Fotografo questi muri dunque esisto
di Linda Caglioni , di Linda Caglionidel prestigioso Global Peace Photo Award 2021
Shabana Zahir ricorda ancora oggi una delle prime fotografie che ha scattato. A spronarla era stata un’amica di infanzia, quando ancora viveva con la sua famiglia a Baghlan, nel nord dell’Afghanistan. Le aveva chiesto di fissare il suo volto attraverso l’obiettivo. «Quando riguardai l’immagine che avevo fatto rimasi scioccata. Mi accorsi che i suoi occhi mi parlavano, mi chiedevano aiuto. Dopo di allora non ho più voluto fare foto». E così è stato. Almeno finché guardare la realtà attraverso la macchina fotografica non si è trasformato per la poco più che ventenne Shabana, da due anni profuga in Grecia, in una forma di resistenza.
Tra i container e le tende infangate del campo di Diavata, nell’entroterra di Salonicco, scattare ha significato per lei ricacciare indietro l’immobilità di giornate tutte uguali. Un…
Shabana Zahir ricorda ancora oggi una delle prime fotografie che ha scattato. A spronarla era stata un’amica di infanzia, quando ancora viveva con la sua famiglia a Baghlan, nel nord dell’Afghanistan. Le aveva chiesto di fissare il suo volto attraverso l’obiettivo. «Quando riguardai l’immagine che avevo fatto rimasi scioccata. Mi accorsi che i suoi occhi mi parlavano, mi chiedevano aiuto. Dopo di allora non ho più voluto fare foto». E così è stato. Almeno finché guardare la realtà attraverso la macchina fotografica non si è trasformato per la poco più che ventenne Shabana, da due anni profuga in Grecia, in una forma di resistenza.
Tra i container e le tende infangate del campo di Diavata, nell’entroterra di Salonicco, scattare ha significato per lei ricacciare indietro l’immobilità di giornate tutte uguali. Una lotta artistica che l’ha portata a essere tra i cinque vincitori del Global Peace Photo Award 2021, il premio promosso da molte realtà tra cui Unesco e International Press Institute. Scelte tra oltre 16mila lavori arrivati da tutto il mondo, le fotografie del portfolio Our journey, che porta il suo nome, sono frutto di un lavoro di squadra, sviluppato con le donne profughe che hanno frequentato insieme a lei la scuola di fotografia nata un anno fa nel campo di Diavata, su iniziativa di Mattia Bidoli, referente dell’associazione di volontariato Una mano per un sorriso - for children in collaborazione con l’ong Qrt. È infatti l’idea di gruppo a guidare il districarsi del suo racconto.
Shabana, che raggiungiamo al telefono tra le tende del campo, non riesce a rinunciare all’uso del plurale nel descrivere la gioia provata di fronte alla notizia dell’inaspettata vittoria. Ma usa il “noi” anche quando tenta di trasmettere la delusione sopraggiunta nel realizzare che, a causa dello status attuale di richiedenti asilo, nessuna di loro avrebbe potuto salire su un aereo per Vienna per partecipare alla cerimonia. «Abbiamo vinto ma è come se non avessimo vinto. Che senso ha ricevere un premio se non siamo nemmeno libere di andare lì a parlare? Questa non è libertà» ci racconta Shabana facendo uso di un inglese appreso in tanti anni di partenze e arrivi precari: «Purtroppo o per fortuna ora mi trovo in Europa e, nonostante il traguardo che abbiamo raggiunto, la gente ci vede ancora come povere profughe. Ma io non mi fermerò, noi non ci fermeremo. Combatteremo con le nostre foto. Siamo e saremo insieme».
L’attesa in un container
Quando lo scorso 21 settembre, nella serata della premiazione, il suo nome è riverberato nitido tra le mura eleganti del palazzo del Parlamento di Vienna, lei era relegata tra altre mura, quelle che ha fotografato e che delimitano i pochi metri quadrati del container che condivide con la madre e i fratelli. Come sempre sospesa, in attesa che qualcosa accada.
«Nel campo profughi sono sempre sdraiata a letto, con la sensazione di non riuscire più a respirare. Aspetto l’esito dell’intervista per i richiedenti asilo, aspetto di potermene andare da qui. La fotografia, però, mi chiama e mi spinge a uscire». Quando ha saputo della presenza nel campo del fotografo e volontario Mattia Bidoli, Shabana era scettica. «Pensavo fosse come gli altri, che vengono qui a ritrarci come dei poveretti senza sapere niente di noi. Invece lui è rimasto. Mi ha insegnato che con la fotografia posso parlare senza dire una parola. Posso farmi ascoltare anche da chi, come i governanti, non vuole farlo. Se scatto sento di avere il potere di guardare il mondo, di lasciare da parte tutta la tristezza della mia vita e mostrarmi finalmente per ciò che sono: un essere umano».
Proprio nei mesi in cui nel suo Paese i talebani riducevano quasi a zero le attività concesse alle donne, Shabana imparava a fare della macchina fotografica un’arma di conoscenza, strumento contro paura e silenzio. L’ossigeno che sentiva venir meno quando se ne stava chiusa nel suo container, l’ha recuperato tutto nel magazzino-scuola organizzata per lei e le altre studentesse, oltre una ventina di donne tra i 14 e i 34 anni provenienti dal Medio Oriente. «Abbiamo lavorato insieme ai nostri progetti per un anno, sotto la neve, con la pioggia o il sole cocente. Durante il lockdown, quando la polizia ci obbligava a non spostarci, abbiamo aperto un buco nella rete per poter andare a lezione di fotografia. Ci siamo inventate ogni scusa possibile per aggirare i controlli. A volte dicevamo che avevamo un’urgenza e che dovevamo andare in ospedale pur di andare a lezione». Nella sua breve vita, l’unica esperienza lavorativa che abbia maturato corrisponde a quella di barista, mansione svolta quando, in fuga con la famiglia, restò incastrata in Turchia e dovette trovare un’occupazione per racimolare i soldi con cui proseguire il viaggio. «Prima di quest’esperienza non ho mai saputo cosa avrei voluto fare. Ma ora lo so, voglio fare la fotografa. Quando ho mostrato a mia madre i miei lavori mi ha detto che mi appoggerà. E che mi aiuterà a realizzare il mio sogno».
Sul Venerdì del 15 ottobre 2021