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Una magia disturbante e molto antifascista

Cagnaccio di San Pietro, Dopo l’orgia, 1928 olio su tela, collezione privata (Mondadori Portfolio/ Electa/ Luca Carrà) 
SPECIALE ARTE  Altro che fuga dal quotidiano: i dipinti rarefatti e sognanti di artisti come Casorati, Donghi o Cagnaccio di San Pietro, in mostra a Milano, si opponevano al machismo e alla retorica del regime
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Realismo e magia. Non sono opposti. Sono due facce dello stesso specchio. Non fatevi ingannare dai ritratti lisci, puliti, assomiglianti, diceva Luigi Bartolini davanti ai dipinti equivoci dell'amico Antonio Donghi: "Qui è l'illusione, qui sta il trucco". E infatti, dietro ogni gesto, c'è un'allusione. Dietro ogni oggetto, un simbolo. Le verità nascoste. Con tutta la sua calma apparente, i suoi moti rarefatti e l'aria immobile, il movimento del Realismo magico ha ipnotizzato un capitolo dell'arte italiana che, sullo sfondo del Ventennio, lo ha erroneamente classificato come una fuga dal quotidiano nel sogno, un'evasione dai lacci del regime. In verità ogni scena, a pelle cristallina, mirava a inzuccherare riflessioni acute sui drammi dell'epoca, innescando analisi taglienti sui temi eterni dell'identità, del silenzio, dell'inquietudine. La grande mostra che Palazzo Reale a Milano dedica ai maestri di …

Realismo e magia. Non sono opposti. Sono due facce dello stesso specchio. Non fatevi ingannare dai ritratti lisci, puliti, assomiglianti, diceva Luigi Bartolini davanti ai dipinti equivoci dell'amico Antonio Donghi: "Qui è l'illusione, qui sta il trucco". E infatti, dietro ogni gesto, c'è un'allusione. Dietro ogni oggetto, un simbolo. Le verità nascoste. Con tutta la sua calma apparente, i suoi moti rarefatti e l'aria immobile, il movimento del Realismo magico ha ipnotizzato un capitolo dell'arte italiana che, sullo sfondo del Ventennio, lo ha erroneamente classificato come una fuga dal quotidiano nel sogno, un'evasione dai lacci del regime. In verità ogni scena, a pelle cristallina, mirava a inzuccherare riflessioni acute sui drammi dell'epoca, innescando analisi taglienti sui temi eterni dell'identità, del silenzio, dell'inquietudine. La grande mostra che Palazzo Reale a Milano dedica ai maestri di questa (contro)tendenza rimette a posto le carte sul tavolo della storia, indagando l'anima contestataria di nomi che hanno indorato la pillola della protesta.

Ottanta pezzi messi in fila dai curatori Gabriella Belli e Valerio Terraroli accompagnano per mano il visitatore fra le pieghe di un mondo sinistro dove nulla è ciò che sembra. Ecco allora pranzi borghesi refrigerati dall'ombra lunga di un presagio. Ritratti di bimbe dagli sguardi attoniti. Amanti senza erotismo, giocolieri senza birilli, intellettuali senza ricordi. L'assenza di felicità è enfatizzata da una luce lunare che inzuppa le stanze di un mistero disturbante.

Antonio Donghi, Donna al caffè, 1931, olio su tela, Venezia, Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna (© Antonio Donghi by Siae 2021) 

"Ogni narrazione è bloccata in situazioni che rivelano una vita inspiegabile" commenta Terraroli, che fa un confronto con la parallela esperienza tedesca della Nuova oggettività. Sul fronte italiano spiccano pilastri come Donghi, Casorati, Cagnaccio di San Pietro. In Germania lottano Dix e Grosz, capofila dell'accusa più ferina, e il più infido Christian Schad con le sue ladies in black stregate dall'ansietà. "Condividono tutti la stessa necessità di opporsi alle dittature, ma i tedeschi lo fanno aggrappandosi a quel feroce sarcasmo che arriva a deformare corpi e volti. Gli italiani sono più lirici ma non meno violenti nelle accuse celate in sottotraccia".

La prova provata è il capolavoro di Cagnaccio, dal titolo già allusivo, Dopo l'orgia. Immerse in un sonno profondo tre donne nude dormono su tappeti, circondate da indizi enigmatici. Coppe rovesciate, carte da gioco, un cappello con guanti da uomo e, soprattutto, un polsino con gemello decorato dal fascio littorio. Così il maestro di Desenzano - antifascista e futuro partigiano, che scelse uno pseudonimo mordente (Cagnaccio) al posto del suo pacifico Natalino - colpiva al cuore il moralismo del regime "in modo sottile, non certo con l'irruenza che avrebbe usato Dix, ma ugualmente efficace". Tanto da essere respinto dalla giuria della Biennale del '28 presieduta da Margherita Sarfatti, musa del duce e fondatrice del movimento Novecento, strumento estetico potente per la propaganda del ventennio. Quanto al rapporto fra Novecento e Realismo magico, la mostra chiarisce le due diverse posizioni. Mentre il gruppo della Sarfatti recuperava i grandi classici italiani, da Giotto al Rinascimento, per giustificare con l'ordine aureo del passato i crimini del presente, "la piccola pattuglia dei realisti rispose al trionfo del machismo fascista, alle iconografie retoriche delle famiglie feconde e dei costruttori, rifugiandosi in un sogno melanconico". Ma rivelatore.

Casorati bevve alle fonti della Secessione viennese di Klimt, da cui trasse la sua linea elegantissima, arrivando a citare nei ritratti, come la splendida Silvana Cenni, le prospettive di Mantegna e le Madonne perfette di Piero della Francesca. Altri nomi come Achille Funi o Mario Broglio mescolarono scene di vita quotidiana e arcaismo quattrocentesco. Il Ritratto della moglie di Oppi graffia e morde dentro la cornice. Carlo Carrà sfiorò l'anima del movimento con il suo Pino sul mare, giottesco fino al midollo. Donghi, "il pittore che fuggiva il vento", è un Vermeer in salsa diabolica. La sua bella Margherita ha qualcosa che non va. "È la mancanza d'aria!" diceva il poeta Leonardo Sinisgalli. "La stessa che conserva i frutti o i cadaveri che altrimenti finirebbero in cenere".

Speciale Arte sul Venerdì del 15 ottobre 2021