Viva Zapata! Firmato John Steinbeck
di Pino Cacucci , di Pino CacucciUna sera di aprile del 1948 il biologo Ed Ricketts chiuse il laboratorio in Cannery Row a Monterey e mise in moto la vecchia auto che stentava sempre a partire. Risalì la collina lungo la strada che incrociava la ferrovia. Un percorso fatto innumerevoli volte. Forse il rumore del motore scassato, forse l'incerta luce del crepuscolo, e il magazzino di lamiera che ostruiva la visuale... Il Del Monte Express che ogni sera transitava da San Francisco lo investì in pieno.
Era il miglior amico di John Steinbeck, che dedicò le prime pagine del Diario di bordo dal Mare di Cortez alla cronaca di quella morte assurda e al ricordo dell'uomo con cui aveva fatto il fatidico viaggio lungo le coste della Baja, la California ancora messicana, dopo che gli Stati Uniti nel 1848 si erano presi la parte settentrionale ricca e fertile, tracciando una riga fino al Texas e imponendo quella che sarebbe diventata la Frontiera per antonomasia. A dividere non solo due grandi Paesi …
Una sera di aprile del 1948 il biologo Ed Ricketts chiuse il laboratorio in Cannery Row a Monterey e mise in moto la vecchia auto che stentava sempre a partire. Risalì la collina lungo la strada che incrociava la ferrovia. Un percorso fatto innumerevoli volte. Forse il rumore del motore scassato, forse l'incerta luce del crepuscolo, e il magazzino di lamiera che ostruiva la visuale... Il Del Monte Express che ogni sera transitava da San Francisco lo investì in pieno.
Era il miglior amico di John Steinbeck, che dedicò le prime pagine del Diario di bordo dal Mare di Cortez alla cronaca di quella morte assurda e al ricordo dell'uomo con cui aveva fatto il fatidico viaggio lungo le coste della Baja, la California ancora messicana, dopo che gli Stati Uniti nel 1848 si erano presi la parte settentrionale ricca e fertile, tracciando una riga fino al Texas e imponendo quella che sarebbe diventata la Frontiera per antonomasia. A dividere non solo due grandi Paesi ma anche due concezioni del vivere spesso diametralmente opposte, sebbene destinate ad attrarsi l'un l'altra per infiniti motivi. E Steinbeck, che era nato a Salinas e fin da bambino aveva frequentato i figli dei messicani - immigrati o discendenti dei legittimi abitanti prima dell'annessione - aveva sempre provato quell'attrazione. Finché, nel 1941, si era avventurato con l'amico Ed, condividendo con lui non solo l'interesse per la biologia marina ma per mille altre cose della vita. La sua perdita lo avrebbe segnato profondamente, imprimendo una vena amara agli scritti futuri. Intanto, all'amico Ed Ricketts erano ispirati vari personaggi dei suoi libri, dal Doc di Vicolo Cannery al Casy di Furore. Da quel viaggio nella Baja California, Steinbeck era tornato avvalorando una delle sue celebri massime: "Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone".
L'Oscar messicano
Il Messico emergeva spesso nelle sue opere, attraverso i paisanos che pur vivendo dall'altra parte della Frontiera conservavano l'indole e qualche usanza degli avi latini: basti pensare a Pian della Tortilla o soprattutto a La perla, interamente ambientato sulle coste messicane con protagonista un pescatore indio che trova la perla più grande mai vista, origine delle sue sventure... Nel 1947 il racconto venne portato sul grande schermo dal regista e attore Emilio Fernández, detto El Indio, cosceneggiatura di Steinbeck e intensa interpretazione di Pedro Armendáriz. El Indio Fernández ha attraversato l'epoca d'oro del cinema messicano, e pochi ricordano che quando andò a Hollywood all'avventura, evaso da un carcere messicano per questioni di rivoluzione e controrivoluzione, spiantato ma intenzionato a farsi strada e a imparare il mestiere, cominciò come attrezzista e tuttofare negli Studios. Dove venne notato per il fisico scultoreo da Cedric Gibbons, incaricato dalla Motion Picture Academy di modellare quella statuetta che infine venne chiamata "Oscar"... per la cui realizzazione El Indio Fernández posò in costume da bagno gonfiando i muscoli.
Steinbeck coltivava la sua passione con frequenti viaggi in Messico, maturando una conoscenza che lo avrebbe distinto da tanti altri scrittori statunitensi che magari ambientavano qualche storia al di là del Rio Bravo o usavano personaggi messicani spesso poco credibili; con rare illustri eccezioni come John Dos Passos e sicuramente John Reed, che si avventurò nel pieno della Revolución e divenne quasi "intimo" di Pancho Villa per circa quattro mesi, scrivendo poi Insurgent Mexico nel 1914.
