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Viaggio al termine dell'Unione Sovietica

La stele di Pyramiden con ai piedi l’ultimo carrello di carbone estratto (Maurizio Malabruzzi)
 
Un villaggio minerario socialista costruito al Polo Nord e poi abbandonato. Oggi una decina di russi è tornata a viverci. Nel ricordo di Lenin. Benvenuti a Pyramiden   
3 minuti di lettura

ISOLE SVALBARD. Al 78° parallelo nord tutto può accadere. Anche di entrare in una sorta di stargate spazio/temporale/politico. Qui infatti resiste, in territorio norvegese, una piccola enclave sovietica, una miniera ormai in disuso, custodita gelosamente ancora oggi dai russi: Pyramiden.

Nata sul grande Isfjord vicino al ghiacciaio Nordenskjoldbree nell’isola di Spitsbergen, nelle Svalbard, per  decenni ha vissuto nel sogno dell’autosufficienza che il comunismo aveva decretato nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Definitivamente abbandonata nel 1998, dopo la rivoluzione intrapresa anni prima da Michail Gorbaciov, oggi è una città fantasma.

Il fronte del ghiacciaio Nordenskjøldbree a Spitsbergen, l’isola più estesa delle Svalbard (Maurizio Malabruzzi) 

Dopo una navigazione di qualche ora da Longbayern, la c…

ISOLE SVALBARD. Al 78° parallelo nord tutto può accadere. Anche di entrare in una sorta di stargate spazio/temporale/politico. Qui infatti resiste, in territorio norvegese, una piccola enclave sovietica, una miniera ormai in disuso, custodita gelosamente ancora oggi dai russi: Pyramiden.

Nata sul grande Isfjord vicino al ghiacciaio Nordenskjoldbree nell’isola di Spitsbergen, nelle Svalbard, per  decenni ha vissuto nel sogno dell’autosufficienza che il comunismo aveva decretato nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Definitivamente abbandonata nel 1998, dopo la rivoluzione intrapresa anni prima da Michail Gorbaciov, oggi è una città fantasma.

Il fronte del ghiacciaio Nordenskjøldbree a Spitsbergen, l’isola più estesa delle Svalbard (Maurizio Malabruzzi) 

Dopo una navigazione di qualche ora da Longbayern, la capitale delle isole Svalbard, si inizia a vedere la costa brulla senza nessuna vegetazione, la silhouette di una gru, le vecchie strutture minerarie ormai in disuso, la montagna a forma di piramide che sovrasta e protegge... E la grande scritta “Pyramiden”. Ci siamo. Ecco la città fantasma, un pontile in legno mal ridotto sarà il nostro prossimo attracco, di fronte la vista del grande fiordo del Nord generalmente bloccato dal ghiaccio. Una guida col fucile sulle spalle è lì ad attendere. Siamo in Norvegia ma so che il russo è gradito.

In questi giorni col sole alto all’orizzonte anche a mezzanotte ci saranno meno di una decina di persone. Sono russi, vivono qui per qualche mese l’anno e prestano servizio gratuitamente. Cercano di raccontare quello che avveniva in questa miniera così atipica, forzando sull’aspetto dell’autonomia vitale garantita dai Paesi socialisti.

Carbone e Kgb

Pyramiden è passata di mano nel corso degli anni dai norvegesi ai russi, dai russi ai norvegesi, e poi agli svedesi e alla fine è tornata ai russi che dopo averla acquistata l’hanno radicalmente trasformata e in qualche modo urbanizzata. Le isole Svalbard dalla Prima guerra mondiale appartengono alla Norvegia, ma di fatto sono una terra di nessuno e i russi “vicini di casa” presero possesso della miniera di Pyramiden e di quella di Barentsburg poco distante; oggi sono demilitarizzate, ma la loro posizione in cima al mondo ha giocato un ruolo significativo per la presenza della Russia, tanto che durante gli anni della Guerra fredda tutti sapevano che era pronta a occupare questa zona di mondo. Perché in fondo dalla miniera i russi non ricavarono mai un profitto considerevole, ma certamente una scusa valida per la loro presenza. Si dice che ci fosse anche una sede del Kgb.

