Sindaci sballottati: l'elezione diretta tra duelli feroci e photoshop
di Edoardo Novelli , di Edoardo NovelliNel lontano 1993, anno delle prime amministrative con elezione diretta del sindaco (per i comuni superiori ai 15 mila abitanti), l’affluenza ai ballottaggi di Milano, Torino, Roma e Napoli sfiorò il 69 per cento. Venticinque anni dopo, nel 2016, questo dato era già sceso al 48: un calo di ben 20 punti che ha reso sempre più difficile ai nuovi eletti presentarsi come “il sindaco di tutti”. E in attesa dei ballottaggi di domenica, un dato evidente delle elezioni del 3 e 4 ottobre è stata la bassa partecipazione. Una tendenza endemica della scena pubblica moderna, alla quale i partiti non sembrano in grado di trovare rimedio, né ricorrendo a candidature civiche esterne alla politica, né con la proliferazione di liste di appoggio di ogni tipo. Un drastico calo nella partecipazione – inferiore al 50 per cento due settimane fa – che è andato crescendo e segnala la crisi della formula dell’elezio…
Nel lontano 1993, anno delle prime amministrative con elezione diretta del sindaco (per i comuni superiori ai 15 mila abitanti), l’affluenza ai ballottaggi di Milano, Torino, Roma e Napoli sfiorò il 69 per cento. Venticinque anni dopo, nel 2016, questo dato era già sceso al 48: un calo di ben 20 punti che ha reso sempre più difficile ai nuovi eletti presentarsi come “il sindaco di tutti”. E in attesa dei ballottaggi di domenica, un dato evidente delle elezioni del 3 e 4 ottobre è stata la bassa partecipazione. Una tendenza endemica della scena pubblica moderna, alla quale i partiti non sembrano in grado di trovare rimedio, né ricorrendo a candidature civiche esterne alla politica, né con la proliferazione di liste di appoggio di ogni tipo. Un drastico calo nella partecipazione – inferiore al 50 per cento due settimane fa – che è andato crescendo e segnala la crisi della formula dell’elezione diretta. Che pure al suo esordio aveva raccolto grandi consensi.
Le elezioni del 1993 segnano l’ingresso l’ingresso dell’Italia nella seconda Repubblica e l’inizio di quella grande slavina che a breve travolgerà il sistema politico e partitico. A cogliere la spettacolarità di quella novità è la televisione con Milano Italia, talk-show della Rai Tre di Angelo Guglielmi, condotto quell’anno da Gianni Riotta. Nella scarna scenografia si sfidano i candidati ai ballottaggi, anticipando di un anno lo storico “ braccio di ferro” fra Berlusconi e Occhetto. Nel corso degli anni, l’attrattiva dei faccia a faccia municipali è a dire il vero un po’ scemata, ma resterà indimenticabile, non tanto per i contenuti quanto per l’ambientazione al tramonto sulla piazza del Campidoglio, quello fra Virginia Raggi e Roberto Giacchetti, trasmesso da Sky nel 2016.
Nel 1993 gli elementi di novità sono tanti. A Napoli si fronteggiano l’austero dirigente comunista Antonio Bassolino e la giovanissima ex soubrette e neo parlamentare Alessandra Mussolini. A Torino si svolge una sfida tutta interna alla sinistra fra l’ex sindaco Diego Novelli, “tradito” dal suo storico partito nel frattempo diventato Pds, e il professore Valentino Castellani, sostenuto da una coalizione che è una anticipazione dell’Unione e dell’Ulivo. La sfida di Milano fra l’ex socialista, poi imprenditore e ora leghista, Marco Fomentini, e il professore Nando Dalla Chiesa, ben rappresenta il cambiamento in atto nello scenario partitico. Mentre Roma, dove si fronteggiano l’ex radicale Francesco Rutelli e Gianfranco Fini, funziona da laboratorio politico con lo sdoganamento, termine che entra ufficialmente nel lessico della politica, del partito neofascista del Movimento sociale. Fini coglie l’opportunità e abbandona l’immagine del fascista in doppiopetto, presentandosi sui manifesti in camicia. La stessa disinvoltura che mostrerà Gianni Alemanno nel 2006.
In campo “per amore”
Dopo anni di centralità dei partiti il rapporto si inverte e i candidati, con le loro storie e personalità, diventano protagonisti. Un formidabile cambiamento che chiama in causa il privato. Così che nel 2011 Veltroni e Chiamparino compaiono nei manifesti elettorali in compagnia di familiari e figli. Al posto delle parole della politica si evocano affetti e i sentimenti. Se Alemanno dichiara nel 2008 il suo “Amore per Roma”, Fassino si candida dieci anni dopo “Per amore di Torino”, entrambi comunque non corrisposti dagli elettori visto che perderanno.
