Dimenticare Guantanamo a Cagliari
di Laura Silvia Battaglia , di Laura Silvia BattagliaCAGLIARI. Lo chiamavano Idris al Yemeni o Idris al Jeddawi, ossia Idris lo yemenita, o anche Idris da Jedda, per indicare la città saudita dove aveva vissuto di più: venti anni fa questi erano solo due dei sette soprannomi di battaglia di Fayz. Nessuno oggi immaginerebbe che quest'uomo glabro, sportivo e sorridente, che fa jogging, va al centro commerciale e nuota nel mare di Cagliari, sia stato il prigioniero numero 000153 del carcere americano di massima sicurezza di Guantanamo, a Cuba.
Quarantasette anni, di nazionalità yemenita, Fayz è uno dei 741 ex detenuti di Guantanamo, ritenuti dopo l'attentato dell'11 settembre prima qaedisti pericolosi, poi considerati non più utili dall'amministrazione americana ai fini di fornire informazioni rilevanti sull'organizzazione terroristica dopo avere trascorso 14 anni di reclusione.
Mai dichiarato colpevole, ma nemmeno mai dichiarato innocente, Fayz Ahmad Yahia Suleiman vive in un l…
CAGLIARI. Lo chiamavano Idris al Yemeni o Idris al Jeddawi, ossia Idris lo yemenita, o anche Idris da Jedda, per indicare la città saudita dove aveva vissuto di più: venti anni fa questi erano solo due dei sette soprannomi di battaglia di Fayz. Nessuno oggi immaginerebbe che quest'uomo glabro, sportivo e sorridente, che fa jogging, va al centro commerciale e nuota nel mare di Cagliari, sia stato il prigioniero numero 000153 del carcere americano di massima sicurezza di Guantanamo, a Cuba.
Quarantasette anni, di nazionalità yemenita, Fayz è uno dei 741 ex detenuti di Guantanamo, ritenuti dopo l'attentato dell'11 settembre prima qaedisti pericolosi, poi considerati non più utili dall'amministrazione americana ai fini di fornire informazioni rilevanti sull'organizzazione terroristica dopo avere trascorso 14 anni di reclusione.
Mai dichiarato colpevole, ma nemmeno mai dichiarato innocente, Fayz Ahmad Yahia Suleiman vive in un limbo perpetuo: quello di chi, una volta uscito dalla prigione di Guantanamo, diventa cittadino libero ma solo dopo cinque anni dal rilascio effettivo, che nel suo caso avvenne nel 2015. Da allora Fayz ha seguito un programma di rieducazione e reinserimento sociale a carico degli Usa e con la disponibilità logistica dei Paesi della Nato. L'Italia accettò di farsene carico nel 2009, quando ancora era detenuto a Guantanamo, durante la presidenza Berlusconi, con il ministro Franco Frattini alla Farnesina. Dal 2016, non potendo essere essere ricollocato nello Yemen in guerra (non erano garantiti i requisiti minimi di controllo e sicurezza richiesti dagli Stati Uniti), vive in Sardegna. Qui ha frequentato un corso di italiano e oggi si guadagna da vivere come badante iniziando, forse, a immaginare un futuro. Lo incontriamo al Poetto di Cagliari, davanti alle saline. Un tappeto di aironi stazionanti nell'acqua gli risvegliano l'unico ricordo positivo di Guantanamo, quello che - lui dice - "mi ha dato la forza di restare vivo per 14 anni, soprattutto dopo il trasferimento dalla zona più dura del carcere, quella in cui eravamo vestiti con la tuta arancione e vivevamo in una scatola di acciaio, a quella in cui ci vestivano di bianco, e potevamo stare in una cella quasi normale".
Scusi, in che senso il mare e gli aironi le ricordano Guantanamo?
"Mi prendevo cura dei piccioni che si avvicinavano alle grate della mia cella. Mi davano un senso di pace e perdono. Avevo iniziato a dare loro il mio cibo fino a che non si sono fidati. Facevo i nidi con le scatole di cartone, vicino al bagno della cella. I responsabili della sicurezza si sentivano a disagio perché davo il mio cibo agli uccelli. Ma così mi veniva anche più semplice fare lo sciopero della fame. L'ho fatto tante volte. Anche qui trovo una certa pace, ma solo quando sta per arrivare la notte".
