Il Saharawi della discordia
di Lucio Luca , di Lucio LucaBrahim il diplomatico, l'eterno numero due, il vice disposto soltanto a mediare è diventato di colpo il nuovo Che Guevara africano. Un guerrigliero di 74 anni, alla testa del popolo saharawi, che intende risolvere - una volta e per tutte - la cinquantennale contesa con il Marocco per un lembo di deserto roccioso apparentemente senza valore. Solo che questa volta la lotta del leader del Fronte Polisario, che dal 1973 rivendica il Sahara Occidentale, è diventato un caso internazionale che rischia di far riesplodere il conflitto mai sopito tra l'Algeria e il regno di Rabat e di far chiudere i rubinetti del gas destinato all'Europa. Con uno scontro senza precedenti tra Spagna e Germania da una parte e le Nazioni Unite appoggiate dagli Stati Uniti dall'altra.
L'ex burocrate senza carisma
La parabola di Brahim Ghali, paradossalmente, è legata a doppio filo con la pandemia. E con il suo ricovero in aprile, sotto falso nome, in un ospedale spag…
Brahim il diplomatico, l'eterno numero due, il vice disposto soltanto a mediare è diventato di colpo il nuovo Che Guevara africano. Un guerrigliero di 74 anni, alla testa del popolo saharawi, che intende risolvere - una volta e per tutte - la cinquantennale contesa con il Marocco per un lembo di deserto roccioso apparentemente senza valore. Solo che questa volta la lotta del leader del Fronte Polisario, che dal 1973 rivendica il Sahara Occidentale, è diventato un caso internazionale che rischia di far riesplodere il conflitto mai sopito tra l'Algeria e il regno di Rabat e di far chiudere i rubinetti del gas destinato all'Europa. Con uno scontro senza precedenti tra Spagna e Germania da una parte e le Nazioni Unite appoggiate dagli Stati Uniti dall'altra.
L'ex burocrate senza carisma
La parabola di Brahim Ghali, paradossalmente, è legata a doppio filo con la pandemia. E con il suo ricovero in aprile, sotto falso nome, in un ospedale spagnolo. Intubato dai medici, il capo del Polisario non ha smesso di chiedere quello che il suo popolo rivendica da quando la Spagna post-Franco lasciò il Sahara Occidentale: l'indipendenza e la piena sovranità su una striscia di deserto con forte valenza geopolitica perché ricca di minerali e, soprattutto, con accesso sull'Oceano.
Ghali, che nel frattempo è guarito, è tornato al campo profughi algerino di Tindouf, sede del governo dei saharawi, promettendo nuove azioni di forza contro l'odiato Marocco: "Abbiamo perso la pazienza, adesso utilizzeremo tutti i mezzi a nostra disposizione per raggiungere l'autodeterminazione. Anche le armi, se servono, perché questa parte del deserto è nostra e siamo chiamati a difenderci da una nazione che l'ha occupata illegittimamente". Parole da condottiero impensabili fino a qualche anno fa visto che da spalla del capo storico del Fronte per la liberazione del Sahara Occidentale, Mohamed Abdelaziz, Ghali aveva sempre cercato di mediare con la "controparte". Tanto che il cessate il fuoco del '91 viene ancora considerato il suo capolavoro politico. Cinque anni fa, quando Abdelaziz è morto, ne ha preso il posto da presidente e, per certi versi, ha ereditato anche la sua tempra da rivoluzionario. La responsabilità pare avergli donato quel carisma che non lo aveva mai contraddistinto. Il suo popolo lo segue e così il leader del Polisario, sposato e padre di nove figli, è diventato l'ultimo baluardo contro le voglie espansionistiche del Marocco che a quel pezzo di Sahara ha affidato un'importanza strategica fondamentale.
"Venti di guerra" ha scritto recentemente su Repubblica Tahar Ben Jelloun, uno che queste zone le conosce come le sue tasche. E l'ultima decisione di Algeri, quella di vietare lo spazio aereo ai "nemici" marocchini, sembra solo l'ennesima mossa di una partita a scacchi ben lontana dall'epilogo.
Riprendere le armi?