L’era del “magna magna”
Speculare è l’attacco personale e diretto, prima sui manifesti e, in epoca più recente, in rete. Ben prima della diffusione di Face Up, l’app che con un clic invecchia le persone, nel 2011 sui muri di Roma compare un anzianissimo Rutelli, ricandidatosi per la terza volta. L’orgoglio capitolino è oggetto di un batti e ribatti a colpi di webcard fra cittadini felici o incidentati per le buche. E nel 2016 entrambi i candidati usano la rete per rinfacciarsi il “magna magna” che si è divorato anche la lupa. Si fruga nelle vite e biografie politiche. In cima alla classifica dei colpi bassi, l’accusa di fiancheggiamento del terrorismo rivolta a Giuliano Pisapia da Letizia Moratti, nell’estremo tentativo di guadagnare la rielezione a Palazzo Marino nel 2011. Una scelta controproducente, che scatena la satira online con video e i meme “Tuttacolpa di Pisapia”.
In questi quasi trent’anni a Torino, Milano, Roma e Napoli sono stati eletti 27 sindaci (incluse la conferma di Sala a Milano e l’elezione di Manfredi a Napoli). Solo in dieci casi l’elezione è stata decisa al primo turno, con il record del 2006 quando in tutte e quattro le città non ci fu il ballottaggio. Sette volte si è trattato di rielezione al secondo mandato, mentre Letizia Moratti a Milano nel 2006, Fassino a Torino nel 2011 e Manfredi a Napoli nel 2021 sono stati eletti al primo turno alla loro prima candidatura. Nelle restanti 19 elezioni sono stati necessari i ballottaggi. Segno di conflittualità e scomposizione del quadro politico, in grado di trovare una maggioranza solo riducendo le opzioni o in seguito ad accordi e apparentamenti. Per quanto riguarda l’orientamento politico, la situazione è nettamente a favore del centrosinistra che in 18 casi ha eletto il sindaco. Primato che spetta a Torino con una striscia continua, interrotta solo nel 2016 dalla vittoria di Appendino dei 5Stelle. Appena 5 su 27 le vittorie del centrodestra. E qui gioca un ruolo da leone Milano con Formentini nel 1993, Albertini nel 1997 e 2001 e Moratti nel 2006. Fuori dal tradizionale sistema bipolare si collocano le due vittorie del Movimento 5Stelle a Roma e Torino nel 2016 e quelle del sindaco civico Luigi De Magistris a Napoli nel 2011 e 2016. Città che, con ben tre rielezioni al secondo mandato, Bassolino 1997, Russo-Jervolino 2006 e De Magistris 2016, detiene anche la palma della stabilità politica.
Notevole lo squilibrio fra generi. Solo 5 le sindache elette in 27 elezioni (18 per cento), con la partecipazione a 5 ballottaggi su 19 (26 per cento). Le donne faticano a trovare spazio, ma una volta raggiunto il ballottaggio risultano vincenti in 3 casi su 5. Dubbio invece il loro contributo alla comunicazione politica, almeno in passato: se la scelta di Rosa Russo Iervolino di presentarsi sul suo sito ingioiellata alle prese con il ferro da stiro suona falsa e ben poco emancipata, altrettanto posticcio appare il ritratto photoshoppato di Letizia Moratti, ispirato ad alcune celebri foto di Lady Diana. La palma della popolarità e del consenso spetta a Bassolino, rieletto al primo turno dai napoletani nel 1997 con il 72 per cento dei voti, mentre la più alta percentuale raggiunta in un ballottaggio è il 67,7 di Virginia Raggi a Roma (2016). Il napoletano Gianni Lettieri ha lo sgradevole primato di aver perso due ballottaggi.
Dopo Tangentopoli, i partiti provano a rinnovarsi, aprendo a esponenti delle professioni e della società civile. Milano, capitale del fare, ha il maggior numero di candidati non politici. Un elenco che inizia con Nando dalla Chiesa nel 1993 e si conclude con la disfida fra i manager Sala e Parisi nel 2016, passando per l’avvocato Pisapia e gli imprenditori Moratti, Albertini e Aldo Fumagalli. Solo il Campidoglio rimane di fatto una cosa per politici di caratura nazionale: ex segretari di partito, come Fini e Rutelli, ex ministri come Alemanno, vicepresidenti della Camera quali Giachetti, ex vicepremier e ministri quali Veltroni (il quale, unico caso, abbandona nel 2007 per la segreteria del neonato Partito democratico). Sola eccezione, il chirurgo Ignazio Marino, che annuncia “Non è politica è Roma” (e tutti ricordano com’è finita). Mentre l’avvocato Enrico Michetti domenica ci prova.
* L’autore è ordinario di Comunicazione politica all’Università Roma Tre
Sul Venerdì del 15 ottobre 2021