E se Pancho Villa, con l'irruente carattere e le azioni eroiche in battaglia, sembrava il protagonista ideale per narratori e registi, Steinbeck aveva maturato una magnifica ossessione: raccontare la vita, le imprese e la morte di Emiliano Zapata, l'altro artefice della Revolución, che da Villa si distingueva per il carattere taciturno e ombroso, l'indole riflessiva e le solide, incrollabili convinzioni libertarie. Certo i due comandanti che, uno dallo sterminato Nord, il Chihuahua e il Durango, e l'altro dal tradizionale e indigeno Sud, il Morelos, conversero combattendo fino a congiungersi nel trionfale ingresso a Città del Messico, erano entrambi coraggiosi fino al fatalismo in ogni scontro sanguinoso. Ma Zapata, per Steinbeck, esercitava un fascino particolare.
In cerca di Emiliano
Lo scrittore fece molti viaggi nel Morelos riuscendo a dialogare con non poche persone che avevano conosciuto direttamente Zapata e anche con alcuni che avevano combattuto con lui, e infine, quando riuscì a trasmettere tale ossessione a Elia Kazan, iniziò a scrivere la sceneggiatura del film che inizialmente intitolò Zapata, the Little Tiger.
Quella che viene finalmente pubblicata in Italia, col titolo Viva Zapata!, è la versione originale rinvenuta negli archivi cinematografici dell'Ucla, edita per la prima volta nel 1991 da Yolla Bolly Press, e ora tradotta per Bompiani da Massimo Bocchiola. Nella presentazione del curatore Luigi Sampietro emerge appieno la poetica dell'autore di Uomini e topi, Furore e La valle dell'Eden, con le sue propensioni a stare "dalla parte del torto", quella di chi non ha più nulla da perdere se non le catene, e Zapata, in questo, rappresentava tutte le sue istanze idealiste. Scrive Sampietro: "Populista per vocazione, Steinbeck aveva una spontanea predilezione per i poveri e i poveracci. L'umanità da cui si tiene alla larga di solito anche chi si candida a 'servire il popolo' (la frase è di Napoleone Bonaparte) pur riservandosi il compito di pensare e decidere al posto suo, e per il suo bene".
Il testo è in realtà molto di più che una sceneggiatura: ricco di descrizioni sia delle ambientazioni sia della storia del Messico, avvalendosi oltretutto del prezioso Archivio Casasola di fotografie dell'epoca per fornire immagini a scenografi e costumisti, si dilunga in un'infinità di dettagli su usanze e tradizioni, costituendo quasi un saggio sul Messico di quei tempi. E ribadendo in varie occasioni che comunque esisterà sempre un Messico immanente, invariabile, legato alle proprie culture indigene, come quello in cui era vissuto Emiliano.
Compaiono spesso i "consigli" al regista Elia Kazan - a volte accorati, in alcuni casi avvertenze da non trasgredire - anche se alla fine, con scoramento di Steinbeck, le due principali raccomandazioni verranno gettate alle ortiche dal produttore Darryl Zanuck: girare il film nel Morelos e farlo interpretare a Pedro Armendáriz, che per Steinbeck era il perfetto Emiliano Zapata... Le riprese, per certe difficoltà con le autorità messicane, vennero invece effettuate in un paesino del Texas, dal curioso nome di Roma, e poco più a sud della contea texana che ancor oggi si chiama Zapata. Riguardo all'attore, Kazan era reduce dal grande successo di Un tram che si chiama desiderio, con Marlon Brando sulla cresta dell'onda, e gli venne naturale proporre lui al produttore anziché un ottimo attore messicano che però... era famosissimo in Messico, molto meno a Hollywood. Altro scorno era stato il dover rinunciare al grande direttore della fotografia Gabriel Figueroa, che aveva già lavorato con Luis Buñuel ed Emilio Fernández: in questo caso furono le autorità statunitensi, in pieno maccartismo, a negare a Figueroa il visto di ingresso, problema inesistente se avessero girato nel Morelos. Venne assunto Joe McDonald, che oltre a cavarsela bene nel suo mestiere era pur sempre un gringo nato a Città del Messico, per i casi della vita.
Steinbeck, alla fine, fu soddisfatto del risultato raggiunto, con Elia Kazan che aveva girato ogni scena ispirandosi al Paisà di Rossellini, e per i capricci della sorte a vincere l'Oscar sarebbe stato Anthony Quinn - Antonio Rodolfo Quinn, nato a Chihuahua - come attore non protagonista nei panni del fratello Eufemio Zapata, alquanto bistrattato da Steinbeck nella sceneggiatura, che lo rende personaggio irascibile e ubriacone.
Poco prima di morire, nel 1968, Steinbeck scrisse: "Non c'è stato nessun altro film che avrei voluto realizzare più di questo".
Sul Venerdì del 15 ottobre 2021