Il cessate il fuoco tra Marocco e Saharawi firmato nel 1991 cominciò a vacillare a metà di novembre dello scorso anno quando le autorità marocchine decisero di intervenire nella zona cuscinetto di Guerguerat, un villaggio a sud-ovest del Sahara Occidentale, ufficialmente per rispondere alle "pericolose e inaccettabili provocazioni" del Polisario. Perché, si giustificano dal Regno, qualche settimana prima erano stati proprio i saharawi a chiudere arbitrariamente con una settantina di loro militanti il valico di frontiera tra Marocco e Mauritania ostacolando il traffico e limitando il lavoro degli osservatori internazionali della missione Onu Minurso.
Comunque sia andata, quello di fine 2020 è stato il segnale che la fragile pace stava per dissolversi nel vento del deserto. Ma "la goccia che ha fatto traboccare il vaso", come ha spiegato il ministro marocchino dei Diritti umani Mostapha Hamid, è stata la decisione della Spagna di accogliere a fine aprile in un suo ospedale proprio il numero uno dei saharawi ridotto in fin di vita dal Covid. Il Marocco, che considera Ghali un terrorista, ha chiesto spiegazioni e il premier Sánchez non si è fatto pregare: "La Spagna è una nazione con una lunga tradizione umanitaria. C'è un uomo che soffre e lo abbiamo curato". La vendetta è stata immediata: il giorno dopo nell'enclave spagnola di Ceuta sono entrati oltre novemila migranti. Come dire: ci avete fatto uno sgarbo e noi vi spediamo i disperati che fuggono dall'Africa. Quasi per giustificarsi, la giustizia spagnola ha quindi tirato fuori pure una vecchia accusa per genocidio, tortura e omicidio nei confronti di Ghali, accusato da alcuni dissidenti saharawi anche di stupri e sparizioni nel corso degli anni. Un messaggio chiaro: "Aiutiamo l'uomo ma contro di lui saremo inflessibili". I giudici hanno pure inviato un mandato di comparizione ma Ghali si è rifiutato di firmarlo e i magistrati non hanno emesso alcun provvedimento.
Il gasdotto è a rischio
È a questo punto che scende in campo anche l'Algeria, da sempre amica dei saharawi, che ha interrotto definitivamente i rapporti con Rabat decidendo di non pompare altro gas attraverso il gasdotto Maghreb-Europa (Gme) che dal 1996 collega i suoi giacimenti con il nostro continente attraversando il Marocco per un tratto di oltre cinquecento chilometri. Il contratto scade tra un paio di settimane, il 31 ottobre, e il presidente algerino Tebboune ha avvertito che da quel giorno, se non cambiano le cose, tutte le esportazioni verso la Spagna saranno effettuate tramite il MedGaz, che collega la costa occidentale dell'Algeria direttamente alla penisola iberica. "La propaganda di Rabat e i suoi servizi di sicurezza", ha spiegato il ministro degli Esteri algerino Ramtane Lamamra, "stanno conducendo una vile guerra contro il nostro Paese, il suo popolo e i suoi leader". Dichiarazioni durissime, come da tempo non avveniva, che hanno provocato l'immediata reazione del suo omologo marocchino Nasser Bourita: "La sospensione dei rapporti diplomatici voluta da Algeri è del tutto ingiustificata. Respingiamo i pretesti fallaci, persino assurdi, che ne sono alla base". I consolati dei due Paesi restano per il momento aperti, ma al confine, chiuso dal 1994, si sono intensificati i controlli.
Il muro della vergogna
E certo non ha giovato al miglioramento dei loro rapporti il rafforzamento delle relazioni tra Marocco e Israele, avvenuto lo scorso anno con la mediazione di Trump, nell'ambito del processo di normalizzazione tra Tel Aviv e alcune potenze arabe come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan. Accordi che l'Algeria, naturalmente, ha sempre respinto al mittente.
Una partita sporca, senza esclusione di colpi, che si combatte tra cunicoli del gas e spazi aerei. E che non esita a usare i migranti come merce di scambio per raggiungere l'obiettivo. "È tutta colpa dell'Onu", aveva spiegato tempo fa il capo del Polisario, "e di quella risoluzione sul Sahara Occidentale scritta sotto dettatura dello scorso presidente Trump. Anche la Germania si è dissociata, perché quel documento favorisce il Marocco e punta a cancellare il mio popolo. Ormai la tregua è rotta, la risoluzione 2548 dell'Onu è stato l'atto più grave dall'edificazione del muro militare che Rabat ha costruito a metà degli anni Ottanta. Il berm lo chiamiamo noi, il muro della vergogna. Adesso è venuto il momento di dire basta".