlia di un ministro, lo zio fonda praticamente dal nulla l'industria cinematografica ceca: "Cresce nell'agio in una casa piena di stimoli intellettuali. Poi, con il colpo di Stato comunista del 1948, la sua famiglia finisce in disgrazia e lui è esposto a ostracismi di ogni genere: è diventato leader anche per questo destino paradossale di reietto appartenente a un'élite". Vorrebbe frequentare l'Accademia dello spettacolo ma non può, vorrebbe studiare Lettere ma si ritrova iscritto a Economia dei trasporti. Ci prova, poi molla, entra a teatro da macchinista, ma come un sughero che non sa andare a fondo a nemmeno trent'anni è già il giovane drammaturgo più ricercato del Paese: "Quando mise in scena la sua Festa agreste io ero solo un ragazzino, ma ricordo che per sette o otto volte mi mischiai alla folla per vedere quello spettacolo che metteva alla berlina il sistema totalitario e burocratico che ci circondava". È l'"anomalia sismica" degli anni Sessanta, in cui a Praga la creatività artistica sembra uno sfrenato preludio di libertà politica. Da lì nasce la Primavera, ma dietro l'angolo ci sono i carri armati.
Quando i sovietici impongono la loro normalizzazione, Havel potrebbe lasciare il Paese ma decide di restare. Non tutti lo fanno: "Dopo l'invasione, a Milan Kundera che esaltava la Primavera come un momento sublime dello spirito umano, Havel rispose che non c'era nulla di straordinario nel pretendere cose che in mezza Europa erano la pura normalità. Invece di autocelebrarsi, bisognava rimettersi al lavoro per ottenerle". Havel riprese presto il filo della fatica, Kundera preferì trasferirsi in Francia: "Non si sono mai riconciliati" dice ora Žantovský. "Quando nel marzo 1990 andammo a Parigi per uno dei primi viaggi presidenziali, provammo a organizzare un incontro. Ma proprio in quei giorni Kundera se ne era volato in Islanda".
Dall'estero si danno da fare in tanti, ma il leader è quello che resta: "Come migliaia di cechi, negli anni Settanta Havel si concede l'unico esilio di una casa di campagna in cui ritirarsi con la moglie, gli amici o le amanti". Tra fiumi di birra, migliaia di sigarette e più di qualche canna, è nel buen retiro di Hrádecek che nascono le più importanti iniziative contro la "fine della storia" imposta dal regime comunista: i vertici del Partito tendono ad abbozzare, vorrebbero "sopire e troncare" ma all'ennesima petizione reagiscono condannando il drammaturgo a quattro anni e mezzo di carcere. A meno che... a meno che non se ne vada a far teatro in America. Havel ci pensa, ripensa, strapensa, ma rifiuta: "Già anni prima era stato in prigione, e ne era uscito quasi subito grazie all'impegno a mollare la lotta politica" ricorda Žantovský. "Tornato in libertà, si vergognò talmente tanto di quel cedimento che cercò in tutti modi una seconda chance per resistere alla prova". È anche così che si formano i leader: il 29 maggio 1979 Havel entra in carcere come dissidente, l'8 febbraio 1983 ne esce come guida della dissidenza. Sette anni dopo verrà eletto primo presidente della Cecoslovacchia non più comunista.
Sigarette alla Casa Bianca
La biografia di Žantovský copre un arco di vita ultradecennale con minuziosità quasi quotidiana. Ma si può essere bravi biografi senza perdere l'allegria. Esilarante è la scena del vecchio agente comunista che, dovendo pedinare Havel, gli chiede se può cortesemente aspettare a entrare in sauna perché lui, essendo cardiopatico, ha bisogno di essere sostituito. Memorabile il duo tabagista Václav Havel - Lech Walesa, entrambi ex dissidenti ed entrambi neopresidenti, in visita da Bill Clinton in una Casa Bianca in cui già negli anni Novanta è severamente vietato fumare. Riflessione, determinazione e buonumore sembrano gli ingredienti principali della vicenda umana e politica raccontata in queste pagine.
A fine 1989 Havel accetta la presidenza a condizione di non salire solo al Castello: nasce così il "sacco di pulci", ovvero la sua personale scorta di amici diventati consiglieri. Žantovský è uno di loro: "Senza amicizia non ce l'avremmo fatta" assicura. "Era tutto terribilmente stressante e paurosamente fragile: non dormivamo quasi mai, e ogni mattina Havel apriva la riunione chiedendo beffardo: "Nessun colpo di Stato stanotte?"". Bisogna convertire il sistema economico, far attecchire la democrazia, governare la deriva che sta portando la Cecoslovacchia a dividersi in Cechia e Slovacchia. E poi i viaggi, tanti viaggi al di qua e al di là dell'Atlantico: "Quando Havel decolla verso la Germania per la sua prima visita da presidente, sono più di vent'anni che non mette piede fuori dalla Cecoslovacchia. E noi con lui: quel volo Praga-Berlino fu incredibilmente pieno di imbucati, sembravamo una banda di groupies più che un seguito presidenziale".
Fine dell'idillio
Ma l'euforia svapora in fretta. Gli anni della presidenza furono funestati da continue polemiche politiche, e soprattutto dalla morte di Olga Havlová, amatissima first lady che era diventata l'ultima spiaggia di ogni situazione emergenziale: "Si capiva che la questione era seria quando il presidente cominciava a chiedere: 'Dov'è Olga?'". Il loro "non fu un matrimonio convenzionale", dice Žantovský, e l'esuberante rapporto tra Havel e le donne - come più in generale "la questione della promiscuità coniugal-sessuale del dissenso praghese" - forma quasi un libro nel libro di questa poderosa biografia.
Ma non erano più gli anni di Hrádecek. La gente comune non perdonò al presidente il secondo matrimonio a pochi mesi dalla morte di Olga, e non gli perdonò tante altre cose: "Improvvisamente i suoi richiami etici cominciarono a suonare ipocriti, petulanti e fuori fase rispetto alla nuova frenesia capitalista". Si era logorato il velluto, era finita la festa. Ma cosa direbbe Václav Havel della Cechia di oggi? "Probabilmente che siamo riusciti a diventare europei come gli altri, ma non a essere migliori degli altri". Chissà se si poteva fare di meglio: una sola volta Žantovský scrive che a Praga la vita era bella e il futuro roseo. Parla degli anni 60. C'era ancora la dittatura. Ma stava iniziando questa storia.
Sul Venerdì del 1° ottobre 2021