"Alcuni agenti della Cia venivano e ci torturavano. Ci picchiavano forte, colpendoci sulla schiena e sul corpo, anche se gridavi non si fermavano. Ci mettevano paura con cani feroci che ringhiavano davanti a noi, in catene, nudi. Oppure due soldati contemporaneamente ci puntavano due pistole alle tempie. Minacciavano anche di farci sedere sulle fiamme vive. Ma non erano tutti così, e comunque questo gruppo piccolo di persone non rappresenta gli americani. La cattiveria, come anche la bontà, non ha etichette".
E come sono i qaedisti? Rappresentano i musulmani?
"Non rappresentano né i musulmani né l'Islam. La loro agenda è soprattutto politica e militare. Sono convinti di essere nel giusto, così come lo erano gli agenti di Guantanamo. Anche io ho sbagliato, ma mi sono pentito: non voglio essere mai più strumento involontario di chi ha perseguito disegni più grandi di quanto potessi immaginare".
Lei è stato accusato di essere l'artificiere di al-Qaeda a Tora Bora, in Afghanistan, "il fuochista di Bin Laden". In Yemen e poi in Arabia Saudita ha lavorato in un'azienda farmaceutica. Nel dicembre 2001 l'arresto in Pakistan, dopo avere attraversato il confine con l'Afghanistan.
"Le accuse sono false, mai stato in Afghanistan. E non so nulla di preparazioni chimiche applicate alla guerra. Quello che un teste ha detto di me in Pakistan è falso e infatti tutte le sue testimonianze, che hanno incriminato molti, alla fine sono state considerate inattendibili dalla Cia".
Però lei è stato anche imam della moschea dell'aeroporto di Jedda, un lavoro che le aveva trovato Abdullah Al-Ghamidi, finanziatore e reclutatore di al-Qaeda.
"Ho studiato Scienze islamiche, questo sì, ma non sono mai stato un estremista. Praticavo e predicavo un Islam rigido e tradizionale, come si fa in Arabia Saudita, ma senza alcun ruolo nell'organizzazione".
Fayz, dunque, in qualche modo ammette di essere stato un simpatizzante della causa, ma ha sempre negato, e continua a negare, di avere avuto relazioni dirette con figure di spicco di al-Qaeda.
Nega anche di avere saputo qualcosa sul piano di attacco alle Torri Gemelle?
"Non ho mai saputo di un possibile attacco alle Torri Gemelle. Ma anche altri detenuti di Guantanamo non ne avevano mai sentito parlare".
Si tiene informato? Sa che i talebani si sono ripresi l'Afghanistan?
"Non seguo la politica, non guardo le notizie. Ogni tanto ne parlo con la mia insegnante di italiano. Ma sono già così tanto impegnato a galleggiare nella vita di ogni giorno che non ho né il tempo né la voglia di appassionarmi a ciò che accade lontano da me".
Come si guadagna da vivere?
"Ho fatto per un po' le pulizie in casa di una famiglia. Adesso mi occupo di un'anziana, sono il suo badante. La famiglia sa che ho un passato duro, che sono stato in prigione, ma non mi fa domande. Mi piace lavorare con gli anziani , vorrei iscrivermi al corso per operatore socio-sanitario".
Qual è la difficoltà maggiore che affronta in questa nuova vita?
"Le torture non si dimenticano. E il rischio è di volersi vendicare... Non è il mio caso. Se potessi tornare indietro, l'unica cosa che farei è restare con la mia famiglia in Yemen. Con mio padre e mia madre: mi pento di averli lasciati allora per perseguire sogni di gloria in Arabia Saudita, per assecondare le aspirazioni di un ragazzo che desiderava navigare in un mare più grande, che voleva fare soldi e conquistare una posizione sociale. Ma quando non pensi più al passato, e guardi avanti, senti il bisogno di una famiglia tua, di un'amicizia vera, di un amore. Ma come si fa? Come fai a dire a qualcuno, a una donna soprattutto, del tuo passato? Ci vogliono troppo amore e troppa fiducia per accettarlo. La verità è che non può esistere una vita normale per un ex prigioniero di Guantanamo. Resti sempre lì, bloccato in quelle lamiere accecanti. Non ti puoi più liberare da quella luce".
Sul Venerdì dell'8 ottobre 2021