Come un film di Tarkovsky

Costruirono velocemente nuclei abitativi divisi equamente per gli uomini, le donne e le famiglie, aggiunsero una bellissima serra dove coltivare le verdure e i tulipani, una enorme fattoria coperta per l’allevamento di animali, la centrale elettrica, una Casa della cultura per i minatori, una piscina di 25 metri e poi un cinema, una libreria, una palestra e veramente tutto quello che poteva servire per gestire un piccolo territorio ai limiti del Polo Nord. I volontari tengono a specificare che c’è stata negli anni qualche nascita, ma che mai nessuno è morto qui. Non dicono dei 130 abitanti che persero la vita nel 1996, nell’incidente aereo del volo charter Vnukovo Airlines 2801: stavano rientrando da Mosca al villaggio, si schiantarono sulla montagna di Operafjellet.

L’alta stele rossa e blu, sormontata da una  brillante stella d’argento, poco distante dalla banchina di attracco, ricorda che questo è un posto fermo nel tempo: ci sono i fiori secchi, la cucina con i vassoi ancora sporchi, la piscina ormai svuotata, le pareti rivestite con una carta a fiori definitivamente scolorita. La memoria di quel che è stata l’Urss. Dopo anni di abbandono, ormai sembra di stare in una sorta di parco a tema ricostruito alla perfezione. Evgeny, la guida, dice che da qualche tempo qualcuno è tornato, ma oggi non superano la decina le persone che hanno deciso di vivere qui per qualche mese, fondamentalmente per aiutare il piccolo turismo che si sta iniziando ad affacciare.

La sala di ricreazione nella Casa della cultura (Maurizio Malabruzzi) 

Nel periodo migliore qui abitavano un migliaio di minatori e le loro famiglie. Per loro è stato costruito molto, anche un cinema, un centinaio di sedute in legno, un piccolo palco, poche luci e ancora oggi a disposizione 200 pellicole. Tra tutti i film che vengono proiettati, i più richiesti sono quelli di Tarkovski. Una fumata nera da una costruzione centrale indica che il generatore di corrente, utilizzato dai pochi abitanti e turisti, è ancora funzionante.  Tutte le strade sono pedonali, non girano auto da queste parti, ma solo truck o pesanti mezzi industriali su un’apposita carreggiata.

La miniera su nelle colline è stata abbandonata, il carbone non viene più estratto, i carrelli con le scritte in cirillico sono lì in bella vista su binari arrugginiti, in mezzo al grande piazzale centrale c’è ancora un busto di Lenin che guarda con orgoglio questa spianata con lo sfondo del ghiacciaio Nordenskjoldbree. Un altro è in una stanzetta piena di polvere, incartato nel cellophane. Salendo delle scale ornamentali mi trovo in un refettorio con le piante secche sui davanzali e un enorme mosaico azzurro. Davanti alla scala che porta alla piscina c’è ancora la scrivania del custode con l’agenda aperta a un giorno imprecisato del 1997.  Per il resto pagine vuote. Non c’è musica, non c’è rumore, solo il vento che porta aria fredda. S’intuisce come poteva esser vivere ai limiti del Polo Nord con sei mesi di sole e sei mesi di buio, lavorando nel fondo di una miniera. 

Prima di risalire sulla nave che mi riporterà al presente chiedo alla guida se il fucile che ha portato in spalla per tutto il tragitto sia soltanto una scena per i turisti. Mette una mano in tasca ed estrae un caricatore con sei proiettili di grosso calibro. Dice: «Qui nulla è per finta. Cerco di non spaventare le persone ma ci sono orsi che vanno allontanati velocemente prima che attacchino». Ecco, Pyramiden è anche questo.

Sul Venerdì dell'8 ottobre 2021